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Appunti dalla quarantena è un appuntamento libero con le firme di Rumore. Appunti, stralci, storie, situazioni, pensieri casuali (e non) che il troppo tempo chiusi nelle quattro mura fa emergere.

di Francesco Farabegoli

Tra le varie bizzarie a cui abbiamo assistito negli ultimi giorni, Britney Spears ribalza improvvisamente agli onori delle cronache per un reblog di qualche giorno fa, in cui invita indirettamente allo sciopero e alla redistribuzione della ricchezza.

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Communion goes beyond walls 🌹🌹🌹

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Non credo di rimpiangere i tempi andati, in cui popstar e presidenti degli Stati Uniti non prendevano a rasoiate la loro immagine pubblica per via del bisogno compulsivo di postare dal proprio telefonino, ma a volte è difficile stare sereni di fronte a questo continuo alzare l’asticella del possibile. Il fatto è che Britney mi attrae. È un personaggio che ha accompagnato tutta la mia età adulta, protagonista di un bizzarro turn alla Dragon Ball in cui le esigenze di trama fanno sì che il cattivo della prima stagione diventi l’eroe indiscusso della quinta. È una visione personale. Nello spulciare notizie su Britney finisco su un bizzarro articolo in italiano (niente link, sorry) che sostiene di contenere nuove rivelazioni in merito allo sciagurato episodio della parrucchiera, e l’articolo contiene un commento di Billie Eilish che dice, più o meno, “potrei io stessa avere un crollo come quello avuto da Britney, durante il tour europeo ho pensato di esserci andata vicina“. È bizzarro, perché la narrativa intorno a Billie Eilish ha fatto sì che la cantante californiana sia finita per diventare, agli occhi di molti osservatori, il più efficace antidoto al britneyspears-ismo: niente cosce, niente balletti sexy, dischi prodotti in totale autonomia, il bisogno di mantenere un controllo sul risultato finale. E quindi? Parto da qui.

È il febbraio del 2007. Britney Spears è fuggita da una clinica per disintossicazione in cui era entrata soltanto il giorno prima, ed entra in un negozio di parrucchieri a Los Angeles chiedendo alla proprietaria di rasarle i capelli. Dopo il rifiuto della proprietaria, Britney procede per conto suo. Le immagini della rasatura diventano pubbliche e fanno il giro del mondo in tempo zero. È il gesto simbolico con cui la parabola discendente della cantante smette di essere una plausibilissima voce di corridoio e diventa notizia di cronaca. Una parabola di cui si parla a mezza bocca da tanto tempo, anche se nessuno ha idea di quando siano iniziati i problemi – un’ipotesi più che plausibile è disposta a retrodatarla agli albori del successo, i tempi di Baby One More Time, fine anni 90. Allora la cantante non era nemmeno maggiorenne. Il suo nervous breakdown pubblico sarebbe di per sé un accadimento agghiacciante, ma succede in un periodo un po’ particolare in cui una serie molto complessa di fattori (la superficiale antipatia suscitata dal personaggio, la fase adolescenziale del sistema mediatico dell’epoca e alcuni sviluppi futuri della coscienza collettiva del pop che all’epoca non erano ancora ipotizzabili) trasforma un dramma privato in un circo equestre a cui chiunque sente il dovere di dare il proprio contributo.

