BILAL_SALA_VANNI_0294 copia

di Davide Agazzi / foto di Antonio Viscido

“A Brooklyn il mio vicino di casa era Ali Shaheed Muhammed (DJ e producer di A Tribe Called Quest) e tramite lui conobbi Adrian Young. La seconda volta, ci incontrammo con Adrian ad una jam session natalizia dei Roots e parlammo un po’. Quindi mi spostai a LA, perché mi piace registrare solo in posti assolati. Il che è buffo, dato che invece scrivo sempre in posti freddi e sporchi. E lì ho conosciuto e fatto amicizia con i SA-RA Creative Partners, Flying Lotus e Thundercat, e anche le KING – un gruppo femminile veramente forte. Ma sono amici più giovani di una generazione, rispetto a quelli che ho a New York.

Persone che ti dicono “Hey amico, sentivo la tua roba quando avevo 13 anni! Ed io, “Zitto, cazzo!!” (ride) Quindi gli amici che ho a Los Angeles sono persone che sono state ispirate dalle mie cose e le hanno poi fatte proprie e portate ad un livello successivo, come Anderson. Paak. Ora che ci penso, è così che l’ho conosciuto da giovanissimo, quando era al college viveva a casa di Shafiq [Husayn, dei suddetti Sa-Ra e produttore del suo album Airtight’s Revenge]”.

Ecco, questa estratto dalla chiacchierata col soul singer di Philadelphia Bilal (in tour in questi giorni in Europa e, conseguentemente, anche in Italia per tre date in acustico) ci dà la cifra di quello che era, è e rimane lo scarto più netto fra l’Italia e gli Stati Uniti. Che certo, passa anche per cultura musicale, promozione della stessa, catene di negozi che somigliano (per dimensioni) ai nostri supermercati e tutto quell’insieme di cose bellissime del sogno americano sonoro che alle nostre latitudini possiamo solo invidiare. Ma il già citato gap passa anche da un ecosistema di relazioni e connessioni naturali che qui possiamo, appunto, solo sognarci. Bilal è un figlio degli anni ’90 ma vi prego, non ricordategli l’età, potrebbe aversene a male. Il suo primo album First Born Second nasce col nuovo millennio e pare pavimentare da subito la sua strada al successo. Ma poi le cose prendono una piega inaspettata: l’artista cerca maggior libertà creativa ma non la ottiene, i rapporti con la casa discografica finiscono malissimo ed il nostro, sconsolato, scompare per dieci anni. DIECI.

Se a qualcuno venisse in mente di pensare “ah, come D’Angelo”… non proprio. D’Angelo aveva venduto milioni di dischi prima di fuggire dalle scene mentre Bilal era un nome “caldo” ma non certo affermato. Dopo aver tenuto la testa sott’acqua per un decennio ricompare nel 2010 e, da allora, inanella una sequela di grandi dischi a cadenza bi-annuale, lasciandosi alle spalle l’etichetta discografica (la Interscope) e quella di genere (il nu-soul) presentandosi al pubblico come un ritrovato artista maturo ed eterogeneo. Una parte dell’intervista è dedicata quindi alla costruzione di una rete relazionale sull’asse Philadelphia-New York-Los Angeles, mentre una seconda alla (de)costruzione delle canzoni che, dopo esser nate sopra ad un beat, vengono riviste per chitarra (due), basso (uno) e voce (meravigliosa).

E sia chiaro: tutto funziona alla grande. Nonostante questa…

“Non sia stata una mia idea! Il mio manager me lo ha chiesto per una vita. Poi capitò una volta, durante la promozione di In Another Life, ed andò alla grande. E quindi è tornato alla carica, “Dovremmo fare un tour così, il pubblico può capire meglio le parole e la struttura delle canzoni. Non c’è molto, di simile, in giro”. E così ho accettato.”

Non sembri proprio convintissimo.

Mi piace nascondermi dietro la batteria, dietro il groove. Per me il groove viene prima di tutto. E quindi in un contesto acustico… inoltre, molto di questa musica deriva da esperienze personali e, senza la presenza della batteria, è un po’ come se tornassi nel momento in cui ho scritto questi brani. Voglio dire… alcune di queste canzoni sono tristi, cazzo! (ride)

Quindi quando hai scritto il disco non avevi in mente di presentarlo in modo acustico.

“No, anche se quando l’ho scritto, l’ho fatto in qualche modo in modalità acustica, un po’ come il jazz. Tutto molto semplice, perché cerco sempre di scrivere un brano semplice quando compongo. La mia idea è questa: se funziona così, ad un livello semplice, allora il brano funzionerà anche in studio, quando lo agghinderemo di tutto punto. Quindi sapevo che le canzoni potevano essere spogliate e rimanere efficaci.”

Quindi, magari, sentiremo un tuo disco acustico prima o poi.

“Potrebbe essere. O magari solo un paio di brani.”

Hai detto che alcune canzoni, una volta “destrutturate”, risultano decisamente tristi. Che mi dici dei vecchi pezzi?

“Scrivo sempre di cose vere o di persone reali. Ogni canzone mi rimanda ad un determinato momento, ad una precisa esperienza di vita. Amo mixare i media, vedo il mio stile di produzione come una pittura. Mi piace mischiare cose che arrivano da tutte le ere e le epoche. Che è poi quello che è l’hip-hop, secondo me. Mischiare le cose esistenti e tirarci fuori qualcosa di nuovo. Ecco, io lo faccio dal vivo.”

