
Con A Matter of Time gli Shed Seven hanno conquistato dopo 30 anni di carriera la classifica inglese degli album più venduti. Rick Witter ci ha raccontato un po’ di aneddoti dagli anni d’oro del brit pop e ci ha fatto capire che è tutta questione di tempo
Alla fine è sempre questione di tempo. Per qualsiasi cosa della vita, che sia lavorativa, affettiva o altro. Ma quanto sei disposto ad aspettare? O meglio: forse a un certo punto non aspetti più nulla e vai avanti per la tua strada senza preoccuparti troppo di cosa arriverà. Il percorso della band brit pop Shed Seven è stato così. Ovviamente la “maledizione dei giornali” che li avevano definiti i “nuovi Smiths” non è mancata come nel classico dei casi (sorte toccata a Marion e Gene), poi il successo – lontano in termini di dimensione da Blur e Oasis – e infine lo scioglimento nel 2003 con il relativo disinteresse per un genere ormai stanco e consumato come il brit pop. Dopo la reunion nel 2007, prima di tornare veramente ispirati, sono serviti molti anni ed eccoli con Instant Pleasures nel 2017, primo disco dopo 16 anni. Poi arriva il covid, due membri fondamentali come il batterista Alan Leach e il chitarrista/tastierista Joe Johnson lasciano il gruppo a causa della loro contrarietà alla regolamentazione dei concerti in UK durante il periodo di pandemia (era necessario un green passa valido per suonare nei club). Insomma, sembra si debba ripartire quasi da zero per gli Shed Seven ma è questione di tempo, anche stavolta. Sono passati 29 anni e tre mesi dalla loro prima apparizione nella chart UK ufficiale e il 12 gennaio 2024 si ritrovano in testa alla classifica degli album più venduti per la prima volta nella loro carriera con il disco, a dir poco profetico, A Matter Of Time. In più stabiliscono anche un nuovo record nella classifica ufficiale per il gruppo britannico con il divario più lungo tra il debutto e il raggiungimento del numero 1. Una fan base fedele che pre ordina dischi in formato fisico può questo e altro, oltre, ovviamente, a un’avara prima settimana dell’anno sul fronte delle uscite. Certo, sette giorni dopo si ritrovano alla 29a posizione, ma era prevedibile: il grosso dei dischi si vende subito e poi se non hai lo streaming a tenerti in alto si torna ai piani bassi – se non bassissimi. Ma per quella settimana si era tornati solo a parlare degli Shed Seven. E nemmeno Rick Witter, cantante e cofondatore della band, se lo sarebbe aspettato. Tanto che quando lo abbiamo intervistato alcune settimane prima dell’uscita, si augurava che andasse bene, tutto lì. Per l’occasione ci siamo fatti raccontare tutto: dagli esordi a oggi, passando per qualche aneddoto degli anni d’oro del brit pop.

Ogni brano del nuovo album ha una sua ragione di esistere all’interno del disco. Ci avete messo molto tempo per la scelta dei brani e dell’ordine?
Rick Witter: “È importante quando scrivi un album intraprendere una sorta di viaggio. Siamo piuttosto pignoli nell’assicurarci che ogni canzone valga la pena di essere inclusa nel disco. Ci sono tanti dischi in cui ci sono forse tre o quattro canzoni davvero fantastiche e il resto non si sa come riempirlo. Siamo orgogliosi averlo fatto nel miglior modo possibile perché gli album sono importanti. Col tempo, crescendo, ho sempre più bisogno di ascoltare un album dall’inizio alla fine, ed è l’idea di viaggio importante da fare”.
Tirando le somme: vi è servito molto tempo?
R.W.: “In definitiva: sì, abbiamo passato molto a elaborare l’ordine delle tracce perché volevamo che avessero un certo senso e poi siamo abbastanza grandi nell’assicurarci di pubblicarlo su vinile, ed è importante l’ordine perché la sesta traccia, l’ultima del lato A, deve essere abbastanza buona perché le persone vogliano alzarsi e andare a girare il vinile per ascoltare l’altro lato. E una volta arrivati a Throwaways, l’ultima traccia, spero che la gente voglia rimetterlo subito dall’inizio”.
