Liberato si è preso Napoli, e non solo

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Liberato
(Credit: Instagram Liberato)

Fra storia, tradizione e mistero, il racconto dell’ultimo dei tre concerti di Liberato in Piazza Plebiscito a Napoli

di Mauro Fenoglio

Senza conoscere altre persone non è possibile né tradirsi né ferirsi l’un l’altro. Però non è neanche possibile dimenticare la solitudine. Gli esseri umani non potranno mai affrancarsi dalla solitudine. Del resto, ogni uomo è comunque solo. Ed è soltanto poiché è possibile dimenticarlo che gli uomini riescono a vivere“. – Kaworu Nagisa a Shinji IkariNeon Genesis Evangelion, episodio 24 –

Caffè Salvo (dal 1955), in Via Alvino, una tranquilla traversa di via Scarlatti, arteria commerciale e vitale dell’elegante collina del Vomero. A guardare e accarezzare dall’alto il panorama di Napoli. Appena ordini il caffè, ti viene chiesto se lo vuoi liscio o zuccherato. Non devi fare più nulla, ci penserà il barista a mettere la giusta dose di zucchero nella tazza calda come d’ordinanza. Tu berrai prima l’acqua nel bicchiere (che ti viene porto insieme alla tazzina di caffè) per sciacquarti la bocca preventivamente e poi, con calma, (non c’è nessun bisogno di correre, anche in una mattinata lavorativa napoletana, fra chiacchiere sugli scazzi fra Garcia e Kvara, i commenti sulla prima pagina del giornale posata su un tavolino del bar) sorseggerai la crema bruna, energetica ma ammaliante. Non devi chiederti nulla. Il rito e le sue sequenze sono parte del mistero, della storia, della tradizione. Loro sanno perché e non c’è bisogno che tu ti faccia altre (inutili) domande. Storia, tradizione e mistero. Negati (spesso dagli altri), rivendicati con orgoglio, difesi (anche con permalosità malcelata), ma regalati a chi si trova a passare; a chi, irrimediabilmente, si abbandona al fascino della cultura popolare che s’immerge nella modernità, dimenticando tutte le inevitabili contraddizioni.

Napoli, alla fine, questo è. Più che mai ora, lustrandosi immagine e immaginario negli occhi e nelle velleità di turisti che ne invadono quartieri storici e vicoli circondati dal tufo. Mai come prima così desiderosi di entrare anche loro a far parte del rito, di perdersi nel mistero. Napoli, città a strati, di culture millenarie assorbite e riplasmate, miscelate per produrre novità. Napoli che, agli occhi di chi punta il dito, deve sempre dimostrare di fare tutto, non solo bene, ma meglio degli altri. Senza ricevere sconti. Con l’ennesima ammonizione che attende dietro l’angolo di un errore, anche innocente. Napoli che spesso preferisce esporre i suoi vizi con sfrontatezza, piuttosto che risolverli. L’ultimo sorso dalla tazzina di caffè, lì in piedi davanti alla barra del Caffè Salvo, è il primo slancio di una giornata che porta a Piazza Plebiscito. In quella cornice, che è mito e vetrina della città, suona, per la terza volta in tre serate consecutive, il figlio ribelle ma devoto di Napoli, oggi: Liberato. Il ragazzo solo e incappucciato, che si porta in spalla tutte le facce della città moderna proiettata sul futuro. L’anonimato come difesa, la lingua come bandiera, l’appartenenza estetica e visuale, il social e il sociale come comunicazione interclassista, fra cultura bassa e ambizione astrale. Un frullato che digerisce tik tok, Gomorra, Sorrentino e i neomelodici. 25,000 spettatori a sera, per una celebrazione che è messa laica, rave euforico, chiusura del cerchio e ripartenza. Qualcosa che il pop massimalista in Italia non ha mai osato produrre. Così, con sfrontatezza, vertigine, sguardo oltre. Elegante e bastardo, volgare ma acuto. Sociale ma individualista.   

STORIA

Liberato Piazza Plebiscito

Piazza Plebiscito, luogo a cui Napoli torna inevitabilmente, ogni volta che c’è una nuova pagina da scrivere. Come in quel 19 settembre del 1981, a un anno dal terremoto dell’Irpinia, spartiacque sociale e culturale fra anni ’70 e decennio successivo, per città e regione. Pino Daniele, con Tullio De Piscopo, Joe Amoruso, Rino Zurzolo, Tony Esposito e James Senese, si esibisce davanti a una folla di 150000, forse 200000 persone. Fra svenimenti, arrampicate ai lampioni per vedere meglio il palco, la troupe RAI assalita, che scappa dalla piazza (ragione per la quale i frammenti video dell’evento sono molto rari). Trasformando una tranquilla domenica autunnale in storia. Giulio Di Donna, promoter e fondatore della fanzine digitale “Freak Out Magazine”, affidabilissimo cicerone per districarsi nei mille rivoli della storia musicale della città, prova a tracciare paralleli.