Di Billie avevo parlato una volta nella rubrica che tengo sulla rivista. L’occasione era la traduzione italiana dell’un’intervista-fiume realizzata da Josh Eells a Billie Eilish per Rolling Stone esce nell’agosto del 2019. In quel momento Billie è tra le più influenti popstar in attività. L’intervista si svolge a casa della cantante, che vive con i genitori e il fratello, e la fotografa alla vigilia della partenza per un tour mondiale il cui successo è stato già ampiamente certificato. L’articolo mescola i toni ““obiettivi”” del reportage (questo è quel che vedo, ve lo racconto, non dico bugie) a un certo paternalismo di prammatica che tocca avere quando s’intervista una popstar minorenne. L’affresco finale risalta dei contrasti cromatici tra un immaginario faidatè un po’ sconvolto, quello che le è stato cucito addosso, e l’apparente fragilità del sistema relazionale che si è andato costruendo attorno a una ragazzina che nel suo intimo sembra indistinguibile da qualunque altro soggetto appartenente alla sua fascia anagrafica e al suo ceto sociale. Il tono ““obiettivo”” dà conto di una normalità costruita in provetta in cui familiari e congiunti vari sono vittime o correi, o comunque gente pagata per compensare in maniera più-o-meno-naturale i vuoti d’aria che si creano tra essere una liceale scazzata ed essere la persona a cui il gotha della musica popolare di oggi si accalca per rendere omaggio nei backstage. La tesi dell’articolo è che Billie stia tenendo la brocca per miracolo, che sia destinata a pagare eccessivamente per un successo commerciale da lei forse nemmeno desiderato, e che stia solo cercando di tenere duro e giocarsela nello stardom alle sue condizioni. Una ragazza come noi, fragile ed impaurita, che ha scoperto assieme al mondo di avere un talento smisurato.

Una bella storia. Finta, sia chiaro. Non autentica, o comunque resa artificiosa da uno strano insistere su certi dettagli oggettivi. L’impianto narrativo apparecchiato attorno a Billie Eilish, nell’intervista ma anche in generale, è lo stesso che aveva reso grande il fumetto americano negli anni sessanta: fino al giorno prima sei il più patetico sfigato sulla terra, poi ti punge un ragno radioattivo e nel giro di un minuto la tua vita cambia completamente.

(In peggio, se no non vale)

Osservare gli Stati Uniti dalla periferia dell’impero-di-fatto che hanno costruito nel ventesimo secolo ha qualche vantaggio. A guardare da qui, il nervous breakdown di Britney a metà degli anni duemila ha lo stesso impatto culturale che ebbe l’inseguimento di OJ a reti unificate nel decennio precedente. Lo sbrocco di Brit avviene nei mesi fondamentali per tutto quel processo di transizione culturale che ha trasformato la cultura della real TV anni novanta (Cops, lo stesso caso Simpson, la seconda generazione di celeb-reality, MTV e via andare) nella spina dorsale di quello che qualche anno dopo potrà essere più o meno identificato come la cultura dei meme, vale a dire quell’insieme di processi culturali per cui un singolo pezzo di informazione viene tolto dal suo contesto originario e inserito a forza in ogni possibile declinazione dell’esistente -meno c’entra, meglio è. La tesi secondo cui sia tutto stato scatenato dallo sbrocco di Britney è senz’altro scorretta: per creare le condizioni strutturali c’era voluto un decennio di internet culture. Ma non è nemmeno esatto dire che l’episodio sia stato del tutto ininfluente sul processo di cui sopra. La rasatura di Britney ha messo a repentaglio la sanità mentale del sistema mediatico che avrebbe dovuto raccontarla, e probabilmente è stato l’episodio giusto al momento giusto per un sistema che aveva voglia di sbroccare definitivamente. Nemmeno per OJ era successo, in fondo: l’omicidio Brown/Goldman aveva tenuto banco per mesi presso l’opinione pubblica americana, in un sistema informativo costruito su automatismi brutali che costrinsero la vicenda ad espandersi a macchia d’olio; ma in fondo il caso OJ era una profanazione di superficie all’interno di una caso di cronaca – un omicidio molto dozzinale all’interno di una enclave di privilegiati. La parabola di OJ era una cautionary tale in cui il Paese Reale imparò a nutrire i primi sospetti sulla pretesa innocenza dei Ricchi&Famosi, ma l’assoluzione del protagonista aveva negato al pubblico la morale in chiusura. La parabola di Britney fu un episodio di ordine religioso: una popstar era uscita dal controllo e si stava deturpando a reti unificate, e il management non poteva manco esigere i diritti d’autore sul filmino. A dispetto di poche informazioni contraddittorie accumulate lungo il decennio precedente, si era scoperto che Britney era come noi. Ogni pezzo sembrava magicamente finito al suo posto: Britney era una bellezza non così inarrivabile, benedetta da doti canore non così eccezionali, e si era trovata allo sbando in un sistema al quale le sue facoltà mentali non le permettevano di sopravvivere. Negli anni della sua massima esposizione l’assenza di qualità ultraterrene aveva fornito argomenti ad un genere letterario di nicchia che era basato sullo sfotterla. Un banalissimo fallimento dell’ultraliberismo – si fosse preso il disturbo di darle un po’ di sostegno, il sistema non avrebbe subito l’attacco frontale del suo breakdown. Venire a conoscenza delle sue difficoltà, be’, è stata dura; a nessuno piace ammettere di aver fatto parte del gruppo di stronzi che alle medie sfottevano il ciccione della classe.