E nell’ultimo brano menzionate il titolo del disco Matter Of Time, vero?
“Sì, la cosa abbastanza strana è che nell’album nel 1996 A Maximum High, nell’ultima traccia che si intitolava Parallel Lines, continuavamo a menzionare ‘A Maximum High. In un certo senso mettiamo questo album accanto ad A Maximum High che era probabilmente il nostro migliore e il più conosciuto all’epoca. Penso che questo regga abbastanza bene il confronto: il processo di scrittura di quest’ultimo è stato simile perché abbiamo scritto tutto molto velocemente, come accaduto per A Maximum High. Ci sono molti punti in comune tra di loro”.
Quando nel 2017 siete tornati dopo 16 anni in studio per Instant Pleasures è stata dura?
“Questa volta ci sono voluti solo sei anni ma a essere onesti, non avevamo intenzione di scrivere un nuovo disco subito dopo Instant Pleasures, questo abbiamo deciso di iniziare a scriverlo solo a marzo 2022 e dopo averlo concluso, a febbraio 2023, siamo partiti per andare a registrarloÈ stato impegnativo”.
Nell’ultima traccia, Throwaways, c’è un featuring con Peter Doherty e immagino che sia un tipo sfuggente come un serpente. Come avete fatto a intercettarlo?
“È stato tutto piuttosto bizzarro. Abbiamo suonato al Bingley Weekender 2022, in Inghilterra, dove i Libertines erano gli headliner e noi eravamo prima di loro. Mentre cantavo sul palco continuavo a guardare verso il lato dove la mia famiglia stava guardando e c’era Pete Doherty che cantava ogni parola delle canzoni di Shed Seven. Quindi ho pensato ‘Ok, sai chi siamo, hai sentito parlare di noi…’. Finito il concerto sono andato da lui, mi sono presentato e gli ho detto ‘Sei un nostro fan? Ho visto che stavi cantando…’. E lui mi ha risposto che quando era ragazzo ed era nella sua camera da letto, imparava le canzoni degli Shed Seven sulla chitarra cantandoci sopra. Quindi questo mi ha fatto pensare di chiedergli: ‘Ti va di essere coinvolto nel nostro album?’. Ha risposto di sì, che gli sarebbe piaciuto molto, prima ancora di ascoltare la canzone”.
È stato facile…
“Davvero sorprendente e ho sempre pensato che Throwaways fosse la canzone perfetta per Peter da fare con noi perché nel corso della nostra carriera abbiamo avuto momenti in cui ci siamo sentiti un po’ come se fossimo degli outsider. E penso che i Libertines lo siano stati a un certo punto della loro carriera. Quindi si adattava perfettamente. Quello che mi piacerebbe fare è fare un video per quella canzone e mi piacerebbe andare in qualche posto come una specie di brughiera o qualcosa del genere in inverno quando fa davvero freddo e io e Peter possiamo indossare grandi cappotti e camminare sulle colline. Siamo outsider ma siamo felici di esserlo”.
In questo ultimo lavoro ci sono alcune collaborazioni. Sbaglio o è la prima volta che le fate?
“Di certo è la prima volta che facciamo delle collaborazioni con i cantanti, non l’avevamo mai fatto prima. C’è stato Clint Boon degli Inspiral Carpets a suonare le tastiere in She Left Me on Friday e Devil in Your Shoes negli anni ’90 e c’è un uomo famoso chiamato James Taylor (cantante e musicista del James Taylor Quartet, nda) che suona l’organo in una nostra canzone. Ma questa è la prima volta che qualcuno viene e canta nei nostri album ed è fantastico dato che siamo entrati nel nostro trentesimo anno dalla nostro esordio su disco. Era giunto il momento che altri artisti venissero a cantare nei nostri dischi”.
E l’idea di coinvolgere Rowetta come è avvenuta?
“Quando abbiamo iniziato a scrivere l’album non avevamo preso in considerazione queste opzioni. La cosa abbastanza divertente è capitata quando Paul mi mandò a suonare la chitarra per la traccia di In Ecstasy, che era più o meno a metà del processo di scrittura. Inizio, metto la melodia sopra l’idea della chitarra di Paul in quel momento ho subito pensato a Rowetta e mi ha ricordato qualcosa che lei avrebbe fatto con gli Happy Mondays nei primi anni ’90”.
