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Corpi, maschere e trasparenze: la rivoluzione dei Mood

In occasione dell’uscita della prima parte del progetto Transparencies, Daniele Maini e Francesco Molinari raccontano la visione artistica dei Mood
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Credit Zoe Ferrara

In occasione dell’uscita della prima parte del progetto Transparencies, Daniele Maini e Francesco Molinari raccontano la visione artistica dei Mood

di Stefano D’Elia

Daniele Maini e Francesco Molinari, meglio noti come MOOD, calcano le scene da oltre dieci anni, un lasso di tempo che ha permesso loro di mettere a fuoco uno stile personale difficilmente incasellabile. Partendo dal noise e dal math rock, il duo è arrivato a costruire un linguaggio che oggi abbraccia la musica elettronica e una rete di contaminazioni sempre più ampia, dando forma a un suono in continua trasformazione, aperto tanto alle influenze contemporanee quanto a suggestioni del passato.

Con Transparencies Vol.1 questo processo si spinge ancora oltre: IDM, breakbeat esplosivi, black music e texture dense e avvolgenti convivono in un flusso intenso e cangiante, ricco di tensioni vibranti. Le collaborazioni con le voci di Brida e Anna Bassy contribuiscono in modo decisivo a rafforzare l’impatto dei testi, che affrontano temi legati alla messa in discussione dei modelli imposti dalla società e all’identità sessuale, passando per la critica di una cultura ancora fortemente patriarcale. Ne parliamo con i ragazzi in occasione dell’uscita della prima parte di questo progetto.

Transparencies Vol.1 sembra più un contenitore di stati emotivi che via via trovano posto in una linea narrativa condivisa piuttosto che una semplice raccolta di brani.
Quando avete iniziato a lavorarci, avevate già in mente un’idea unitaria o il disco ha preso forma strada facendo?

“Quando abbiamo iniziato a lavorare al nuovo disco non avevamo un’idea che legasse tutti i brani tra loro, soprattutto per quello che riguarda la componente emotiva. Abbiamo preferito lasciar fluire emozioni e idee in modo naturale, mettendo insieme le diverse fasi e gli stati d’animo dei nostri ultimi anni, per riproporli nei brani. Verso il termine della produzione abbiamo iniziato a “unire i puntini”, cercando di individuare un filo logico che mettesse in relazione tutto ciò che avevamo scritto. In quel momento abbiamo capito che il disco non era una semplice “raccolta di brani” nata da una sola e precisa atmosfera, ma qualcosa di sfaccettato, poliedrico, una serie di fotografie di diversi momenti che ci appartenevano, caratterizzati da sentimenti, influenze e stimoli differenti e in divenire. L’idea di un “contenitore di stati emotivi” riflette perfettamente l’essenza di questo album: un lavoro che vuole esplorare diverse dimensioni del nostro percorso”.

L’album è introdotto da Hush, che con il suo incedere minaccioso richiama le colonne sonore composte da Carpenter negli anni 80 per le sue pellicole, mentre i martellanti breakbeat di Yoda sembrano uscire fuori direttamente dalla soundtrack di Matrix delle sorelle Wachowski: esiste una dimensione cinematica nella vostra musica? E se sì, quali sono i film che vi hanno influenzato maggiormente.
“Quando componiamo abbiamo l’abitudine, spesso involontaria, di mettere in relazione quello che stiamo facendo ad un’immagine o, più in generale, ad un immaginario visivo: i riferimenti possono essere anche apparentemente banali, come ad esempio la pubblicità di un’auto. Questo collegamento tra musicale e visivo ci aiuta a dare un contesto a quello che stiamo realizzando, a capire quali elementi possono essere d’aiuto o di disturbo nella fase di arrangiamento e composizione. Nella cinematografia questa unione crea una sorta di superpotere, perché la colonna sonora enfatizza l’immagine, creando qualcosa di unico. Basti pensare ai lavori di Hans Zimmer per film come Inception, Batman, Il Gladiatore, Interstellar. Ma anche a Blade Runner. Indiana Jones, Star Wars, che ci hanno sicuramente e profondamente influenzato”.

