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Di Rossano Lo Mele

“La musica riflette i tempi che viviamo e le nostre vite personali”, diceva tanti anni fa Marvin Gaye. Lapalissiano come messaggio, ma se a pronunciarlo è una leggenda che ha poi inciso What’s Going On, vale la pena metterlo da parte e prendere appunti. Se appena un mese fa abbiamo sintetizzato il nostro anno musicale, proviamo a osservare cosa è successo in giro per il mondo nel corso del 2020. Dando un occhio alle classifiche di alcune fra le più rilevanti testate in giro per il pianeta. Facendo però una premessa: l’ex retromaniaco oggi futuromaniaco Simon Reynolds (come leggete su questo numero fra qualche pagina) ha affermato che il 2020 non verrà ricordato come un anno musicale. Consci del fatto che a molti la dichiarazione possa interessare il giusto, va però ricordato che Simon rimane il music writer per eccellenza da almeno 30 anni. L’ultimo disco veramente impressionante che Reynolds ammette di aver ascoltato si chiama Geography Of The Abyss, firmato Lo Five: uscito però nell’autunno del 2019.

Cominciamo dal mensile “Uncut”: due fra gli elementi che hanno caratterizzato la società e la musica per il periodico britannico sono senz’altro il movimento Black Lives Matter e l’autogestione personale (intima, diremmo) del lockdown. Sul primo c’è poco da dire se non che il quarto album dei Run The Jewels potrebbe essere letto, tra l’altro, come prontuario per analizzare il presente e il passato prossimo: eccolo difatti piazzarsi come disco dell’anno per il “New Musical Express”. 

Tuttavia, forse perché si tratta di accadimenti recenti, non si trovano molte altre tracce qualitativamente visibili di questi due gusci sociali tra le segnalazioni raccolte in giro per il mondo. Probabilmente accadrà in futuro, perché se è vero che la musica riflette i tempi che viviamo, è altrettanto vero che la polvere collettiva ha bisogno di posarsi per essere raccontata. Per esempio, e sempre a proposito di spinte sociali: lontani dall’asserire che il 2020, a livello planetario, sia stato l’anno della definitiva affermazione del cosiddetto #metoo in musica, possiamo tuttavia indicare l’anno appena trascorso come quello della celebrazione della complessità femminile. Modelli di donna non stereotipati che – dotati di unicità e “voce” artistica – hanno raccontato un mondo, il loro, in fuga da modelli già esistenti. Spicca su tutte il nome di Fiona Apple. Il suo Fetch The Bolt Cutters risulta essere l’album più votato dell’anno nel mondo occidentale, dall’aggregatore “Metacritic” ai nostri vicini di “Blow Up”. Passando per “Pitchfork”, che lo incoronò mesi fa al tempo della sua uscita tra lo stupore di molti: bene, quel disco non è stato sverniciato dall’usura dei mesi ed è rimasto in vetta. Quinto album appena in un quarto di secolo per l’enigmatica autrice domiciliata a Venice Beach, questo disco canta una ricerca del sé passata anche attraverso alcuni altri titoli. Tipo Punisher di Phoebe Bridgers (primo posto per “Esquire” e quasi sul podio per “Rockerilla”): che non è la nuova Fiona Apple, ma prova a enucleare una quotidianità fatta di morte, sesso, soprusi, slacktivism e iPhone. Subito dietro Fiona e Phoebe troviamo altre ragazze, spesso agli antipodi, la cui narrazione è tuttavia fortemente personale, quando non originale. Come nel caso della “punkettosa” Waxahatchee. Mentre in ambito pop si scivola verso le tre sorelle Haim (autrici appunto di un album dal titolo Women In Music). Oppure nomi alieni a questi lidi, ma che potremmo definire in transizione: come Taylor Swift e la sua svolta indie folk e Dua Lipa, la cui deriva hair metal (anche in questo caso ne leggete più avanti grazie a Giona A. Nazzaro) dice molto sulla volontà del suo team di sfuggire all’ovvio della contemporaneità: non frutto del caso in questo senso la collaborazione con la connazionale Jessie Ware, autrice di un altro tra i dischi dell’anno, forse passato un po’ inosservato, come purtroppo accaduto anche a Róisín Murphy. Dietro poi scalpitano nella varie liste autrici fiere e indipendenti come Kelly Lee Owens, Lianne La Havas, U.S. Girls, Soccer Mommy, Adrianne Lenker, Amaarae.

C’è poi il tema della fluidità sessuale che innerva le opere di gente come Moses Sumney, Arca e Perfume Genius, residente in molte classifiche. Così come le chitarre di area britannica di Fontaines D.C., The 1975 e Idles: nostri nomi di punta degli ultimi mesi e di tutto il 2020, si piazzano bene un po’ ovunque, anche se forse proprio dagli Idles sarebbe stato legittimo immaginare un successo di proporzioni ancora maggiori. O forse questo rappresenta uno schema consolidato e oggi non più, necessariamente, applicabile: nome in forte ascesa al disco precedente, trionfo istantaneo al passo successivo. Tra presenza ossessiva della musica in streaming e assenza perniciosa della musica dal vivo, il nostro mondo sta mutando pelle e la nostra molteplicità non può che suonare enigmatica, eludendo le regole. Marvin Gaye ci aveva avvertito, del resto.   


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