Il suono di MADchester…
“Esatto, quel genere di cose. Avevo già in mente Rowetta mentre stavo sistemando la melodia, ma poi quando ho scritto le parole ‘Stand with me, stand with me in ecstasy / Cover me, cover me in ecstasy’ mi ha immediatamente fatto pensare di nuovo a lei. Riuscivo proprio a immaginarla cantare qualcosa del genere. Quindi, dato che in passato abbiamo suonato con gli Happy Mondays e ci siamo incontrati a vari festival, ho pensato di contattarla e chiederle se voleva cantarci sopra. Ha adorato l’idea ed è stata più che felice di salire a bordo come prima ospite a cui ci siamo rivolti. E poi penso che perché Rowetta lo aveva fatto mi sono detto ‘Perché non avere più di un ospite nell’album’. Era qualcosa che non avevamo mai fatto ma ci ha aiutato a spargere la voce”.
Ho letto che le tematiche del vostro disco trattano sesso, droghe, stalking e ornitologia. Ma quale canzone tratta di ornitologia?
“L’ho notato mentre scrivevo la maggior parte delle canzoni. Sfortunatamente, non posso dire che sia presente in ogni canzone. Era un po’ il mio scopo e volevo farlo in ogni canzone. Ma cito gli uccelli o qualcosa che ha a che fare con un uccello in quasi tutte le canzoni, cosa che in un certo senso ho colto. In Kissing California dico ‘Looking from this Birds Eye view of love’ guardando l’amore da questa prospettiva a volo d’uccello. Il titolo Starlings resta Starling (significa storni, nda). In Real Love menziono gli uccelli dallo stesso piumaggio (‘Birds of a feather they should flock together’). Penso che molti dei testi di questo album parlino di viaggio e movimento che è poi quello che fanno gli uccelli. Si adatta molto bene insieme, anche un po’ per caso, ma ne sono più orgoglioso perché è coeso. Non voglio menzionare il covid perché è un tema noioso ma scrivo sempre piccole frasi e le annoto sempre, quindi alcune di queste idee per i testi probabilmente sono nate mentre eravamo rinchiusi e ovviamente dal desiderio di poter viaggiare. Non è affatto un Covid-album, quello se n’è andato ma penso che inconsciamente se non puoi o se non ti è permesso fare qualcosa, ti viene voglia di fare tutto”.
E il tema dello stalking dove si trova nelle canzoni?
“Quel tema è nato perché stavo scrivendo le parole di Tripping With You, e più scrivevo, più diventava sdolcinato ed eccessivamente amorevole. Così mi sono avvicinato da una prospettiva diversa e l’ho fatto incentrandomi sullo stalking, il che lo rende ora piuttosto intenso e un po’ oscuro. Volevo una voce di ragazza davvero per contrastare l’oscurità dello stalking Laura McClure è stata perfetta. Ha fatto un ottimo lavoro. Penso che l’idea fosse quella di provare a prendere qualcuno che somigliasse molto a Kirsty MacColl perché era fantastica. Laura l’abbiamo spinta ad ispirarsi proprio a Kirsty MacColl. E volevo anche una risata su Tripping With You e dopo quattro o cinque diverse abbiamo scelto quella migliore”.
Hai citato Kissing California. Mi ha dato l’idea di essere un brano fortemente power pop, non proprio brit pop…
“Tutte le armonie ricordano un po’ R.E.M. di metà anni ’80. È stata una delle prime canzoni con cui abbiamo iniziato ed è meraviglioso quando finalmente scrivi una bella canzone perché poi le altre vengono da sé. Quindi probabilmente avevamo tre o quattro idee su cui stavamo riflettendo, e poi è arrivata Kissing California. Ricordo di aver scritto la melodia e le parole della prima strofa di quella canzone nella mia macchina. Stavo guidando da qualche parte e Paul mi aveva inviato via email il ritornello della chitarra per la strofa. Così ho parcheggiato e ho collegato il telefono allo stereo dell’auto e ricordo che guidavo lungo la tangenziale vicino a dove vivo e ascoltavo il ritornello della chitarra e immediatamente dal nulla ho iniziato a cantare ‘What would you do if I called for you’. Quindi sono dovuto rientrare di nuovo e annotare quelle idee in modo da non dimenticarle”.