Non abbiamo mai avuto occasione, come comunità musicale, di elaborare a dovere il collasso di Britney. La sua condizione è stata ridotta quasi immediatamente ad un complesso meccanismo di detti e non detti, mischiati ad una generosa dose di pietà collettiva e a un certo disinteresse che stava già circondando il personaggio. Quella di Britney non può essere una cautionary tale alla OJ: non si può esigere fibra morale da una che era popstar da minorenne. Costretto a correre ai ripari, il mainstream ha deciso di implementare per l’unica opzione a sua disposizione: cambiare il modo in cui raccontava le sue popstar.

Il trionfo di Billie Eilish ai Grammy è stato un grande momento per chiunque si prenda il disturbo di spacciare narrazioni rock. Claudio Todesco, su Rolling Stone Italia, scrive ad esempio che “Billie Eilish è una anomalia del sistema, è un’individualità che si afferma proprio perché lontana dai metodi spersonalizzanti dell’industria discografica.” Il riferimento è al fatto che, come si accennava sopra, Eilish produce i dischi in autonomia assieme al fratello, tagliando fuori dalla fase produttiva il sistema-musica che ha tentato invano di scolarizzarla – un sistema che si è visto consegnare il master dell’album più caldo dello scorso anno. L’affermazione di Todesco in apparenza sembra abbastanza giusta, e buona parte del successo di BAD GUY è del resto dovuta al fatto che, anche in Italia, suonava un pochino diversa all’interno di una programmazione radio in cui tutto suonava uguale. E quell’atteggiamento da punkabbestia ripulita rende Billie naturalmente simpatica agli occhi del pubblico più snob. I Grammy vinti dalla cantante sono stati salutati come un evento-chiave della storia del pop, forse perfino l’indicazione che qualcosa di profondo stia succedendo sotto gli occhi di tutti, come quando Dylan urlò play it fuckin’ loud al suo gruppo.

Non credo che Todesco o Josh Eells siano in malafede, ma questo non toglie che siano in errore. Il bisogno di analizzare una contingenza (tutt’altro che) inspiegabile giustifica l’esistenza degli articoli, ma la lungimiranza è così scarsa da sembrare quasi dolosa -uno scaricabarile istituzionale di dimensioni ciclopiche, a dir la verità. Billie Eilish non ha successo per via della sua individualità. Billie Eilish ha successo perché la sua individualità si trova nella fortunata condizione di arricchire il sistema. Ha successo perché ha fatto un buon disco, e per una serie clamorosa di circostanze casuali che si sono allineate al momento giusto. Varrebbe la pena di chiedersi cosa racconterebbero un pubblico e una stampa compiacenti di fronte ad alcuni scenari leggermente diversi. Proviamo a immaginare, ad esempio, se invece che una ragazza talentuosa e insicura che reclama la propria indipendenza, Billie Eilish fosse una ragazza talentuosa e insicura che reclama la propria indipendenza e opinioni politiche di estrema destra. Se fosse una sostenitrice attiva di Trump e della NRA e/o mettesse in giro fake news in odore di alt-right dal suo canale Facebook, ad esempio: a quale intellettuale fregherebbe del fatto che si fa i dischi in cameretta? Oppure, peggio, proviamo ad immaginare dove andrebbe a finire l’accorata empatia della stampa per la fragilità di Billie Eilish, in un plausibilissimo futuro prossimo in cui il suo nuovo disco facesse schifo o, semplicemente, non scalasse la top ten di Billboard. La narrazione intorno a Billie Eilish garantisce libertà a Billie Eilish, e a quella libertà la vincola: qualunque inconveniente si manifesti sulla tua strada, sono cazzi tuoi.

