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L’editoriale del numero 353 di Rumore, giugno 2021, di Rossano Lo Mele

Di Rossano Lo Mele

Sono solo numeri, per carità, ma chi non guarda i numeri per estrarre un senso dalle cose della quotidianità? La musica, poi, figurarsi. Click, like, visualizzazioni, streaming, copie smerciate, biglietti in prevendita e in cassa. E ancora: commenti, condivisioni, tasso di engagement, percentuali di (de)crescita, download. Il nostro vocabolario affettivo ormai, borsa & finanza del pentagramma, parole alla portata di tutti che infilano nel bagagliaio musicale infide manovre e triviali verità. Cosicché la rivista metal e hard rock americana “Kerrang” se ne esce con una mezza inchiesta sul rinnovato interesse nei confronti del pop punk. Quell’emo punk di nobili origini che finì poi col conquistare le classifiche negli anni 90 grazie a Green Day, Offspring e Blink 182. L’ondata gastronomica successiva aveva in band come Simple Plan e All Time Low i suoi rappresentanti di classe. Pop Punk, abbiamo detto, ma la chiave giusta è in realtà #poppunk: hashtag con la doppia p che da qualche tempo spopola su TikTok. Qui la storia si fa lunga per chi non l’ha mai masticata: in principio c’era musical.ly, un social perlopiù fatto da adolescenti che caricavano brevi video di coreografie su brani musicali. In seguito musical.ly è diventato (stato assorbito) da TikTok. Quest’ultimo social media sta registrando un grado di attrazione su giovani e non semplicemente spaventosi, negli ultimi mesi. E anche qualche polemica: solo di poche settimane fa la notizia (fonte CNBC) che alcuni dipendenti vecchi e nuovi hanno deciso di abbandonare l’azienda che richiede ai suoi lavoratori turni di lavoro da 12 ore al giorno, sei su sette, per 72 ore a settimana. Per i teorici del coaching capitalista si potrebbe dire che da una grande applicazione deriva un grande risultato, ma non perdiamo il filo del discorso. #poppunk dicevamo: secondo “Kerrang” questo successo è da andare a ricercare nell’isolamento forzato da lockdown dell’ultimo anno e mezzo subito dagli adolescenti. E siccome poca musica rende così manifesto e altresì orecchiabile il proprio malessere, ecco il ritorno di band con 20 anni di carriera sulle spalle e uno strumento (la chitarra) obsoleto per le nuove generazioni. Così slogan come “sono solo un ragazzo” o “mi manca il sesso ma almeno non voglio più morire” sono diventati delle linee di tendenza quotidiana. Di più: figure contemporanee e di enorme successo pop come YUNGBLUD e Machine Gun Kelly si appoggiano su quelle fondamenta, rinnovando lo spirito di un genere che si pensava assopito negli anni Zero. 

Fino a qui potremmo dire che history repeats itself: la storia si ripete, cambiano solo gli strumenti, ma il ritorno di mode e stili innerva la nostra cultura vintage, dalla moda alle auto, traccheggiando soprattutto sulla musica. C’è però un altro elemento, un punto di rottura, un segnale inedito. Quando un mezzo nuovo contribuisce ad alimentare un mercato percepito come tradizionale. Abbandonando il #poppunk e il mal di vivere adolescenziale, trasferiamoci su Spotify. Sono solo numeri, per carità, l’abbiamo premesso. Ma da mesi nel “nostro mondo” si registra un’ascesa letteralmente inarrestabile degli Arctic Monkeys. Una scalata incomprensibile per una band che suona strumenti vecchi (chitarre e pedalini) per la maggioranza dei ragazzi di oggi. Sulla cima degli ascolti di Spotify compaiono naturalmente tantissime band dotate di strumenti a sei corde, ma per lo più classiche: tralasciando i giganti del passato, dai Queen ai Led Zeppelin, anche molti classici più recenti (Oasis e Nirvana solo per fare due nomi) godono di grande popolarità. Eppure gli Arctic Monkeys sono già oltre. Hanno superato band defunte e musicisti suicidi. Pur con molti elementi a sfavore: in attività da 20 anni, 35enni, con quel suono roccioso. Meglio: la popolarità su questa piattaforma digitale è appena normale (nell’Inghilterra che lo inventò, sono la band rock contemporanea più famosa di oggi), ma non a QUEL livello irreale di successo e numeri. Che poi si è di recente riverberato su dati di vendita “fisici”: anche in Italia gli AM sono tornati nella top 10 dei vinili più venduti con un album di quasi dieci anni fa!? Di fronte a precisa domanda e confronto settimanale con chi qui in redazione studia questi fenomeni ho abbozzato: mah, sai, c’è un pezzo loro nella serie Netflix inglese The Peaky Blinders. Pensavo di essermela cavata. Fino a quando una ventina di studenti nati quando sono nati gli Arctic Monkeys non mi ha smontato, come fosse la cosa più ovvia da dire: hanno quel numero di ascolti su Spotify perché due canzoni sono esplose su TikTok. E si spalanca lo schermo su milioni di tredicenni che, truccati ed eccessivi, ballano lamentandosi che “tu mi chiami solo quando sei ubriaco”. Con la conseguenza che quel pezzo di vinile che sembrava perso nella discografia rock torna a muoversi. Gli effetti concreti e inimmaginabili del digitale. O di quella che Witold Gombrowicz già 60 anni fa chiamava cultura dell’infantilismo?  


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