Vivi ancora a York?
“Sì, è a un’ora e mezza di distanza da Manchester, che è fantastica. Ma siamo cresciuti a York”.
Quanto è stata importante l’influenza di Manchester per una band di York?
“Quando gli Stone Roses pubblicarono il loro primo album nel 1989, io, Paul e Tom eravamo già in una band ai tempi della scuola ma con un nome diverso. Eravamo dei grandi fan e la loro musica ci ha spinto rimboccarci le maniche e iniziare a pensare alla nostra non più solo come un hobby. Eravamo già responsabili in qualche modo di quello che saremmo poi diventati: noi volevamo essere come loro e suonare buona musica. La scena musicale di Manchester era diffusa in tutto il paese, la ascoltavi in tutti i club indie coi pavimenti appiccicosi ma era fantastico perché avresti passato tutta la notte a ballare quella fantastica musica indipendente di fine anni 80 e inizio anni 90. È stato tutto molto importante, eravamo anche grande fan degli Smiths e dei Rolling Stones, dei gruppi chiave per me”.
Immagino siate voi la band più famosa di York, vero?
“Sì, ne sono piuttosto orgoglioso, a dire il vero. La scena musicale a York è abbastanza buona: ci sono un sacco di ragazzini che prendono in mano le chitarre e suonano, ma nessuno ha avuto tanto successo quanto quello che abbiamo avuto noi. Siamo fiduciosi per il trentennale del nostro primo disco e soprattutto per questo album. Incrociamo le dita, sta già vendendo abbastanza bene, quindi speriamo di ottenere di nuovo un buon piazzamento in classifica in Inghilterra per affrontare il resto dell’anno nel miglior modo”.
Com’era vivere a York 30 anni fa?
“Era strano perché è una piccola città e tutti sanno gli affari degli altri, quindi negli anni ’90 era piuttosto difficile. A volte perché uscivamo a bere nei pub avevano sempre quel tipo di aria un po’ minacciosa e penso che ci fossero alcune persone che probabilmente erano un po’ gelose e che ci accusavano di tirarcela. Ora dopo 30 anni abbiamo dimostrato il nostro valore, abbiamo fatto una buona carriera e la gente di York ci ama”.
E dopo 30 anni da Change Giver che idea ti sei fatto del brit pop?
“Abbiamo formato gli Shed Seven nel 1990 e poi nel 1992 l’intera scena di Manchester era in un certo senso morta, tutto era incentrato sull’acid e sul rave. Quindi non c’era molta roba per chitarra in Inghilterra, all’epoca, fino a quando uscirono i Suede e i Blur. Nel 1992 pensavamo sinceramente di essere l’unica band del paese con le chitarre per cercare di salvare quel tipo di musica. Poi è arrivato il 1994, e poi ti rendi conto che ci sono i Bluetones al sud, i Cast a Liverpool e gli Oasis a Manchester. Tutto questo ha creato quello che era conosciuto semplicemente come britpop. All’epoca era comodo spiegare cosa suonavi, bastava di “britpop” ma ere anche po’ pigra come risposta perché noi eravamo più che britpop. C’era altrettanto pop, indie e rock. Sono d’accordo sul fatto che siamo britpop nel senso che siamo britannici e suoniamo un elemento di musica pop. Quindi sì. Ma la cosa buona è che ora siamo tornati con canzoni nuove di zecca, non siamo un gruppo britpop nostalgico degli anni ’90: oggi siamo di nuovo una band rilevante che fa musica rilevante e molto attuale. Perché tutte le canzoni di questo nuovo album sono molto Shed Seven, ma hanno un suono molto fresco, ci siamo divertiti a registrarlo, c’è l’energia, c’è la voglia di impressionare”.
Pensi che gli Shed Seven siano stati sottovalutati durante la loro carriera?
