
A trent’anni dall’uscita di SxM dei Sangue Misto tiriamo le fila e capiamo a che punto siamo arrivati
di Filippo Papetti
Nella stessa settimana due notizie che sembrano rimandarsi tra loro. La prima: i dieci artisti italiani più ascoltati su Spotify nel 2024 sono tutti rapper. La seconda: SxM dei Sangue Misto è stato il terzo disco più venduto nella classifica settimanale FIMI di inizio mese. Sorprende? Per nulla. Sono ormai diversi anni che il rap italiano è uno dei generi più ascoltati nel nostro Paese, da giovani e giovanissimi. La vera sorpresa è che il rap è diventato un linguaggio davvero di massa – nel bene e nel male – solamente quando è riuscito a scrollarsi di dosso la pesante eredità del capolavoro del trio bolognese. Ma procediamo per gradi.
SxM è il primo e unico disco dei Sangue Misto (al nr.1 della nostra classifica di Rumore 100 sui dischi rap italiani), nella formazione composta da Neffa, Deda e Dj Gruff, e da qualche giorno è fuori una ristampa in vari formati, in occasione del trentennale, pubblicata per la prima volta da una major: la Warner. La storia della diffusione “fisica” dell’album è invero più complicata. Inizialmente uscito su Century Vox, etichetta del capoluogo emiliano che più di ogni altra ha saputo documentare il fermento del fenomeno posse, SxM vendette relativamente poco, fu distribuito male, e già dopo pochi anni cominciò a risultare introvabile. A livello personale ricordo che girava principalmente su cassetta, doppiato, copia dopo copia, con un suono sempre più degradato e fumoso, che ne arricchiva l’aura.

Nonostante questo SxM è considerato da sempre “IL” disco di rap italiano per eccellenza, se non il migliore in assoluto, di sicuro il più importante. Già da subito si ebbe l’impressione che fosse un qualcosa di insuperabile, anche ingombrante, come poi effettivamente è stato. Contestualizzato, rappresenta sia la fine dell’inizio che l’inizio della fine. Fine dell’inizio perché segna l’esaurirsi del discorso politicizzato delle posse, un fenomeno che – è bene ricordarlo – a inizio anni Novanta ebbe una rilevanza molto maggiore a livello di pubblico rispetto al successivo hip hop duro e puro, condizionando però in maniera decisiva (e distorta) la ricezione del rap fuori dalla scena. Inizio della fine perché da lì in poi il rap italiano ha cominciato ad attorcigliarsi su se stesso, a incattivirsi, a entrare in una spirale di regole auto-imposte che ne ha minato per anni la diffusione e limitato la creatività.
Musicalmente SxM è figlio di due anime: quella dei centri sociali, intesi però non tanto come luogo di stretta militanza quanto di libera espressione e aggregazione – e qui la storia della Controcultura bolognese ha un’importanza decisiva – e quella dei pionieri dell’hip hop in Italia, attivi fin dagli inizi degli Anni Ottanta. Neffa e Deda – il primo inizialmente batterista punk-hardcore, il secondo MC negli Isola Posse All Stars, nati in seno all’Isola Nel Kantiere, leggendario spazio occupato nel centro della città – si uniscono con Dj Gruff, personalità unica del panorama hip hop nostrano, con esperienze fondamentali nei Radical Stuff e nella scena breaking di Torino, autore l’anno prima della “Rapadopa”, un’altra pietra miliare.
I tre – bilanciando stile, metriche, liriche e sonorità – riescono a creare la formula perfetta. Ma perfette sono anche le condizioni materiali che ne permettono la riuscita. È giusta l’esperienza accumulata, è giusta la tecnologia disponibile in quel preciso momento per quella precisa tipologia di produzione musicale, ma soprattutto è giusto il momento storico-politico: il 1994 è infatti l’anno della discesa in campo di Silvio Berlusconi. Se SxM suona ancora attualissimo è infatti non solo grazie al loro innegabile talento, ma anche perché sostanzialmente l’Italia è rimasta invischiata in quella fase di stagnazione esistenziale cominciata proprio allora, con un progressivo e lento degradarsi degli spazi, dei diritti, del potere d’acquisto, delle libertà personali, della vitalità.
Come pietra di paragone, per almeno due decadi, tutti nell’hip hop italiano si sono confrontati con SxM: artisti, semplici ascoltatori e/o membri attivi della scena hip hop. “SxM” è sempre rimasto un disco cruciale anche nei lunghi momenti di scarsa diffusione discografica, cosa che probabilmente ne ha addirittura accresciuto il culto. Fino alla prima ristampa autorizzata – nel 2018, ad opera di Tannen Records – la circolazione è avvenuta grazie al download illegale, se escludiamo una discutibile ristampa su CD a metà anni Duemila, con una cover modificata. Sul mercato dell’usato le quotazioni dell’originale sono sempre andate in crescendo, raggiungendo talvolta delle cifre esorbitanti; tendenza che non si è arginata neppure con l’arrivo delle riedizioni, anch’esse subito entrate nel giro del reselling, come molto probabilmente succederà anche con questa nuova versione targata Warner.
A chi è rivolta allora questa ristampa? Sicuramente è dovuto che SxM abbia una sua presenza continuativa sul mercato discografico. I risultati finora sono buoni, non poteva essere altrimenti, e la speranza è che questo non sia solo l’ennesimo tentativo di monetizzazione travestito da tributo, ma un’operazione che possa colmare il gap tra due generazioni sempre più separate di ascoltatori di rap italiano, quella ancorata alla cosiddetta golden era e quella dei giovanissimi. L’integralismo degli Anni Novanta ha fatto più danni che altro, ma il “liberi tutti” attuale non sarà da meno. Oggi il rap italiano è un gigantesco carrozzone. Finita l’esplosione di creatività generato dal diffondersi della trap – anno 2016: il vero punto di svolta – il panorama odierno è decisamente asfittico, numeri a parte.
Il rap è un linguaggio autenticamente diffuso, ma spesso la ricerca è minima: la lingua impoverita e standardizzata, sia a livello vocale che a livello musicale. SxM risuona in questo senso come un grandioso esempio di ricerca: sulle parole, sulle atmosfere, sulla capacità di trascendere il proprio senso. Non rimane che sperare che chi lo ascolta oggi, per la prima volta, possa farlo proprio.