Abbiamo parlato di mischiare generi e media e credo che questo sia particolarmente vero su Airtight’s Revenge, dove dentro troviamo rock, pop, electro, soul, hip-hop. Detto questo, moltissimi giornalisti continuano a definirti un artista nu-soul. Come ti fa sentire la cosa?

[Attimo di silenzio, Bilal si incupisce un po’.] “Non so. Odio le etichette. Sono felice quando riesco a confondere le persone. È qualcosa che ho sempre cercato di fare. Il soul è senza tempo, amico. Vorrei che prendessero soltanto la parola “soul” e mi descrivessero come un’artista “nu,  o che facessero il contrario e mi definissero un artista “soul”! (ride) Soul è la cosa più senza tempo che esista: era qui prima di noi e ci sopravviverà. È spirito, è parlare coi sentimenti, è un qualcosa che ci unisce tutti. Cazzo, davvero, non lo capisco. È solo un modo per vendere meglio la mia musica. Non ci faccio troppo caso.”

Il tuo percorso ruota attorno alle città di Philadelphia e New York. Come ti hanno influenzato e come differiscono nel mood?

“Oh, moltissimo. Philadelphia è casa, le mie radici. Ispirazione senza fine data da così tanti ricordi, posti da visitare. Mentre New York è il posto dove ho sempre voluto vivere. Mi ci trasferii il giorno dopo che mi diplomai e presi casa con Robert Glasper. Tra l’altro ancora me la mena perché ci ho fatto buttare fuori dall’appartamento dopo che lo colorai tutto con la vernice spray (ride)! Era un bel quartiere, è ancora incazzato”.

Sei in qualche modo sparito dai radar musicali per dieci anni. Cosa hai fatto in quel periodo e cosa ti ha riportato al music business?

“Ho lottato per avere il controllo creativo sulla mia musica. Volevo averne di più e mi misi a scrivere il secondo disco senza dire niente a quelli dell’etichetta. Quando glielo portai, non gli piacque per niente.”

Dacci un singolo!

“Esatto. Era quello che avrebbe dovuto diventare il mio secondo disco, A Love for Sale. Finì su internet in forma di bootleg e fu scaricatissimo. E piacque a tutti. Tutti, tranne quelli dell’etichetta. E quindi pensai, “Cazzo, non voglio vedervi mai più!” Volevo solo fare musica per me stesso, ed è così che è nato Airtight’s Revenge. Me ne giravo da solo e registravo nei garage o nelle stanze d’albergo. Ed in quel periodo scoprii la chitarra, grazie ad un amico, e quindi le cose nella mia musica si mischiarono ulteriormente. Mi aprì le orecchie verso altri sound, rispetto al pianoforte ad esempio. Stavo leggendo l’autobiografia di Miles Davis che, ad un certo punto, dice: “Avevo bisogno di rilassarmi un po’, e quindi presi a dipingere. Avevo sempre la mia arte ma avevo bisogno anche di altro. Non dovremmo mai fare arte quando si è costretti, altrimenti questa risulterà artificiosa.”
Ed è vero. Non me ne starò seduto qui a scrivere canzone d’amore, dopo canzone d’amore, dopo canzone d’amore. Prendo ispirazione da Bob Marley, Kurt Cobain, Curtis Mayfield, Marvin Gaye. Erano artisti che parlavano alle persone, parlavano dei loro tempi, parlavano di ingiustizia, libertà, spiritualità. Questo è lo stato delle cose nell’R&B adesso: tutti sentono di dover raccontare la stessa storia ogni volta, invece di raccontare la propria. Io la chiamo “vita nel club”. È un po’ come una via di fuga, no? Sono invece dell’idea che di questi tempi sia necessario parlare di cose altre, concrete. È per questo che è stato così bello lavorare con Kendrick Lamar: avevamo conversazioni simili, eravamo gli unici giovani a porci determinate domande. Un po’ come quando ho iniziato e c’erano artisti come Erykah Badu o Common o D’Angelo, che andavano molto oltre il concetto “scrivi un pezzo d’amore/fai il concerto”. Erano persone con una missione. Veri e propri guerrieri.”

C’è questa frase nella cartella stampa – la definirei un gancio per i giornalisti, e nel mio caso ha funzionato benissimo. Dice che vuoi “svegliare le persone con la tua musica”. E quindi vorrei sapere da te da chi o da cosa stiamo stati addormentati.

“Dalla società. Dal commercio. Dal governo. Dai nostri strumenti elettronici. Ma questo è quello a cui aspira la musica, a cui serve l’arte. A tirarti fuori dalla tua realtà o a dargli un senso diverso. Diverso da quello che la società o i poteri forti vogliono per te. I media ci dicono come e cosa pensare, come vivere le nostre vite. Ma dovremmo trovare una nostra via, un nostro senso alle cose. Solo che buona parte di tutto questo è andato perduto, ma può esser ritrovato tramite l’arte. Marvin Gaye disse “non preoccuparti del prezzo, l’ha già pagato l’artista!” (ride)”