Le voci di Brida, Anna Bassy e YOY non sembrano semplici contributi esterni, ma parti integranti del racconto. Come nasce il dialogo con chi collabora con voi e cosa cercate in una voce che entra nel vostro universo creativo?
“Quello che cerchiamo in una collaborazione non è solo l’aggiunta di una voce o di uno strumento, è necessario che questa caratterizzi il brano con il suo stile, il suo colore. È uno scambio di idee, di suggestioni e flussi, finalizzato a creare qualcosa di unico insieme. È fondamentale che si instauri una connessione: solo così possiamo dire di aver condiviso un’esperienza e di esserne usciti arricchiti”.

In Rfpt e Sp-Line mi sembra di sentire qualche richiamo ai Moderat. Quali influenze vi hanno guidato nella composizione di Transparencies Vol.1, e come si sono riflesse nel disco?
“Ciascuno di noi ha ascoltato cose ed ha avuto influenze diverse in determinati periodi della propria vita, ma di base abbiamo ascoltato molta musica elettronica. I nostri artisti di riferimento erano Moderat, Caribou, Bicep, Four Tet, Bonobo. A un certo punto abbiamo deciso di fare un passo indietro per andare a scoprire le origini di quel tipo di musica, per riscoprire artisti anni 90’ come Prodigy, Chemical Brothers, The Crystal Method. Del nostro background fanno parte inoltre artisti come Battles e sonorità provenienti dal mondo africano e arabo, come i Tinariwen, Fela Kuti e Bombino. Quello che abbiamo cercato di fare è stato mantenere, ma anche far scontrare, questi diversi contesti, dando vita a qualcosa di unico e nuovo per noi”.

Il vostro è un percorso davvero singolare, ho avuto la possibilità di assistere a una vostra esibizione tenutasi qualche anno fa al Beaches Brew Festival, e oggi ritrovo una band molto diversa rispetto ad allora. Evolversi o morire sembra essere il vostro motto, vi riconoscete in questa idea di continuo cambiamento?
“Sì, ci riconosciamo pienamente in questo motto. Per noi la musica deve essere in continua evoluzione, una mutazione che varia in base ai nostri gusti e a quello che vogliamo trasmettere in quel momento. Per fare questo bisogna però andare oltre la necessità di comunicare, occorre ricercare e sperimentare, cercando il modo di far arrivare le proprie conoscenze e competenze, di spenderle nel proprio lavoro. Questo metodo ci ha permesso di scoprire un aspetto della produzione per noi nuovo, ma con un’importanza gigantesca. E di apprendere tecniche sconosciute e prima lontane dal nostro modo di fare musica”.

Quello di cui stiamo parlando è materiale molto diverso rispetto a quello che siete abituati a portare in concerto, vi ponete il dilemma di non riuscire a trovare una sintesi live tra le diverse anime che abitano la vostra musica?
“In questi anni abbiamo partecipato da spettatori a diversi concerti e festival, questo ci ha fatto capire più a fondo le diverse reazioni e le energie che possono animare il pubblico in base ai diversi tipi di musica e di contesto. Abbiamo studiato e curato tanto l’aspetto live, perché è la parte che più ci affascina ed è fondamentale nel nostro progetto. Abbiamo cercato, partendo dalla nostra piccola esperienza e dalla nostra musica, di ricreare con questo ultimo lavoro le reazioni e le emozioni di cui abbiamo fatto esperienza negli ultimi anni”.

Perché avete deciso di dividere questo progetto in due volumi? Credete che un lavoro così ricco e stratificato sarebbe risultato ostico se proposto nel contesto di una singola uscita discografica?
“Durante la produzione abbiamo notato una sorta di “spaccatura” tra i brani, due diversi modi di raccontare emozioni, atmosfere, energie, che comunque, però, in un qualche modo si collegavano, perché avevano una familiarità e un’energia che li accomunava. Alla fine delle registrazioni abbiamo quindi deciso di mantenere questi mondi separati, come fossero capitoli, volumi di una stessa narrazione, ma che non possono, quindi, allo stesso tempo essere completamente dissociati”.

Cosa dobbiamo aspettarci da Tansparencies Vol.2 ?
Transparencies Vol. 2 mantiene, appunto, un dialogo con il primo volume. Se il primo volume ci introduce a un certo mondo sonoro, il secondo capitolo ha una veste apparentemente più immediata. Tuttavia trova la sua profondità nei dettagli, nelle sfumature nascoste, che richiedono un ascolto più attento e consapevole per essere decifrate. È un album che si lascia ascoltare subito, ma che si fa scoprire lentamente”.

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