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faith no more

Di Mario Ruggeri

Sul palco del Sonisphere, poco prima dei Metallica. Un disco nuovo: Sol Invictus. Un ritorno. Forse tra i più attesi dal popolo metal. Tornano i Faith No More, il gruppo cui si deve la responsabilità di aver codificato, in tempi non sospetti, il concetto di crossover. Negli anni ’90, in piena kermesse prog, terminato il periodo del rock americano e dell’heavy rock (la linea temporale dice Bon Jovi e Europe, dal 1986 al 1989) e con un contraltare così scomodo come il grunge (non ancora metabolizzato dal popolo fieramente e puramente metal), i Faith No More incisero come pochi altri al mondo sullo sviluppo di una nuova corrente musicale (pari, per forza dirompente, al movimento terroristico del grind core), divenendo un autentico punto di rottura nella musica heavy. Lo racconta la loro apparizione al Monsters of Rock di Bologna nel 1990. La line up era la rappresentazione di quel metal: Whitesnake, Quireboys, Poison, Aerosmith, Vixen. E poi loro. Estranei alla massa. Provocatori. “Sapete chi mi ha appena fatto un servizietto nel back stage? Brett Michaels” (riferendosi al cantante dei Poison). Con tanto di rissa tra guardie del corpo durante la loro esibizione. Mike Patton, un autentico provocatore scomodo, ma intelligente, segnava lo spartiacque tra un diritto acquisito, quello delle classifiche americane e del rock, e la voglia di rifiuto di un concetto. Quello della commerciabilità del rock stesso. I Faith No More furono la bandiera, e proprio per questo la loro credibilità non venne mai più toccata. La loro carriera ha dimostrato questo, album dopo album e concerto dopo concerto. Uno show che non è mai stato un’autocelebrazione (come spesso accade nel rock) ma una sorpresa. Qualcuno ricorda il tour di King For A Day, data milanese, in cui Mike Patton cantò successi minori di Lucio Battisti, Adriano Celentano e Mina. Shock. Questo spiega l’attesa per Sol Invictus, pubblicato diciotto anni dopo Album of the Year. Diciotto anni: una vita. L’età della maturità. Anche per i Faith No More. Sol Invictus racconta la storia del primo disco globale che i Faith No More abbiano mai scritto. Il primo concepito non come un insieme di canzoni, ma come album con un concetto, una nascita e una crescita. Uno sviluppo insomma. Chi lo chiama il primo vero disco pattoniano della loro storia, chi un ritorno di una band matura di età e di intendimenti. Ma i Faith No More, pare non preoccuparsene troppo. Billy Gould risponde alle nostre domande.

Innanzitutto Billy: non ti chiedo cosa significhi tornare alla vostra storia, ma cosa si provi umanamente a ritrovarsi, quasi vent’anni dopo, sotto lo stesso tetto.

Direi che ci sentiamo consapevoli. Certi che questa volta c’era un obiettivo comune non forzato da nessuno ma solo dalla volontà di ricominciare insieme. In questo, Sol Invictus è un disco molto diverso da tutti i nostri precedenti lavori, fatta eccezione ovviamente per gli esordi. Nessuna pressione, nessun vincolo contrattuale, solo la sfida di sedersi a un tavolo e riprovarci.

Le cronache da Album Of The Year riportano di una band spenta, ma soprattutto di numerosi conflitti interni, tensioni, e forse posizioni dominanti. Come avete risolto vent’anni dopo, questo problema?

Con la maturità e forse con molte meno aspettative rispetto al passato. Nessuno di noi ha l’ambizione di modificare il corso della storia musicale, non a questa età. Siamo tutti più vecchi e più rilassati e, con il tempo, abbiamo avuto la capacità di parlare tra di noi e risolvere molte cose. Non è stato semplice, perché quando vivi per così tanto tempo situazioni non chiarite, sedimentano in modo pericoloso, però ritrovarsi e decidere di stare insieme ancora ha previsto necessariamente un passaggio prima. Diciamo che abbiamo passato un mese eccitante e di tensione. Poi siamo ripartiti.

E poi lo studio di registrazione. Gomito a gomito.

Con molta più consapevolezza e, come dicevo prima, con una comunanza d’intenti molto più forte.

Tutto questo porta a Sol Invictus. L’impressione è che questo album sia il primo vero disco dei Faith No More.

Cosa intendi per primo disco vero?

Il primo album corale. Il primo in cui non emergono le canzoni ma il senso di completezza.

È esattamente così ma, confesso, non è stato pianificato. Ce ne siamo resi conto nel making of del disco. Più il disco cresceva più noi stessi scoprivamo una linea comune. Ripeto, probabilmente è stato il fatto che, non avendo velleità di cambiamento della struttura musicale, come negli anni ’90, ci siamo concentrati sulla forma canzone.

Qualcuno affermerà che questo è un disco di Mike Patton, per forma e sostanza. Personalmente non sono d’accordo, ma tu che ne pensi?

Non lo sono neppure io. Basterebbe analizzare la discografia di Mike in tutte le sue band, e invece prendere alcune canzoni dei nostri dischi precedenti, e vedere chi ha scritto quelle canzoni. La risposta è tutta lì dentro. Io preferisco affermare, e pensare, che siano canzoni scritte alla Faith No More del secondo periodo. Più armoniche, più corali, più strutturate, meno frammentarie. Se poi questo significa dover dare loro un connotato e una paternità , non è un problema che ci appartiene.

Voi siete cresciuti in pieno boom discografico, anche in quel caso, un momento di grande cambiamento. Erano i primi vagiti dell’industria discografica che si concentrava sulle mutazioni rock: prima il grunge, il crossover poi. Ora tornate in un mondo completamente diverso, in cui la forma canzone ha assunto un ruolo centrale, rispetto alla forma album. Almeno per la grande massa. Voi rispondete con un album. Trovo singolare e provocatorio anche questo.

Personalmente, il punto in cui è arrivato il consumo di canzoni, mi fa letteralmente schifo. C’è gente che considera artisti, persone che hanno centrato una canzonetta, e magari il giorno dopo non ricorda neppure il loro nome. Ancora una volta, la comunità metal si è distinta in questo, perché ha mantenuto lo spirito di autoconservazione concentrandosi sulle carriere degli artisti. Era ovvio che noi non approciassimo il nostro nuovo disco pensando “buttiamo fuori una nuova From Out of Nowhere”. Non vorrei mai vedere la nostra carriera confinata a una canzone. Sarebbe brutale. Sarebbe la fine. E forse è anche un messaggio, da ormai vecchi cinquantenni, a tutti gli altri musicisti. Continuate ad essere musicisti e non autori di canzoni. Costruitevi un’identità in un mondo che non ha più identità. È l’unica garanzia di sopravvivenza.


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