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di Mauro Fenoglio

La storia della musica popolare è (anche) legata a etichette discografiche che, con i loro cataloghi, ci hanno lasciato un’idea estetica memorabile e unica. In particolare nel Regno Unito, soprattutto a partire dagli anni 80. Con l’avvento del punk e le sue figliazioni post, il concetto di “sei quello che ascolti” diventa un vero principio esistenziale. L’identificazione totale con certi suoni esonda, fino ad abbracciare lo stile delle immagini delle copertine dei dischi, il lettering, i colori. E allora, le fonti d’ispirazione letterarie, cinematografiche o addirittura filosofiche, che alimentano le modalità di pubblicazione dei dischi diventano esse stesse parte di quello che di quello che ascolti e, quindi, di quello che sei. La prima 4AD, la Factory a Manchester, la Postcard a Glasgow o la Sarah a Bristol, la prima Warp, per dire solo di alcune. In anni diversi, con diverse prospettive ed interessi, accomunate tutte da un rigoroso senso del dover attenersi ad un preciso (e riconoscibile) canone estetico. A volte anche programmando la propria fine, come parte di quel canone e approccio incompromissorio.

Il fondatore della Blackest Ever Black, Kiran Sande, rispondeva già così a Resident Advisor, riguardo la fine della sua etichetta (era nata da poco). “Certo, anche se non c’è ancora una data. È importante non stare oltre il lecito, ma anche non lasciare prima che la missione sia compiuta. Quando staccare la spina è oggetto di ansia, così come lo è pensare a quanto spesso pubblicare dischi. Molte etichette diventano irrilevanti dopo dieci dischi pubblicati, ma insistono nel continuare, pubblicando cose di valore sempre più trascurabile”. Il londinese Sande, già editore responsabile della pubblicazione on line FACT Magazine, lancia la sua avventura discografica nel 2010, pubblicando il primo 12” del misterioso duo Raime. Il nome della label, mutuato dal titolo di un album elettroacustico del 2007, di Russell Haswell e Florian Hecker. La chiude nell’inverno di nove anni dopo, con una compilation di dieci pezzi a nome di artisti legati alla casa o semplicemente simpatizzanti, dal titolo emblematico A Short Illness From Which He Never Recovered. Il saluto (su Bandcamp), un epitaffio: “Se crei quello che c’è dentro di te, quanto crei ti salverà. Se non crei quello che c’è dentro di te, ciò che non crei ti distruggerà”. Perché BEB è stata una delle esperienze più credibili del decennio scorso, per provare ancora a rappresentare i principi di un’esistenza attraverso la musica. Con un approccio rigoroso, senza compromessi, in qualche modo desueto e orgogliosamente fuori moda. Con lo sguardo all’epopea fredda e artigianale del post punk, alla morbida perversione di Burroughs e Ballard, alla romantica fuliggine della filigrana wave anni ’80, alla pece dolorosa dell’industrial, riunite in un abbraccio (anche malinconico), per ridare significato ai ritmi del club. “Ho iniziato qualcosa di personale, per le stesse ragioni che avrebbe avuto chiunque: rimorso, invidia, vendetta”. Una faccenda dove la serietà e l’ombra non sono solo posa, ma esigenza, soprattutto in un mondo in cui tutto sembra diventare negoziabile e, quindi, prescindibile. Il motore è l’insoddisfazione per l’evoluzione della cultura dance (di cui Sande è frequentatore). In una scena diventata, alla fine degli anni zero, molto conservatrice, dove non c’è più spazio per interrogarsi su significati o sulla necessità del rischio, Sande prova a iniettare infettiva linfa vitale. “Come per il punk. Una musica che cambia il modo in cui una persona si muove, collegando ogni suo singolo atto, è una musica che mette in discussione l’esistenza di quella persona. Non voglio illudermi che Blackest Ever Black ci riesca, ma l’ambizione di farlo è l’unica cosa che conta”. E allora non solo la scelta dei suoni, ma anche i riferimenti letterari (Sande è un avido lettore di sci fi e gialli inglesi) e, come per tutte le etichette che hanno dato inizio ad una loro piccola epopea, la veste grafica.

