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di Davide Agazzi

Mica facile essere Matt Pryor.
Capita che la vita ti giochi brutti tiri, tipo che hai praticamente dato vita, partendo dalla tua cameretta nel Kansas – non esattamente l’epicentro del rock – ad un vero e proprio genere, l’emo. Certo, le cose non si fanno da soli, ed anche Weezere Sunny Day Real Estatehanno avuto il loro peso nel generare una scena che aspettava solo di essere etichettata, brandizzata e rivenduta nei mall americani. Ma poi le cose sono diventate grandi, enormi, ingestibili, i numeri sono cambiati – così come le facce attorno – e quell’etichetta, dopo aver cambiato significato, cominciava pure un po’ a puzzare. Se da una parte altre band hanno fatto di tutto per appropriarsi di quel titolo, quelle che l’avevano generato – paradossalmente, o forse no – si muovevano all’unisono in direzione contraria nell’improbabile tentativo di distanziarvisi il più possibile. Vallo a spiegare ai tuoi fan che tu coi Fall Out Boy non ci incastri niente. Che nessuno nella tua band ha mai pensato di tagliarsi o di ricorrere all’eye-liner per tentare di arraffare del carisma a buon mercato. Eppure oggi il buon Pryor sembra aver fatto pace con quella parola e con la sua genesi. Nel corso dei 20 minuti al telefono nei quali ripercorriamo gli ultimi 20 anni della band, Matt ha una sola esitazione, una sola inflessione nella voce, che pare scurirsi quando gli faccio notare che Problems, il nuovo disco, mi ha ricordato tantissimo Something To Write Home About del 1999, il secondo lavoro della band, l’album che fu alfa per gli altri e omega per loro. È quello il disco che porterà la band al successo mondiale, segnando di fatto un vero e proprio momento spartiacque, per il gruppo di Kansas City, che si troverà vicino all’implosione generando, al contempo, decine di imitazioni. Ma non era solo il suono, in fondo non così lontano da quanto avveniva nell’assai più cazzona California, a smarcarli da tutti gli altri, quanto l’attitudine, molto più intrisa di spleen adolescenziale e noia quotidiana rispetto a tante altre band che, terminata la favola triste del grunge, avevano capito che per trionfare in classifica era necessario tornare a sorridere. Il successo del disco è tale da venir supportato da un tour mondiale che durerà due anni, al termine del quale, però, Pryor e compagni sentono il bisogno di cambiare aria. Il fenomeno emo, o comunque quello che viene spacciato per tale, sta esplodendo in forme e numeri impensabili fino a quel momento, e i Kids scelgono di invertire la rotta pubblicando On A Wire, un disco orgoglioso, ma che non raccoglie le stesse fortune del precedente. Nonostante Something rimanga il loro album di maggior successo, e con la possibilità di giocarsi la carta del ventennale, il disco non verrà celebrato con un tour dedicato così come impongono le regole odierne di un music business sempre più intento a raccogliere anche gli spiccioli. Chiamo il numero fornitomi dall’ufficio stampa e all’altro capo del telefono si fa vivo subito lui. Niente segretaria o assistente, nessun intermediario di sorta. Una rarità, al giorno d’oggi.

Il vostro nuovo album si apre con Satellite, canzone che hai affermato essere stata ispirata da tuo figlio, un ragazzo particolarmente introverso e timido.

“È così. Non è una canzone su di lui, ma lui è stata l’ispirazione. Poi mi sono accorto, anzi, mia moglie si è accorta, che non stavo più scrivendo di lui, ma di me. Anche io ero come lui, me ne stavo sempre per le mie”.

Come ti fa sentire, questa cosa?

“È mio figlio, credo che abbia senso. È una sensazione che mi fa stare bene”.

Perché avete dedicato una canzone a Lou Barlow dei Dinosaur Jr.?

“In realtà, anche in questo caso, non è un pezzo su di lui. È un pezzo che si chiama come lui, ma parla di altro. Neanche lo conosco Lou, ma il pezzo ormai era fatto ed era troppo divertente per essere cambiato, per cui l’abbiamo tenuto”.

Il disco non è ancora fuori, ha avuto modo di sentirla? Come l’ha presa?

