
In occasione della data italiana della band scozzese, abbiamo intervistato i Biffy Clyro che nel 2021 hanno pubblicato il loro ultimo album, The Myth of The Happily Ever After
di Luca Stra
Ad ottobre 2021 è uscito il nono ed ultimo album in studio, The Myth of The Happily Ever After, caratterizzato da un certo recupero delle sonorità più eclettiche dei primi lavori. Il nuovo album è l’occasione per i Biffy Clyro – che avevamo già intervistato qui un po’ di anni fa – di intraprendere un tour mondiale (ironicamente chiamato Fingers Crossed) dopo gli anni di lockdown a causa della pandemia. La band scozzese, originaria dell’Ayrshire, composta da Simon Neil (chitarra, voce solista) e i due gemelli James (basso, cori) e Ben Johnston (batteria, cori) si è format nella metà degli anni 90, la band esordisce discograficamente nel 2001 sotto l’etichetta indipendente Beggars Banquet. Il primo album, intitolato Blackened Sky, è già di per sé un buon indizio sulle coordinate creative del gruppo. Infatti la cifra stilistica dei Biffy Clyro si caratterizza da sempre per un notevole ecclettismo unito ad uno spiccato gusto per la melodia. Con Puzzle, del 2007, i Biffy Clyro fanno il grande salto pubblicando il loro primo lavoro con la 14th Floor, una sussidiaria della major Warner. Dal punto di vista artistico l’album non rinnega la predilezione della band per l’alternative rock, ma fa breccia presso il grande pubblico arrivando al secondo posto nella UK Album Chart grazie a singoli come Saturday Superhouse, Machines e Folding Stars. I Biffy Clyro aprono i concerti per band come i Muse, The Who, Red Hot Chili Peppers, e The Rolling Stones, riuscendo in tal modo ad ampliare notevolmente la loro fan base. Il successivo album Only Revolutions consolida i risultati ottenuti rappresentando la definitiva consacrazione della band, anche grazie alla cover del brano Many of Horror, vincitrice dell’edizione inglese di X Factor nel 2011. E arriviamo a oggi: il gruppo spazza via ogni dubbio residuo poiché, grazie soprattutto alle notevoli doti del frontman Simon Neil, è in grado di coinvolgere il pubblico rendendo ogni performance un concentrato di adrenalina e melodia. Abbiamo fatto una breve chiacchierata con il bassista della band James Johnston.
I Biffy Clyro suoneranno il 14 settembre al Carroponte di Milano
La prima volta che ho ascoltato il nuovo The Myth of the Happily Ever After sono rimasto colpito da come riuscite a mantenere intatta l’ispirazione e, al tempo stesso, soddisfate le aspettative dei fan. Qual è il segreto di questa “modern magic formula”?
James Johnston: “Abbiamo sempre cercato di andare avanti come band, non ci siamo mai annoiati di quello che facevamo, abbiamo sempre cercato qualcosa di nuovo, anche a costo di sembrare eccentrici, vedi ad esempio sull’ultimo album una canzone come Slurpy Slurpy Sleep Sleep. In effetti è qualcosa che ha a che vedere con la libertà creativa, un fattore cui abbiamo sempre tenuto molto”
Avete talvolta il gusto per titoli di brani particolarmente strani, vedi nell’ultimo album Haru Urara. Da cosa deriva?
JJ: “Haru Urara è il nome di un cavallo da corsa giapponese che è il peggiore in assoluto, non vince mai. In qualche modo volevamo dargli dignità (ride). Nella nostra discografia in effetti ci sono vari riferimenti ai cavalli perché è un animale che amiamo, animale gentile e al tempo stesso così pieno di energie. Comunque mentre scrivevamo il nuovo album il nostro scopo principale era divertirci, capita spesso che le nostre canzoni nascano da questo desiderio”.
Le vostre canzoni nascono da jam sessions o le portate ciascuno in studio e poi ci lavorate assieme?
“Beh, in realtà è difficile che una canzone completamente nuova nasca da una session, nell’ultimo album per esempio Ben ha portato dei pattern di batteria e su quella base abbiamo costruito. C’è quasi sempre un primo elemento già definito”.
Cosa è cambiato per voi tra i primi album per la Beggars Banquet e ora che siete con una Major?
“Innanzitutto siamo cresciuti e poi è cambiato molto in termini di opportunità, per esempio poter lavorare con produttori incredibili, registrare negli Stati Uniti. Non avremmo mai potuto realizzare quello che abbiamo fatto senza queste condizioni”.
Quest’anno è il ventunesimo anniversario del vostro primo album Blackened Sky. Pensate di regalarci qualche sorpresa dai vostri primi lavori?
“In effetti però abbiamo fatto due album negli ultimi anni che non abbiamo ancora avuto l’opportunità di suonare bene dal vivo, io credo quindi che in realtà molto spazio verrà dato a loro. D’altra parte penso che qualunque artista ami presentare le cose nuove che ha fatto”.
A parte i Nirvana, che so già essere tra le vostre fonti di ispirazione, ci sono altre band che sono per voi un punto di riferimento?
“Sono stato al festival di Loolapallooza ed ho visto i Pearl Jam alcuni anni fa, loro per esempio sono una grande band. Comunque in generale tutto il grunge e la musica con cui siamo cresciuti è stata per noi la prima fonte di ispirazione”.
Avete chiamato ironicamente il vostro tour Fingers Crossed (Dita incrociate). Pensi che tornare a suonare finalmente live dopo tanto tempo vi dia un’energia particolare?
“Indubbiamente è così, abbiamo molta energia da scaricare e poi ci sentiamo molto fortunati ad aver potuto riprendere finalmente con i concerti, non tutti hanno avuto le risorse per farlo, noi sì”.
Ho una curiosità. Se non ricordo male avete sulle schiene una sorta di tatuaggio di gruppo, un tatuaggio che si sviluppa sulle schiene di tutti e tre. Pensi che in tutti questi anni il vostro rapporto nella band si sia evoluto quasi in un legame di sangue?
“Esatto. È proprio così che ci sentiamo. Siamo come fratelli. D’altra parte sarebbe stato impossibile diversamente rimanere insieme per 25 anni”.



