Photo credit: Abby Ross

di Doriana Tozzi

Cresciuto a pane e musica, Joachim Cooder, figlio ma anche collaboratore della leggenda della slide guitar Ry Cooder, nella sua vita ha incontrato, assimilato e fatto propri diversi generi musicali, soprattutto quelli che rappresentano le radici della musica americana. Spingendo sempre oltre questa sua ricerca della musica delle origini – seguendo in questo ancora una volta le autorevoli orme paterne – Joachim ha incrociato la strada di Uncle Dave Macon, artista e menestrello che a cavallo tra il XIX e il XX secolo recuperò e portò in giro numerosi brani della tradizione americana, salvandoli dall’oblio e affidandoli con fiducia ai posteri. Chissà se Uncle Dave avrebbe mai immaginato che i pezzi da lui recuperati e resi attuali per poterli proporre al pubblico della sua epoca, quasi un secolo dopo sarebbero stati a loro volta ripresi e rimaneggiati con arrangiamenti ancora più freschi e con nuovi testi da Joachim, che tra l’altro, anziché riproporli con il tradizionale banjo, li ha ripensati e reinterpretati in maniera ancora più affascinante con la sua mbira elettrica. Over that road I’m bound, il suo secondo lavoro su lunga distanza, è il risultato di questa operazione, realizzato insieme ad un organico strumentale acustico che comprende anche l’illustre genitore. In questo album i brani dell’antesignano della country music americana vivono così un’ulteriore nuova vita senza mostrare i segni del tempo che passa. Ma com’è nata questa operazione? Cosa ha fatto scattare in Joachim la scintilla per confrontarsi con questi brani? Ne parliamo con lui in questa intervista.

Per il tuo nuovo disco hai ripreso e riarrangiato alcuni brani di Uncle Dave Macon. Com’è nata questa idea?

“Be’, quando ero piccolo mio padre suonava il suo banjo seduto alla sua sedia nel salotto. Passava di canzone in canzone, così come gli venivano in mente. Suonava anche qualche canzone di Uncle Dave che aveva imparato da Pete Seeger e ricordo che io amavo soprattutto quelle. Di recente, tutti questi anni dopo, ero con i miei figli a far visita ai miei genitori e ho sentito che mio padre stava di nuovo suonando quelle canzoni. Ce n’era una in particolare che mi ha colpito. Gli ho chiesto ‘Cos’è questa canzone?’ e lui mi ha detto ‘Morning Blues di Uncle Dave Macon’. Così ho preso la mia mbira elettrica e ho iniziato a lavorare su queste canzoni in modo da poterle suonare a casa”.

Hai definito questo progetto un “family project”: in che modo la tua famiglia ne ha influenzato la realizzazione?

“È successo tutto per caso. Dopo aver avuto l’idea di imparare a suonare queste canzoni, ho preso il box set di Uncle Dave uscito con la Bear Family e ho iniziato a suonarlo in giro per casa. Mia figlia, che all’epoca avrà avuto circa tre anni, era particolarmente affascinata dal disco numero 5 del cofanetto e insisteva per ascoltarlo ogni mattina prima di fare colazione. Perciò quasi tutte le canzoni provengono da quel disco ed è per questo che dico che la direttrice musicale del progetto è mia figlia. Inoltre nel disco suona anche mio padre e quindi è diventato a tutti gli effetti un “family project”.

Una delle particolarità del disco è la scelta degli strumenti con cui è stato riarrangiato, che conferiscono ai pezzi dei colori particolarmente suggestivi, a cominciare dalla tua mbira elettrica. Come è avvenuto il lavoro con gli artisti che ti accompagnano?

“Come hai detto tu, tutto inizia con la mia mbira elettrica, perché è quella che dà sempre il tono. Ogni volta che inizio a suonarla entro in uno stato di trance, tutto diventa un po’ più lento e molto ambient e tutti i musicisti che suonano con me si lasciano così coinvolgere in questo viaggio trasportati da una vera e propria ipnosi sonora”.