“No, non l’ha sentita, non che io sappia. Ma immagino che qualcuno, prima o poi, glielo dirà”. (ride)

C’è stato un EP, Kicker, ma, escluso quello, come band siete fermi da 8 anni, il vostro ultimo lavoro risale al 2011. Che tipo di obiettivi vi eravate prefissati per questo disco?

“Non saprei, non parlerei di obiettivi. Diciamo che abbiamo continuato il nostro percorso, ma abbiamo cercato di fare un disco che potesse piacere a tutti i nostri fan, dove tutti potessero ritrovare un qualcosa, quel qualcosa, che li ha fatti innamorare della nostra band. Volevo dare qualcosa a tutti, anche a quelli che hanno amato solo i primi due dischi”.

Devo dirti che la prima volta che l’ho ascoltato mi sono subito sentito a casa. Mi ha ricordato moltissimo Something To Write Home About, il disco col quale vi ho conosciuti.

“Sicuramente c’è anche un po’ di quello”.

Dato che l’abbiamo nominato, quell’album usciva esattamente 20 anni fa, era il 1999. Come giudichi quel disco, oggi? Che tipo di rapporto hai con quel lavoro?

“Devo dire di aver sviluppato un senso di distacco verso quel disco. Abbiamo suonato troppe volte quelle canzoni. È un po’ come andare in bicicletta, è sempre la stessa cosa, ma conosco anche il valore che quel disco ha per moltissime persone, e quindi, col passare degli anni, ho imparato a rispettarlo e a riconoscerlo. Devo dire che, tutto sommato, abbiamo un rapporto positivo”.

A questo punto vorrei chiederti cosa rappresenta per te la parola emo, un’etichetta che vi è stata appiccicata, e che per un certo periodo ha avuto anche una sua validità, ma che in seguito ha assunto connotati completamente differenti.

“È un qualcosa che non abbiamo scelto noi. Inizialmente il termine non aveva accezioni denigratorie, poi le cose sono cambiate, ma abbiamo cercato di non pensarci. È una parola strana, perché vedi.. è un po’ tipo la parola punk, che sembra avere un significato diverso per ognuno. Voglio dire, che significa emo? Cos’è emo? I Sunny Day Real Estate? O i Fall Out Boy? È un termine troppo fluido, e oggi è ormai qualcosa che usiamo solo per prenderci per il culo a vicenda. Credo sia nella natura delle persone etichettare tutto e tutti, non è un qualcosa che si può controllare”.

Com’è composta la scaletta per questo tour? Non è che per caso rifarete Something To Write Home About nella sua interezza, data l’occasione del ventennale?

“No, non rifaremo un tour su quel disco. In linea di massima, quando facciamo la scaletta, mettiamo prima quelle tracce che sappiamo che ogni fan vorrebbe sentire dal vivo, quelle canzoni che dobbiamo fare comunque per non mandare via nessuno scontento. Da Something faremo quindi 4 o 5 tracce. E poi scegliamo 4 o 5 wild card diverse per ogni sera”.

Immagino che Out of reach sia uno di quei 4 o 5 brani imprescindibili.

“In realtà no. È un brano che suoniamo quando fa caldo, quando siamo stanchi, o quando a qualcuno si rompe una corda. Per cui, chissà”.

Sarete in Italia a maggio, per due date. Che esperienze avete avuto col nostro paese?

“Fantastiche! Alcune delle robe più folli ci sono successe da voi. La prima volta che abbiamo suonato in Italia, ad esempio, eravamo in una specie di squat, in una città di mare. Non ricordo il nome, è Jim (Suptic, il chitarrista) quello che si segna tutti i nomi dei posti dove abbiamo suonato. E poi ci fu un altro tour, dove invece ci trovammo in questa specie di castello occupato da anarchici. Una roba incredibile”.

Cosa ascolti in questo periodo?

“Ascolto… mmm, ascolto diverse cose tramite mia figlia, che ha 17 anni e suona in una band punk. Tipo Sidney Gish o le inglesi Monkey Girls, che ci faranno l’apertura per tutte le date in Europa”.

La band passerà dal nostro paese per due date, il 13 maggio a Bologna (Locomotiv Club), ed il giorno seguente a Milano (Magazzini Generali).


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