low

di Francesco Pattacini

Da molto tempo Duluth, in Minnesota, non è più, soltanto, la città di Bob Dylan. Dal 1993 i Low, composti da Alan Spearhawk, la moglie Mimi Parker e, dal 2008, Steve Garrington, si sono fatti conoscere e apprezzare per la loro musica minimalista e le atmosfere cupe e intimiste di derivazione slowcore – termine che non hanno mai particolarmente apprezzato – ma che ha influenzato profondamente l’alternative rock degli ultimi anni. Sono tante le band che hanno preso spunto da questa loro capacità di creare dimensioni strutturate e profonde, fatte di pochi strumenti e dal bilanciamento fra voce maschile e femminile, linee parallele che non trovano un punto di scontro. La tensione non si arresta mai nelle musica dei Low e, negli anni, ha saputo ritagliarsi un ruolo fondamentale nella loro personale descrizione della condizione umana. Ones and Sixes, da poco uscito in Italia per Sub Pop, è il decimo album della formazione del Minnesota, anticipato dal singolo No Comprende, destinato ad arricchire il sound di nuove derivazioni. Abbiamo raggiunto telefonicamente Alan, voce e chitarra, per scoprire cosa si nasconde dietro a una band che ha sempre preferito far parlare la propria musica prima che i suoi componenti. È la sincerità del suono spoglio e raffinato dei Low ad averci conquistato, così come la sua voce per telefono, calma e quasi imbarazzata, ci ha confermato che c’è una dolcezza profonda alla base della loro malinconia e che si tratta soltanto di lasciare uscire il  buio che si ha dentro per non farsene annientare. Ones and Sixes si impone prepotentemente nella storia dei Low, riuscendo a catalizzare le atmosfere  del passato e fornendoci nuovi orizzonti per il  futuro di un gruppo che sembra non poter smettere di sorprendere. Canzoni come Gentle o Kid in the Corner, colpiscono ancora una volta le parti più  nascoste di chi lascia che sia la mano dei Low a guidarli. L’attesa, ora, è tutta per il 20 ottobre, giorno in cui si esibiranno al Teatro Antoniano di Bologna.

Ciao Alan, dove siete in questo momento? Tutto bene?

Sì, siamo a Duluth, a casa nostra. La scorsa settimana eravamo in Inghilterra per un paio di concerti, ci stiamo riposando prima di partire la settimana prossima per esibirci qui negli Stati Uniti.

Ones and Sixies è il vostro nuovo album ed esce nei negozi in questi giorni. Ascoltandolo sembra riunire, al suo interno, il vostro sound classico e le derivazioni elettroniche di Drums and Guns. È l’inizio di un nuovo capitolo nella lunga storia dei Low?

Sì, penso sia corretto. Non so se sia un nuovo capitolo vero e proprio ma è sicuramente un ulteriore passo avanti rispetto a quello che abbiamo fatto nel passato. Abbiamo aggiunto un altro piccolo pezzo al nostro cammino come band.

Per la prima volta nella vostra produzione i beat elettronici sono più liberi e la musica sembra colpire non solo le parti più profonde e interiori dell’ascoltatore ma, da un certo punto di vista, un aspetto più fisico.

Cerchiamo sempre di sperimentare e provare qualcosa di nuovo quando siamo a casa e abbiamo delle nuove idee per un disco. L’uso dell’elettronica ci ha aiutato, in questo caso, a trovare le sonorità che desideravamo. È uno stimolo per riuscire a creare qualcosa di nuovo, cercando di mantenere la nostra abitudine di utilizzare pochi strumenti in maniera semplice. Impieghiamo tanto tempo per fare nostre queste novità e trovare il modo giusto di usarle. Ci siamo trovati insieme, come sempre, e abbiamo provato i nuovi beat che, poi, sono finiti nel disco dopo tanto lavoro. È il nostro modo di lavorare e ha sempre funzionato, almeno per noi. L’elettronica dà a questo disco un suono molto diverso, non essendo una componente del tutto umana, per questo cerchiamo di non sovrapporla alla batteria ma di far coesistere il nostro lato umano con uno più meccanico. Ci piace sperimentare perché è così che siamo noi, ne parliamo con chi ci aiuta, a volte avviene tutto in maniera naturale, altre volte serve un po’ più di lavoro.