Il messaggio è diametralmente opposto a quel che sta scritto negli articoli che celebrano la libertà e l’indipendenza della popstar californiana. Il messaggio è che puoi essere chi vuoi, a patto che vada bene a noi. La celebrazione reale di Billie Eilish è quella delle sue performance commerciali, dei suoi concerti esauriti coi ragazzi che urlano e di un pupazzetto colorato che potremo buttare nel cesto dei giocattoli vecchi quando sarà girata la vibra. Nessuno vuole tra le palle una Billie Eilish di scarso successo. La celebrazione di Billie Eilish non tiene particolarmente conto delle opportunità che Billie Eilish, semplicemente esistendo, toglie ad altri artisti che potrebbero occupare il suo posto (nel mondo o in classifica, poco importa); ma il pop si basa su un ricambio continuo e a tempi sempre più serrati. Chi vorrà farsi carico di sostenere attivamente la carriera di Billie fino a un decoroso ritiro da 65enne? Nessuno. Dovrà essere Billie stessa a lavorare, investendo sulla sua arte e sul suo personaggio, tenendo la bocca chiusa ogni volta che incontrerà una controversia, abbracciando le cause giuste al momento giusto e proponendo una versione quanto più plausibile di ciò che significa invecchiare di fronte alle telecamere. Oltre a questo, dovrà muoversi attivamente per impedire ad altri di occupare la sua posizione, in uno dei settori del mercato occidentale in cui la concorrenza è più spietata e asfissiante. Gli auspici, ovviamente, non sono a suo favore. Dovesse non farcela, sarà costretta a ricostruire la propria vita un pezzo alla volta, nel totale disinteresse. Billie Eilish, stando all’intervista di Rolling Stone, è il centro di un sistema chiuso di affetti e relazioni che è stato costruito per resistere a pressioni esterne molto forti – quando la pressione esterna non ci sarà più, è probabile che quel sistema esploda per via della pressione interna. Tutti le auguriamo ogni bene, sia chiaro, ma nessuno si sente particolarmente responsabile della sua sanità mentale. Giusto? Difficile a dirsi.

Britney Spears, ad esempio, rimase molto poco lontano dai riflettori, probabilmente per non toglierla dalla posizione che occupava all’epoca nel panorama del pop (il principale argomento macroeconomico di questi giorni, del resto, è capire come riuscire a continuare a produrre, evitare la stasi). Blackout uscì un semestre dopo la rasatura, grossomodo, in un clima che a più di dieci anni di distanza fa ancora cacar sotto dalla paura. Il sistema attorno a Britney Spears cercava di salvare capra e cavoli. Chiunque pensava che più in basso non si sarebbe potuti cadere. Non è stato così, a dire il vero. La celeberrima apparizione ai VMA del 2007, seminuda ed in evidente stato confusionale, venne sfottuta urbi et orbi e fatta a pezzi a livello critico dai pochi analisti che ebbero il coraggio di degnarsi (l’episodio che generò Leave Britney Alone, se vi ricordate). Le condizioni ambientali dello stardom musicale ne chiesero la sopravvivenza, e le hanno consentito di continuare a svolgere con una certa diligenza il proprio mestiere di popstar, magari non più sulla cresta dell’onda ma comunque in maniera più che dignitosa, senza che nessuno si sentisse di obiettare. Fu depotenziata quel tanto che bastava a non far sembrare troppo sospetta la sua sparizione. Nel parlarne si è sempre usato un certo pudore, in perenne modalità elephant in the room, ma nessuno ha sentito il bisogno di affrontare frontalmente un’evidenza empirica sotto gli occhi di tutti, col risultato che nel periodo che va dall’implosione di Britney Spears all’esplosione di Billie Eilish, Britney ha fatto uscire cinque dischi di inediti.