“Avrebbe potuto andare meglio ma siamo ancora qui a suonare. E penso che forse non avere quella fama monumentale abbia solo aiutato perché forse saremmo crollati e ci saremmo bruciati se avessimo venduto di più. Sono orgoglioso di quello che stiamo facendo e potrebbe arrivare il momento in cui le persone inizieranno ad apprezzarci un po’ di più. Dovremmo venire in Italia. Penso che l’ultimo concerto completo che abbiamo fatto in Italia sia stato probabilmente nel 1995. Poi ci sono tornato un paio di volte e ho fatto concerti acustici. Ed è fantastico perché vieni a suonare in un bar con 400 persone lì dentro e tutti questi adorabili italiani cantano ogni parola, e ti chiedi ‘Perché non torniamo qui e ci suoniamo di più?’ È pazzesco. È un paese davvero incantevole e adoro il cibo, ho un ricordo fantastico”.
Oggi è davvero difficile essere un musicista. L’industria musicale è cambiata, la discografia, le etichette e via dicendo. Com’è economicamente avere una band e suonare in un tour?
“Beh, l’unico modo per fare soldi è fare concerti, non li facciamo con i dischi ma siamo anche molto abili a non esagerare coi tour: le persone si devono prendere una pausa da te, così quando tornerai non vedranno l’ora di vederti. Quando ci siamo ritrovati dal 2007 abbiamo fatto un grande tour nel Regno Unito ogni due anni al punto che alcuni dei fan che vengono a vederci pensano che lo facciamo ogni anno, ma non è così. Lo facciamo ogni due anni perché poi la gente potrebbe non tornare tutti gli anni e poi improvvisamente ritrovarti a suonare in posti più piccoli. Poi facciamo anche molti festival mal’industria musicale è cambiata in modo massiccio. È totalmente diversa dagli anni ’90. Noi siamo fortunati perché abbiamo una certa fama ed è anche per questo che abbiamo intitolato quel disco Instant Pleasures, perché tutto è immediato a e portata di clic. Tutto quello che vuoi, basta premere su uno schermo e lo ottieni subito. Mi manca dover attendere fino a venerdì o lunedì per uscire e andare al negozio di dischi e comprare il nuovo 12 pollici che voglio, guardarlo, annusarlo e sfogliare altri dischi”.
[Poi iniziamo a parlare di vinili e mi fa vedere la sua colleziona e io gli mostro i miei sistemati come i suoi nei kallax bianchi, nda]
“Sono contento perché quando il formato cd è diventato popolare nei primi anni 90, la maggior parte dei miei amici si è sbarazzata di tutti i loro vinili pensando che non ne avessero più bisogno e non l’ho mai fatto. Io li ho sempre tenuti perché mi piace guardarli. Ora sono davvero seccati di essersi sbarazzati di tutti i loro dischi in vinile. Ho degli album originali degli Stones, tipo Sticky Fingers con la copertina con la zip, quella realizzata da Andy Warhol. Perché sbarazzartene?”.
Sono affascinato dalla vostra storia di quando raggiungeste la posizione numero uno in Thailandia con Ocean Pier spodestando i Take That a Natale.
“È una storia bizzarra. Siamo stati invitati in Thailandia da una dj radiofonica chiamata Wasana, una superstar laggiù a cui piaceva davvero tutto quel tipo di musica dall’inizio alla metà degli anni ’90. Un po’ una versione di John Peel ma tailandese. È stato assurdo: abbiamo eluso la dogana e non avevamo idea di essere conosciuti laggiù. Abbiamo accettato di andare a suonare, siamo restati una settimana e ci hanno trattati come superstar suonando un solo concerto in uno spazio molto grande. E poi abbiamo raggiunto il primo posto della classifica a Natale. Invece, circa sei anni fa, in indonesia, abbiamo suonato a Jakarta e anche quella volta non avevamo davvero idea della nostra popolarità in quei posti. Eravamo davanti a circa 6000 persone e tutti cantavamo”.
Il vostro logo in Helvetica è riconoscibilissimo. Molti pensano che siate voi ad aver copiato quello degli Oasis, invece non è così…
“Sì, abbiamo un amico grafico che lo ha fatto per noi nel lontano 1990 circa e quindi è in circolazione da molto tempo, Ma sì, gli Oasis ce lo hanno rubato”.