Questo utilizzo può essere interpretato come un modo per attualizzare la vostra musica con sonorità più contemporanee?

Sì, ci piace pensare di poter modificare il nostro suono quando facciamo musica. Ci sono tanti modi per approcciarsi alle novità e non so ancora se si tratta di renderla più sofisticata o di spingerla verso un nuovo corso. Il genere elettronico sta facendo tanti passi avanti rispetto all’indie e al rock che, è triste da dire, si sono un po’ impigriti negli ultimi anni. Stesso discorso per l’hip-hop, penso sia un genere che si sta evolvendo molto più velocemente rispetto al rock ‘n’ roll. Per andare avanti e non rimanere nello stesso punto serve sperimentare ed è anche per questo che lo facciamo.

Avete registrato questo disco all’April Base Studio di Justin Vernon, mentre in passato avete collaborato con Steve Albini (nel 1999 per Secret Name) e Jeff Tweedy dei Wilco per The Invisible Way. Che ruolo ha la figura del produttore nel vostro processo creativo?

Ci piace lavorare con persone che stimiamo, prima che con grandi professionisti. Collaborare con Steve Albini era stato grandioso, non solo per una questione di capacità tecniche. Non si tratta soltanto di lavorare su una canzone e spiegare come si vuole che esca il suono o cose del genere. Ci piace instaurare un rapporto di fiducia con le persone che conosciamo o che pensiamo possano aiutarci a superare alcuni punti critici o soltanto creare qualcosa di meglio. Non è una questione di superare i problemi o soltanto di aggiustare la struttura ma lavorare con qualcuno che ti permetta di concentrarti sugli aspetti che funzionano meno degli altri e viceversa. Il tempo per le registrazioni è limitato e bisogna sfruttarlo al massimo. Mi piace lavorare con persone di questo tipo che ti aiutino e, allo stesso tempo, riescano a ispirarti.

È cambiato qualcosa nella genesi di Ones and Sixies rispetto ai lavori precedenti?

Rispetto al passato qualcosa è effettivamente cambiato. Possiamo dire, in qualche modo, che The Invisible Way fosse una specie di ritorno ai primi dischi, in cui abbiamo ripreso certe idee e sensazioni del passato. Questa volta, quando mi sono messo a scrivere i primi pezzi, ho visto che c’era qualcosa di diverso e sono felice che sia andata in questo modo. C’è molta più tensione in questo ultimo album, ci sono più avventure e aggressività. Se mi guardo indietro e rifletto su quello che abbiamo fatto, ci sono solo alcune canzoni che considero complete e tantissime altre che sarebbero potute essere migliori. In questo disco, invece, penso che ogni canzone abbia raggiunto la completezza e la forma che volevo dargli e ne sono davvero molto soddisfatto.

Ci viene naturale pensare che un approccio minimalista del suono porti le parole a un protagonismo maggiore ma, nel vostro caso, sono le melodie a guadagnarsi il ruolo da protagonista, colpendo la profondità dell’ascoltatore.

È un aspetto interessante ed è forse perché la musica mette le persone in contatto con cose che le parole non riescono a raggiungere. Quando non c’è così tanta separazione fra testo e suono, credo, le persone sono più portate a lasciarsi trasportare più facilmente dalla parte musicale. Dovrei rifletterci ancora perché è un aspetto che non avevo mai guardato da questo punto di vista.

I testi dei Low, però, hanno un ruolo fondamentale nella costruzione delle vostre atmosfere così particolari. Come ti approcci alla scrittura?

