Dieci minuti di panico: Peter Murphy è appena salito sul palco e ha attaccato Double Dare quando, dopo qualche nervoso scambio con i fonici di palco, stoppa tutti e se ne va. “Scusate, l’audio è una merda, buonanotte”. Aiuto. Qualche minuto dopo fortunatamente, i problemi tecnici parrebbero risolti: la band torna e inizia In the Flat Field. Come non detto: a metà pezzo si spegne tutto, e stavolta è pura sfiga, è saltata la corrente in tutto il quartiere. Birretta, sigaretta, e ci si riprova. Sarà la volta buona? Sì, buona la terza, finalmente si riparte e senza intoppi (ma con scaletta ridotta e un audio che comunque non è proprio il massimo, diciamolo, anche se l’Orion è una location piuttosto appropriata visto il suo aspetto un po’ disco-alternative-dark anni 80) si arriva fino in fondo a questa “ruby celebration”: un’oscura festa per i quarant’anni di quella creatura delle tenebre chiamata Bauhaus, officiata da due quarti della formazione originaria, ovvero David J e soprattutto sua maestà Peter Murphy.

Il quale, tanto per ribadire lo status di re del goth, si (ri)presenta giocando con una corona durante Burning From The Inside, e per il resto dello show ostenta la sua ancora intatta regalità vampiresca con pose plastiche e movenze flamboyant da teatro danza, con l’immancabile luce dal basso a enfatizzare l’effetto grand guignol. Nel mentre scorre la storia della band (e non solo): Silent Hedges, Bela Lugosi’s Dead, She’s in Parties – introdotta da un accenno di Riders On the Storm dei Doors-, Adrenalin, Kick in the Eye, The Passion of Lovers, Dark Entries, che apriva la ristampa del debutto In The Flat Field e qui invece chiude il set prima dell’encore, affidato a due cover, Telegram Sam dei T. Rex e Ziggy Stardust di David Bowie. Brani all’apparenza non vicinissimi all’estetica dei Bauhaus ma di cui in realtà basta andare appena un po’ oltre la superficie per cogliere le congruenze. Lo dice anche Daniel Ash nella nostra intervista: “Peter non fu mai attratto realmente dal punk, lo incuriosivano più che altro le reminiscenze glam interne al movimento”. Tutto torna, tutto – il punk, il glam, il rock, il post-punk – si tinge di nero, che in fondo è sempre il colore più glamorous di tutti.