La riscrittura dei testi invece com’è avvenuta? Quali sono state le tue ispirazioni?

“Questa è stata un’altra parte divertente che ho condiviso con mia figlia. Ho preso alcune idee dai suoi libri preferiti e forse da un paio di righe su di lei e a lei piaceva moltissimo perché era l’unica che sapeva di cosa stavo parlando”.

Le atmosfere ricreate nel disco alternano episodi country con momenti delicati che richiamano quasi le ninne nanne per bambini. Questo evidenzia anche la grande versatilità della mbira. Come si fa a tirar fuori il meglio da questo strumento?

“Sì, mi piace che ti faccia pensare alle ninne nanne. Io penso che la mbira si presti bene a qualsiasi genere a patto che le si dia il giusto spazio e soprattutto suonandola bisogna saper lasciare andare la propria mente seguendo le traiettorie che la mbira stessa vuole creare. Solo così puoi ottenere i migliori risultati da questo splendido strumento”.

Infatti hai ragione, la mbira è davvero uno strumento splendido, molto pratico ma altrettanto ricco di melodie. Quando hai cominciato a suonarlo, visto che avevi cominciato come batterista?

“La suono probabilmente da più di 20 anni, ma è stato solo quando sono diventato papà che ho pensato di cantare e scrivere le mie canzoni componendo su di essa. Come dicevo prima, inizi a suonare lo strumento e inizi a cantare e ti si apre tutto un mondo!”

La passione per la ricerca etnomusicologica delle origini e della tradizione musicale probabilmente te l’ha trasmessa tuo padre. Com’è essere figlio di una leggenda come lui?

“Sono stato molto fortunato a viaggiare con lui sin dalla tenera età e vedere da vicino artisti come Ali Farka Touré o John Lee Hooker o Dr John o Ibrahim Ferrer che fanno le loro cose in maniera così reale eppure incredibile. Sei colpito dalla grazia e dallo spirito di queste persone, da come parlano e si comportano. L’ho trovato infinitamente affascinante e ne ho tratto e ne traggo ancora oggi continua ispirazione”.

La tecnologia moderna permette più facilmente di ascoltare musica ovunque ci si trovi e quindi le tue versioni originali di queste canzoni saranno in grado di raggiungere luoghi che la musica di Uncle Dave all’epoca non poteva raggiungere. Qual è il tuo punto di vista sulla musica in streaming?

“Ebbene sì, suppongo che le mie versioni raggiungeranno un pubblico più ampio, ma per il resto penso che internet abbia distrutto la musica perché ha creato un appiattimento delle proposte. Oggi ci sono meno suoni regionali, tipici della tradizione di ciascun luogo, perché tutti, facendo girare la propria musica in internet e quindi raggiungendo tutto il mondo, tendono ad avere suoni più internazionali. E così inoltre nessuno fa soldi…”

Come spiegheresti l’importanza di una figura come Uncle Dave Macon a chi magari vi entra in contatto per la prima volta attraverso la tua musica?

“Uncle Dave era nato alla fine del 1800 ed era un collezionista/curatore di musica regionale, così come Alan Lomax. I suoi spettacoli non erano solo musicali ma erano anche una vera medicina per lo spirito, inoltre lui era un grande menestrello, un eccelso bluesman e un attento divulgatore di musica popolare. Entrare in contatto oggi con la sua opera permette di rispolverare le origini e la storia a vantaggio di tutte le nuove generazioni che altrimenti non avrebbero mai conosciuto quei brani. Uncle Dave poi è anche considerato la prima stella del Grand Ole Opry (programma radiofonico di musica country nonché il più vecchio programma radiofonico americano che viene trasmesso ininterrottamente sin dal 1925, ndr)”.

Chiudiamo con una domanda che purtroppo in questo periodo spesso è un tasto dolente: sono previste date live del tuo tour anche qui in Europa?

“Spero proprio di sì, anche se la situazione è quella che è. L’Italia è la prima sulla mia lista! Potete aggiornarvi sulle date seguendo il mio profilo Instagram o il mio sito“.