La creatura di Sande, lungo il suo percorso, riplasma la materia oscura della wave, distillandone sia la sostanza romantica che quella più ermetica e trasgressiva. Con copertine (soprattutto all’inizio) che s’ispirano al noir d’annata (in qualche modo, affini al design dei dischi dei Naked City), per diventare manifesti di coscienza ideologica e (a volte) di trasgressione. In realtà, i germi nella musica elettronica britannica di fine degli anni zero, sono già tutti presenti. Quel monumento alla techno più scura che è Feed Forward dei Sandwell District (e Regis, uno dei produttori dietro alla sigla, pubblicherà per BEB), e l’inizio dell’oscura avventura hauntologica dei Demdike Stare. Riferimenti che Sande vede più come affinità puramente formali che sostanziali. La sua e un’esperienza aliena, in un decennio dove l’intransigenza non fa certo moneta. Per questo, ancora più entusiasmante. Impossibile prescindere dai Raime, quando si parla di BEB. Sande ricorda: “Avevamo gli stessi gusti e riferimenti. La stessa paranoia e pretestuosità ed eravamo allo stesso livello di disaffezione. Trovavamo più sollievo in Earth2 che nell’ultima moda dance da trovare su internet”. Drones, doom, rigore metal, l’irresistibile nostalgia per la jungle del ’93 e la fascinazione fetish saranno il motore, per accomunare artisti e album. Con un approccio squisitamente artigianale e completamente dedicato alla missione. Come dichiara a FACT, nel 2016: “A parte Sanjay che mi aiuta con ordini e spedizioni, faccio tutto da solo. Dalla concezione delle copertine ai contratti di distribuzione. A volte sono costretto a chiedere ai nostri artisti di pazientare con me. Ci sono pochi lussi che un’etichetta indipendente può garantire agli artisti. Uno di questi è la garanzia di spendersi per far uscire comunque il disco”. Quasi un cortocircuito con le leggendarie esperienze di etichette DIY, a cavallo fra gli anni 70 e gli 80. Un’alternativa vitale alle secche di un’industria discografica che s’accomoda nelle sicurezze della routine. Spirito indomito, tradotto nel percorso musicale del catalogo che, partendo dall’elogio dell’oscurità nel ritmo, diventa indagine su esperienze ai margini della storia (Officer!, il jazzista Jac Berrocal, l’ex This Heat Gareth Williams), fucina di brillanti talenti (Carla Dal Forno), scrigno per meravigliosi misteri (Tomorrow The Rain Will Fall Upwards) o vetrina per eroi del rumore (Dominick Fernow – Vatican Shadow o William Bennett – Cut Hands). Quando il prendersi dannatamente sul serio diventa ineludibile esigenza artistica. Ancora Sande per Resident Advisor nel 2011: “Qualsiasi visione del mondo che non ammetta l’umorismo, è incompleta. Credo che chiunque segua la Blackest Ever Black da vicino, possa anche discernere occasionalmente un velo di sottile e ovattata allegria, immersa nell’oscurità. Ma finisce lì. Per il resto BEB è molto seria e votata alla colpa, e io ne sono orgoglioso, perché è così che dev’essere per significare qualcosa. E far si che il significato penetri. Non vogliamo essere i vostri amici”.

E allora proviamo a disegnarlo il cuore di tenebra della Blackest Ever Black, attraverso 15 titoli scelti dal suo indimenticabile catalogo.

1Raime – Raime EP (2010)

L’inizio di tutto. Tre pezzi da circa sei minuti ciascuno per indicare un percorso. Il duo londinese formato da Joe Andrews e Tom Halstead è una fucina in cui i ritmi ritrovano memoria del loro significato. La nostalgia recente per l’irripetibile stagione rave degli anni ’90 inglesi, il DNA oscuro della wave e dell’industrial, riunite in composizioni che riattualizzano un’appartenenza per salvare l’elettronica dall’autoincensamento. The Foundry e We Must Hunt Under The Wreckage Of Many Systems come moniti di quanto verrà dopo.

