(Jane’s Addiction – Nothing’s Shocking, 1988 – Warner Bros.)

Riconoscere immediatamente un suono o un gusto è un riflesso automatico e quotidiano. “Rumore”, in collaborazione con Jameson, vi porta a scoprire ciò che li rende riconoscibili.

di Andrea Valentini e Daria Croce

Intorno alla metà degli anni Ottanta, il decennio più condito da synth e pop dance della storia, un’improvvisa deflagrazione rimbomba così violenta da far tremare i vetri in tutto il mondo. Lo scoppio avviene a Los Angeles e a provocarlo è una band dal nome curioso, Jane’s Addiction, ispirato alla coinquilina del cantante, una bella ragazza dai modi eleganti con il vizio dell’eroina. Si chiama Jane Bainter, una creatura “strana e speciale” per Farrell, di cui Navarro dirà: “Era un’anima bella e un cuore ferito, proprio come me”. Nel 1987 il gruppo pubblica una raccolta di brani dal vivo, tra cui una versione acustica e tagliente di Sympathy For The Devil. Ma è con il primo album in studio che i Jane’s Addiction si rivelano i pionieri di un nuovo stile che darà origine al grande fiume dell’alternative rock anni Novanta. Nei negozi di dischi, nelle camerette e nelle autoradio, quello che esce dalle casse quando si mette su per la prima volta Nothing’s Shocking è qualcosa di unico. Se niente è davvero scioccante, quell’album lo è, eccome. Bigotti e puritani d’America gridano allo scandalo già dalla copertina – ideata dal frontman Perry Farrell – che ritrae due gemelle siamesi nude, con le fiamme sulla testa, sedute su una stravagante sedia a dondolo. Quando viene pubblicato, l’album incontra la resistenza delle grandi catene di distribuzione: ben 9 delle 11 presenti negli Stati Uniti rifiutano di tenerlo in stock a causa dell’immagine di copertina. Per aggirare il problema, le prime tirature vengono vendute all’interno di un sacchetto di carta per occultare la foto “scandalosa”. I contenuti delle canzoni, poi, non aiutano certo a consolare gli animi dei benpensanti: sesso, droga, alcol e violenza sono gli ingredienti principali delle 11 tracce del disco. Se non fai parte della schiera dei perbenisti, e soprattutto se sei un ragazzino che suona con gli amici in un garage e fa la cresta sulla spesa per comprarsi i dischi, l’uragano Jane’s Addiction ti risucchia all’istante. Non c’è batterista che non si cimenti nello stile tribale di Stephen Perkins: chi ha la fortuna di registrare un demo, a volte non resiste alla tentazione di piazzare il suo nome tra i ringraziamenti, insieme a mamma, papà, la fidanzata e gli amici.

Dave Navarro è un gioiello di tecnica chitarristica che rende gli assoli piacevoli anche alle orecchie di chi fugge a gambe levate dai virtuosismi delle sei corde. Le sue ritmiche veloci e i riff penetranti si combinano quasi per magia con i giri compatti di basso di Eric Avery, riconducibili più alla new wave che al genere della sua band. È sufficiente l’attacco dell’opening track Up The Beach per capirlo, con quella linea di basso incalzante che fa da tappeto ai vocalizzi di Perry Farrell e alle melodie di Dave Navarro, un duetto che sembra aver spremuto i Led Zeppelin per restituirne l’essenza al gusto Jane’s Addiction. Navarro, peraltro, cita come maggiore influenza a livello di chitarristi proprio Perry Farrell. Stupiti? Non è il caso, visto che Dave spiega così la sua affermazione, raccontando la genesi della versione in studio di un altro pezzo epocale, Ocean Size: “Perry era seduto vicino a me in studio e io stavo suonando delle cose; il sound era buono, ma era ‘rock’n’roll’. Suonava come un chitarrista qualunque che faceva un assolo, così lui mi guardò… ok, non farò nomi, ma allora avevo una storia travagliatissima con una tipa. Chiamiamola Stacy, per darle un nome a beneficio del racconto. Insomma Perry mi guardò e mi disse: ‘Rifallo e pensa a Stacy’. E io gli risposi: ‘Fanculo quella tizia!’. E lui: ‘Pensa a Stacy! Pensa a lei!’. Così suonai pensando a quella ragazza. Lui mi ha insegnato a prendere la mia rabbia e convogliarla nel mio modo di suonare. Ecco cosa intendo dire quando parlo di note dissonanti, stonature e modo di suonare imperfetto, sporco – per me è merito suo”.

Perry Farrell, Bernstein all’anagrafe, cambia il cognome in onore del fratello maggiore Farrell. Il nome d’arte, in realtà, vuole richiamare anche l’aggettivo peripheral (periferico, marginale) perché questo è il mondo che descrive Perry nei suoi testi: quello borderline, fatto di emarginati, tossicodipendenti, prostitute. Un universo che emerge attraverso la violenza delle canzoni, come in Ted, Just Admit It… (“Now sister’s / Not a virgin anymore / Her sex is violent”), che non a caso, nel 1994, entra a far parte della colonna sonora di Natural Born Killers. Voce tormentata e straziante, quella di Farrell, che all’improvviso sa essere soave e leggera, seguendo l’armonia dei brani con un’alternanza da musica classica, se ci passate il paragone. E Nothing’s Shocking, in realtà, questo è: un’opera che non può essere spezzettata nei vari brani che lo compongono, un flusso fatto di parti acustiche ed esplosioni accecanti, una successione di cantati celestiali e urla che ti squarciano l’anima per poi lasciarti lì, sanguinante e lacerato, ma con un sorriso beato stampato sul volto. Per cui potremmo sì descrivere il disco pezzo per pezzo, ma non avrebbe senso. Sono tre quarti d’ora di musica che attraversa l’energia esplosiva di Standing in the Shower… Thinking, il volo sublime di Summertime Rolls e la semplicità perfetta di Jane Says. Potremmo anche raccontarvi che in Idiots Rule la tromba è suonata da Flea e sorridere con voi ascoltando la scanzonata Thank You Boys, ma non lo faremo. Il nostro compito è mettervi in guardia, avvertirvi che, terminata anche Pigs in Zen, potreste trovarvi a supplicare “ti prego, dammene ancora”. E ancora. E ancora. Perché l’addiction, quei quattro debosciati, te la iniettano. E non si torna più indietro.

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