Le persone che ascoltano la musica sono abituate a non sentire alcuna responsabilità in merito alla salute mentale dei loro idoli. Per 100 fan dei Coldplay in grado di comprendere che Chris Martin può essere infastidito all’idea di dover fare 3 ore di foto con i fan ogni volta che esce di casa, ce ne sono forse 5 disposte a non farsi fotografare con Chris Martin se lo incontrassero in giro per Londra – o dove cazzo vive Chris Martin, insomma. Vorrei poter dire che nel giro dello snobismo indie le cose vanno diversamente, ma ci sono tanti aspetti della musica che non riesci a risolvere nemmeno dopo aver passato 30 anni a comprar dischi. Ascoltare il disco dei Purple Mountains dopo aver saputo della morte di David Berman è stato molto diverso da quel che era stato ascoltarlo prima. Credo sia più che altro dovuto al fatto che ho ascoltato centinaia di dischi depressi e oscuri, gridi d’aiuto più o meno metaforici a cui non è seguita quasi mai una fine cruenta. L’evidenza di certi episodi brutali ti mette a confronto col fatto che la musica non sia necessariamente una rappresentazione lontana e teorica dell’esistente ma, in certi casi, lo rispecchi. In questi casi, si richiederebbe a chi partecipa di esercitare un ruolo attivo, più o meno come nella real TV – qualcuno a un certo punto guarda in macchina e dice “che cazzo stai filmando, stronzo, vieni a tamponare il sangue”.

(È un processo che funziona anche a rovescio, com’è ovvio. Si leggono spesso articoli che parlano di come Facebook e gli altri social ci stiano rendendo esseri umani peggiori di quel che saremmo. A prescindere dal fatto che siano quasi sempre articoli di merda, il punto di vista è abbastanza ragionevole. L’adesione a certi livelli di instagram-pensiero ha contribuito a far sì che la celebrità smettesse di essere un effetto collaterale del proprio impiego di attore o cantante, e diventasse un impiego vero e proprio, o più esattamente una classe lavoratrice. Se la definizione di “popstar” individua una persona che utilizza l’ammirazione degli altri per trarre qualche piccolo vantaggio personale, i social hanno prodotto tante piccole e medie popstar. Questo, naturalmente, a fronte di un fabbisogno di popstar-per-consumatore che è rimasto più o meno uguale: ognuno può farsi carico di interessarsi attivamente a poche decine di personaggi famosi. Dal mio punto di vista non cambia moltissimo star dietro a Cindy Crawford o a Giulia De Lellis, ma il mio attention span mi proibisce di star dietro ad entrambe. Questo a sua volta ha fatto sì che lo stardom diventasse un business molto più concorrenziale di quel che era venti o 30 anni fa, e quindi ad un mondo del pop in cui i conflitti di attribuzione sono la regola del giorno – l’ex Ministro dell’Interno si fotografa mentre mangia gli spaghetti col tonno in scatola e gli youtuber da cameretta pubblicano video-sfogo in cui raccontano di essere assediati dagli stalker. Ce ne accorgiamo in questi giorni in cui molte piccole e medie popstar, ma anche tanti utenti più o meno comuni, organizzano dirette Instagram di fortuna a beneficio di un pugno di viewers – fenomeni pazzeschi in cui si mischiano la volontà di far passare il tempo alle persone, il bisogno di essere pubblici in qualche modo e la ricerca forsennata di contatti superficiali, magari anche solo per creare artificialmente un gap tra due ordini di relazioni umane – è solo un’ipotesi, sia chiaro, ma è probabile che una struttura di rapporti casuali e sacrificabili sia il principale nutrimento della struttura relazionale dei nostri affetti più cari. Questo, ovviamente, vale anche a rovescio, nella misura in cui siamo assolutamente disposti a comprendere la sofferenza dietro i nostri dischi preferiti ma non necessariamente a fornire sostegno attivo alle persone che li hanno registrati. Il fatto che mixare pubblico e privato sia una pratica così redditizia, diciamocelo, non aiuta).