Scrivere testi è una faccenda un po’ particolare e molto personale. La scrittura musicale ha un approccio abbastanza comune, credo, ti siedi con i tuoi strumenti, provi gli accordi che sembrano suonare bene o segui semplicemente il fluire delle idee, cercando di portarle dove vorresti tu. Non mi è mai capitato di sedermi alla scrivania con un progetto già strutturato, costringendomi a scrivere un testo su una cosa in particolare. Mi piace più pensare di aprire una finestra e vedere cosa entra da fuori. Più la apri con regolarità più questo processo si velocizza. Se lasci passare tanto tempo diventa più difficile e non funziona come vorresti, semplicemente perché il cervello non sa più come portarti in quel posto. A volte capita che entrino soltanto dei frammenti e cose che non capisci totalmente ma che senti essere quelle giuste e le accetti così come sono. Inizi a raccogliere questi pezzi e provi a incastrarli insieme, aggiungi una strofa dopo l’altra, passo dopo passo, come un puzzle che si forma senza che tu possa capire il suo disegno finale, finché non arriva quel momento in cui sai di aver detto tutto quello che sentivi e non ti serve nient’altro. Alcune volte si tratta di lasciare i frammenti così come sono e che l’ascoltatore raccoglie da solo e conclude come vuole lui. Scrivere è un atto veramente complesso e a tratti pauroso, soprattutto se non lo fai da tanto tempo e ti sembra di non riuscire a concludere più nulla. È un processo faticoso perché, spesso, parti senza avere niente in mano ma se non cedi e continui a farlo qualcosa può succedere da un momento all’altro. Solo alla fine capisci che hai creato qualcosa, anche se ti sembra che non stia succedendo nulla, si tratta solo di continuare a lavorarci.

La scrittura, come la musica, è un fatto molto personale. Come ti senti quando i vostri testi vengono reinterpretati da persone diverse dandogli il proprio significato?

È molto strano trovarsi di fronte a questo confronto. Sin dall’inizio siamo stati molto affascinati dalle interpretazioni che le persone danno alle nostre cose, nelle interviste e nel rapporto col pubblico, sono cose che hanno bisogno di tempo e parole per essere comprese. Non saprei, davvero, è come ascoltare una musica diversa. Ci sono certe band e certe canzoni del mio passato che mi hanno colpito e hanno avuto un significato importante anche per me, ad esempio. Credo che ricordarsene sia la conferma che queste cose sono diventate importanti per qualcuno e che hai lasciato un segno, ed è interessante rendersene conto per capire a che punto sei arrivato. È bello pensare di aver lasciato qualcosa dentro una persona ma, allo stesso tempo, può essere pericoloso. Siamo stati molto fortunati a poter vedere queste cose, c’è chi rimane nell’oscurità e non riesce a essere compreso fino in fondo. Le persone tendono a mescolare il proprio mondo con le tue parole ed è una cosa speciale.

I Low hanno una carriera lunghissima alle spalle, fatta di tour e contatti fra le diverse generazioni. È cambiato qualcosa nel pubblico per cui suonate e il loro modo di approcciarsi alla vostra musica?

Siamo fortunati, da questo punto di vista, perché non percepiamo particolarmente questo stacco generazionale. Ai nostri concerti ci capita di vedere tanti tipi di pubblico insieme, fan affezionati dagli inizi insieme a quelli più giovani, goth insieme a punk, seguaci dell’hardcore vicino agli amanti dell’indie rock, ognuno con la sua passione. Siamo una band che suona da tanto tempo ed è bello (ride) vedere persone molto più giovani di noi seguirci nei live. Non suoniamo per qualcuno in particolare e cerchiamo di unire i pezzi più datati a quelli più recenti. Cerchiamo di fare una musica che possa essere apprezzata indipendentemente dall’età o dalla moda del momento. Ci interessa l’originalità e creare qualcosa il più unico possibile, e penso sia normale trovare un pubblico così variopinto, basta essere curiosi. Vediamo le differenze rispetto al passato ma è anche bello poter osservare queste evoluzioni da un punto di vista privilegiato.