2Gareth Williams & Mary Currie – Flaming Tunes (2012)

Una delle missioni di Sande è quella di dare voce a progetti sconosciuti o dimenticati del passato, che trovano affinità con l’oscura narrativa del catalogo, riuscendo a rivelarne la freschezza. Gareth Williams (ex This Heat) pubblica una misteriosa cassetta nel 1985, insieme all’amica d’infanzia Mary Currie. Una collaborazione nata sul piano personale. I due registrano in una stanza piena di strumenti, a casa di Williams, mentre il figlio di lei è all’asilo. Oggetti su cui percuotere ritmi, sintetizzatori minimali, improvvisazione e materia grigia. Una sorta di This Heat domestici e minori, con Breast Stroke bizzarra e tenera ipotesi di avant pop ante litteram.

3Raime – Quarter Turns Over A Living Line (2012)

Uno dei capolavori degli anni 10. Il verbo dei Raime nella sua più perfetta realizzazione. L’elettronica che legge il momento di un intero continente (l’Europa) attraverso le sue ansie, le incertezze per il futuro, il senso di abbandono, l’uscita di scena dalla storia. Vengono chiamate a raccolta tutte le possibili narrative oscure degli ultimi trent’anni, per immergerle in un’ipotesi di dubstep terminale, dove non c’è nessuna concessione alla luce. Il duo londinese si erge ad ultimo baluardo dell’hardcore continuum britannico, dove l’eco delle memorie recenti diventa principio di vita. Il (meraviglioso) rovescio della medaglia dell’inarrivabile epica di Burial.

4Rainforest Spiritual Enslavement – Black Magic Cannot Cross Water (2012)

“Una misteriosa scatola di cassette ritrovata al mercato di Port Moresby, registrata da un gruppo di missionari cristiani, prima della loro sparizione nella giungla, durante gli anni 80”. Dominick Fernow (Prurient, Vatican Shadow) s’inventa esploratore di paurose (e impossibili) giungle tropicali. Anonimità rivendicata che, in realtà, svela un eccellente esperimento di ambient tribalista, fra strati di drones umidi e agghiaccianti, percussioni scure e profonde. Un rituale affascinante, perfetta colonna sonora per un nuovo viaggio nel cuore di tenebra.

5Barnett + Coloccia – Retrieval (2013)

Faith Coloccia e Alex Barnett per un esempio di post metal contemplativo. Nastri manipolati e strumenti acustici stratificati su onde radio e sintetizzatori. Registrato magistralmente da Randall Dunn (Earth e Boris), come meditazione annebbiata dal rumore, desolazione ambientale, sapori neo folk e confini doom. L’episodio più vicino ad un’interpretazione metal del catalogo BEB.

6Moin – EP (2014)

Chitarre, basso muscolare e batteria deumanizzata al sequencer. Questa la ricetta della variante post rock dei Raime. Cambiano incidentalmente riferimenti (Steve Albini e i This Heat), ma non l’approccio. Rigoroso, preciso, attento ad ogni dettaglio. Murphy è una creatura malsana di spasmi chitarristici e percussioni circolari, Clancy è un intenso confessionale post metal. Un’esperienza unica, sicuramente da approfondire in futuro.

7Prurient – Through The Window (2014)

Prurient scende nel dancefloor. Poco dopo il suo acclamato Bermuda Triangle, Fernow punta l’attenzione della sua creatura più rumorosa verso i ritmi. Immergendo la tradizione della techno europea più scura in un bagno primordiale di rumore emotivo, riuscendo a produrre un oggetto equilibrato fra esigenze ritmiche, oscurità ed emozione dark. Ancora oggi un episodio molto specifico della discografia di Prurient.