Lo sbrocco di Brit ha fatto scoppiare il cuscinetto d’aria che nella popstar degli anni novanta teneva separate la persona privata e la persona pubblica. Il denominatore comune tra i due estremi è una certa necessità di far coesistere un’esistenza pubblica ed un’esistenza privata, una nuova tassonomia del contatto umano. È un processo ancora in nuce le cui innumerevoli applicazioni pratiche sono da considerarsi poco più che esperimenti, di successo peraltro altalenante. Tutte le popstar esplose dopo lo sbrocco di Britney si sono viste inoculare una dose di real TV, variabile nel quantitativo e nelle modalità di inoculazione. Se siamo disposti a considerare l’esistenza di una sorta di Grande Coscienza del pop, un deus ex-machina che funziona sulla base degli automatismi, si può pensare che una volontà superiore stia provando da anni a ricreare in laboratorio l’incidente della parrucchiera, nel tentativo di trovare una narrazione che riuscisse a disinnescarlo. Spesso sono stati successi assoluti. La meravigliosa storia di empowerment di cui è protagonista Rihanna, oggi clamorosa imprenditrice di se stessa, inizia più o meno in concomitanza con il leak delle foto del suo pestaggio. Documentari come Five Foot Two e Miss Americana sono prodotti dalle protagoniste del documentario, e mettono in scena una versione controllata delle loro dolorosissime odissee all’interno di questioni private di cui i loro ascoltatori non chiedevano necessariamente d’essere messi a parte. Così come le avvilenti narrazioni sulla telenovela Jay-Z/Beyoncé -ha tradito, non ha tradito, è successo o non è successo questo, si sono riconciliati o non riconciliati – che hanno alimentato, o sono state alimentate, dall’analisi dei testi di una mezza dozzina di album – a torto o ragione considerati capolavori pop. Altre volte le narrazioni hanno distrutto delle popstar, come nell’avvilente caso di Kesha (la quale dopo un lustro di cause legali, spettri di abuso, tristissime questioni personali e una campagna d’opinione di successo con tanto di hashtag, è fuori da un paio di mesi con un disco sull’etichetta di Dr. Luke), stendendo un velo pietoso su R Kelly e gente simile.

Il processo, come detto, sembra ancora in corso. La nuova generazione ci ha portato un genere di fragilità diversa, umana, fortemente intellettuale – Billie è l’esempio perfetto: un suo possibile breakdown è quasi sancito nelle premesse alla sua esistenza di popstar. Non molto diverso il racconto di una come Charli XCX e perché no l’ultimissima incarnazione di Dua Lipa: si inseriscono alla perfezione in questo contesto di fragilità impegnata con evidente spinta intellettuale, corpi pop molto più periferici e sacrificabili a cui un’esistenza pubblica è riconosciuta solo a fronte dell’apparente bontà dei dischi che fanno uscire. Probabilmente inadatti a tempi di pandemie e panico globale, ed ecco infatti che nel momento del bisogno ricominciano a spuntare i meme di Britney, metafora di un pensiero occidentale in procinto di perdere la brocca. Gli sporadici squarci sul pietoso silenzio che l’ha tenuta lontana dalle cronache nell’ultimo decennio sono agghiaccianti: cause su cause, problemi con l’affidamento dei figli, ipotesi di ritiro definitivo dalle scene, voci sul fatto che sia interdetta a gestire le proprie finanze da almeno un decennio. Se questo è il caso, dobbiamo accettare che forse Britney Spears è l’unica grande popstar della sua epoca, l’unica che sia riuscita a sopravvivere alla distruzione della sua forma mortale senza l’aiuto dei dischi usciti a suo nome. Che sia necessario che continui ad esistere come avatar, come immagine residua di un’altra epoca dello stardom musicale, una specie di glitch del pop continuum alla cui sopravvivenza, per qualche motivo insondabile, sembra essere ancora fondamentale.


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