Loro usano il vostro stesso font un Helvetica Black ma Italic, cioè obliquo…
“Non voglio litigare con gli Oasis… Abbiamo avuto qualche scontro con loro perché quando abbiamo iniziato a pubblicare i nostri singoli, per i primi due o tre mesi la stampa musicale scriveva continuamente degli Shed Seven e la nostra fan base cresceva molto. Siccome gli Oasis hanno sempre detto di essere la miglior band, penso si siamo sentiti un po’ minacciati. Poi loro, ovviamente, dopo pochi mesi sono esplosi e noi siamo rimasti a quel livello. Ricordo che abbiamo fatto un concerto da co-headliner nel 94 a Londra. Siamo arrivati al momento del soundcheck e loro erano già lì, siamo andati a salutarli ma non ci eravamo mai incontrati. Quindi ricordo che sono andato da Liam e mi sono presentato e lui ha detto ‘suoneremo per ultimi e non puoi usare il tuo dannato backdrop’. Un’altra volta invece, andando un avanti nel tempo fino al 1998, io avevo avuto il mio primo figlio e ne avevo parlato cn la stampa. Liam mi vede in un hotel e mi fa “Ciao Rick, come sta tuo figlio?” sa essere davvero gentile, quindi immagino dipenda da che droga prende”
Friday 13th May 1994 – on this day 20 years ago Oasis played The Venue, New Cross. Support from Shed Seven and Cast. pic.twitter.com/T4LuH2zlTb
— Venue New Cross (@VenueNewCross) May 13, 2014
Lo scatto sulla copertina dell’album da dove arriva?
“Dallo studio in Spagna dove abbiamo registrato il disco. Quel cane era un cane randagio che continuava a venire in studio perché lo accarezzavamo, gli davamo da mangiare e lo lavavamo. È diventato quasi come un animale domestico degli Shed Seven per tre settimane, lo avevamo quasi adottato ma poi portarlo a casa sarebbe stato problematico però volevamo che fosse in copertina”.
In che parte della Spagna eravate?
“Lo studio è vicino all’Andalusia, quindi proprio all’estremità della Spagna ed è lo studio del nostro produttore Youth (Martin Glover, fondatore e bassista della band inglese Killing Joke, nda) Quindi, in pratica, era letteralmente nel mezzo del nulla. Eravamo a 45 minuti di auto dal supermercato più vicino, avevamo solo una macchina ovvero quella noleggiata da Youth e quindi non ci era permesso andare da nessuna parte. Siamo rimasti letteralmente intrappolati lì per tre settimane. Ma è stato molto intenso quando ci sono circa otto uomini che creano quest’arte ma allo stesso tempo non c’erano distrazioni, quindi potevi semplicemente andare avanti e lavorare. Se fossimo a Londra o se fossimo a Milano saremmo andato in quel bar, poi in quel ristorante, poi in discoteca, insomma ci siamo capiti…”
Completamente concentrati…
“Sì, esatto, concentrati e penso che nelle canzoni si percepisca. Facevamo letteralmente una canzone al giorno, dal lunedì al venerdì, quindi il processo è stato molto veloce e praticamente stavamo quasi suonando dal vivo insieme nella stanza”.
Qual è il tuo album preferito degli Shed Seven?
“Non lo so, davvero. A dire il vero mi piace molto quest’ultimo perché è nuovo. Quando hai scritto un album, lo hai registrato e mixato, sei contento soprattutto quando nessuno lo ha ancora ascoltato. Appena esce non è più nostro ma di tutti e poi la gente comincia a dire ‘dov’è il prossimo album ?’. E io sono stanco, quindi non voglio ancora pensare al prossimo album! Comunque tutti gli album hanno pro e contro ai miei occhi: Maximum High è stato un grande album, Change Giver suona come il debutto di una band perché è molto crudo”.
Il vostro greatest hits, Going For Gold, è stata una raccolta importante che avete pubblicato dopo solo cinque anni di carriera.
“Dopo tre album in studio è stata in realtà la Polydor a dirci che avremmo dovuto pubblicarlo. Io ho chiesto se non fosse troppo prematuro nella nostra carriera ma l’etichetta ci ha ricordato che avevamo avuto circa 15 successi nella top 40 nel Regno Unito, non proprio tre singoli e tanti riempitivi. Era un vero e proprio Greatest Hits. E sono felice di averlo pubblicato”.