8Tropic Of Cancer – Restless Idylls (2014)

L’anima romantica della BEB. Il progetto di Camella Lobo all’esordio lungo su BEB (dopo l’eccellente EP The Sorrow Of Two Blooms). Prodotto da Karl O’Connor (Regis), riaggiorna le dinamiche più malinconiche della dark wave anni ’80, rimanendo comunque vitale e fresco. Chitarre e sintetizzatori progettati per sedurre e leccare le ferite. Children Of A Lesser God e Court Of Devotion sono nuove pillole per chi non può fare a meno delle malinconie dei primi Cure.

9F Ingers – Hide Before Dinner (2015)

Il trio australiano che rivela il talento di Carla Dal Forno. Insieme a Tarquin Manek (già con lei nei Tarcar) e Samuel Karmer. Una meditazione dolcemente inquietante sulle memorie dell’infanzia. Elettronica minimale, spunti di folk vintage, ammantati nella nebbia del ricordo. Un sorprendente punto d’incontro fra la ricerca di The Caretaker e il soffio hauntologico dei Broadcast.

10Jac Berrocal, David Fenech, Vincent Epplay – Antigravity (2015)

BEB incontra l’avanguardia francese, Jac Berrocal trombettista di culto e collaboratore di Nurse With Wound e Steven Stapleton, si unisce a David Fenech e Vincent Eppplay per mettere in scena un’elegante collezione che unisce il jazz alla musica concreta e al dub. Il tutto suonato con la freschezza di una band post punk. Sicuramente l’album più involontariamente psichedelico dell’intero catalogo.

11Caroline K – Now Wait For Last Year (2016)

L’altro gran ricupero della BEB. Ristampa rimasterizzata e pubblicata in collaborazione con l’austriaca Klanggalerie, dell’unico album solista (1985) della sfortunata fondatrice (morta di leucemia qualche anno fa) dei Nocturnal Emissions. Ispirato da un libro sci fi di Philip Dick è un magnifico piccolo esempio di ambient autunnale e spettrale decadimento sintetico. Raggruma tutta la malinconia fredda di musiche quasi sul punto di sparire, prima di trasformarsi in altro.

12Tomorrow The Rain Will Fall Upwards – Wreck His Days (2016)

In una realtà alternativa, uno dei migliori dischi del decennio. L’apoteosi dell’estetica BEB, insieme ai Raime. Dopo un enigmatico 10” (How Great A Fame Has Departed), il misterioso collettivo crea un manifesto politico. Riferimenti alla guerra civile spagnola e alle lotte dei minatori inglesi, calati in un turbinio che s’alimenta di fremiti dark, elettronica artigianale, esperimenti noir, estasi post punk e campionamenti, sfiorando la perfezione d’equilibrio fra forma e sostanza. Inarrivabile.

13Dalhous – The Composite Moods Collection Vol. 1: House Number 44 (2016)

Il duo scozzese formato da Alex Ander e Marc Dall all’epilogo della trilogia dedicata all’infermità mentale. Il diario doloroso della coabitazione fra una persona sana ed una malata. La fascinazione per le colonne sonore noir di fine ’80, le fughe cosmiche di Klaus Schulze e un tocco di millenarismo che guarda ai connazionali Boards Of Canada, per il capitolo più riuscito della serie.

14Carla Dal Forno – You Know What It’s Like (2016)

L’esordio lungo della cantautrice australiana. Forse l’album che ha avuto più riscontro commerciale per la BEB. Diario d’inquietudine, fra nomadismo al crepuscolo e stanze spoglie. Tastiere discrete, brumose melodie appena abbozzate e piccoli dolori, per una sinfonia domestica dedicata alla solitudine.

15Various – A Short Illness From Which He Never Recovered (2019)

Il capitolo finale. La missione è terminata. Dieci acquarelli come fantasmi, come brandelli di ricordi, lasciati da un amico che se ne va. Carla Dal Forno (che coverizza The Kiwi Animal di Julie Cooper, qui intitolata Blue Morning) e altri artisti minori, non strettamente legati alla BEB, che ne omaggiano la dipartita. Pop crepuscolare e ambient uggiosa. Fra loro i Lightning In A Twilight Hour di Bobby Wratten dei Field Mice. La BEB come la Sarah Records. La missione ha un inizio e una fine, come la vita.


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