“Un artista napoletano che ambisce ad avere successo, inevitabilmente si confronta con Pino Daniele. Anche se musicalmente Liberato non c’entra nulla. Ma l’incarnazione della napoletanità, la contaminazione culturale, lo spirito esterofilo sono tratti comuni. Il blues, il rock, la musica brasiliana e il sole erano i linguaggi esclusivi di Pino, difficilmente replicabili oggi. Anche Clementino e Geolier provano in qualche modo a riferirsi a quel totem. Liberato, nel momento in cui si esibisce in Piazza Plebiscito, dichiara implicitamente la logicità del confronto. Se non sui contenuti, su status e forma. Per le nuove generazioni della città, Liberato può arrivare ad essere un nuovo Pino Daniele, pur non c’entrando nulla con la sua poetica. Ma è più un’identificazione con uno stile di vita che si adotta in città. Quando nei quartieri, nei bassi o nei bar, si sente la musica di Liberato che diventa un ‘bene comune’ percepito in quel preciso momento, significa che lui è entrato nel tessuto cittadino. Tant’è vero che, mentre all’inizio veniva percepito come un artista urban che, in qualche modo, era più affine ad una scena specifica legata al clubbing, al rap, ora viene quasi affiancato (a volte, anche in modo dispregiativo) ai neomelodici. Che sono architrave della cultura popolare cittadina. Quella che un tempo veniva percepita come cafona, tamarra, bassa, ma che ora è comunque rivalutata. Penso a Franco Ricciardi (che peraltro ha riempito lo stadio Maradona con 50.000 persone). La forza di diventare di tutti, parlando una lingua trasversale, è il salto compiuto da Liberato. Quello che lo ha portato a suonare per tre sere in Piazza Plebiscito”.

Liberato emerge come “fatto nuovo”, in un’epoca di barriere culturali polverizzate, in cui anche chi viene dal post punk o dal mondo delle chitarre, non necessariamente evita le istanze del neomelodico come cultura dominante e sciatta da combattere in trincea, riuscendo piuttosto a decantarne il valore popolare e la possibilità di essere base di progettazione moderna (quando c’è una visione a supportarla). Come in Spagna (Rosalía), Puerto Rico (Bad Bunny), così anche in Italia, nella città più pronta (da sempre) ad accettare la contaminazione come motore creativo, Napoli. Le tre serate di Piazza Plebiscito sono l’apoteosi di un piccolo tour europeo che ha toccato anche Berlino e Londra (la Brixton Electric con due sold out da 1,500 persone a sera). “La cosa interessante è che a Londra non c’erano solo napoletani (come capita solitamente a musicisti partenopei che suonano all’estero). Liberato è in grado di raccogliere un pubblico straniero che viene dalla scena elettronica, che fa parte di una rete mondiale che ascolta le stesse web radio, partecipa ad eventi specifici, che gli riconosce quella capacità innovativa, percepita anche da altri top player esteri”. E qui si allaccia l’altro elemento di collegamento fra Liberato e la storia (recente) della città. Lo spirito spontaneo del clubbing e le sue dinamiche come forma d’espressione, nate dal riposizionamento cittadino come centro di feste techno e house, durante tutti gli anni ’90. “Una scena sviluppata dai mitici Angels Of Love, tre ragazzi che in maniera quasi spudorata giravano l’Europa, sedendosi ai tavoli dei migliori management ed etichette discografiche della scena elettronica, scavalcando qualsiasi intermediario. Compravano direttamente set di DJ e produttori importanti da portare in città. Quasi mitologici il rave di Avezzano del 1992, con Frankie Knuckles o le serate da 3,000 persone all’Ennennci o al Metropolis. Si è creata una sub cultura clubbing spontanea che, in qualche modo, persiste ancora, e ciclicamente si ripropone”. Alla fine, fra storia, neomelodico, elettronica avant, reggaeton, cultura bassa e ultra modernità, lingua napoletana ed inglese, clubbing e tribalismo popolare, basti la citazione di Gianni Valentino, dal suo libro attorno al progetto, Io Non Sono Liberato: “Liberato è un progetto nato dal basso, partito senza etichette, senza uffici stampa, figlio di una città indisciplinata e culturalmente ricchissima e di una rete di contatti più o meno sommersi che parlano molto dell’Italia musicale di oggi”. Non c’è bisogno di molto altro, forse solo di un’altra tazzina di caffè. Liscio o zuccherato?

TRADIZIONE

La sirena a manovella nell’outro di Nun ce penzà è uno strumento che il cantante incappucciato maneggia ripetutamente sul palco, come strumento apocrifo e monito di un passato difficile, che non si può dimenticare. È la stessa che, nel 1943, avvertiva la popolazione dell’imminente arrivo delle bombe alleate. Morte e liberazione. Ricordo della prima città europea ad essersi auto liberata dai nazifascisti. Il pubblico anima piazza Plebiscito da metà pomeriggio. La folla verrà divisa in due, come si fa oggi, per ragioni di sicurezza: il pit più vicino al palco e il pubblico generale oltre le barriere che hanno (anche) lo scopo di distribuire la pressione. Nessuno si deve fare male. Napoli deve fare le cose anche meglio degli altri. Almeno due o tre generazioni fra il pubblico. Adulti, adolescenti e bambini, seduti a giocare a carte fra i sanpietrini, con magliette nere e rose purpuree e blu in mano. Tutti pronti a cantare con lui, per lui. “Ma comm cazzo si bella Napoli”, sospirerà lui, alla fine della corsa, dal palco innalzato. Dimensioni 50×25 metri, con 300 metri quadri di schermi e sputafuoco alla Travis Scott. Avvolto dalle istallazioni visual e light design, eleganti e minimal, disegnate da Martino Cerati e realizzate dal Quiet Ensemble, con la supervisione di Filippo Rossi. Come un’ombra protetta, insieme a quattro compagni altrettanto oscuri (tamburi e batteria, piano e tastiere, chitarra). Con un profilo che ricorda il tratto stilizzato ma carnale degli EVA, bio robot dell’anime Evangelion (serie TV cara a Liberato stesso). Pilotati da simbiotici adolescenti in piena turbolenza emotiva, che devono diventare adulti in modo violento e improvviso, per difendere la terra. Forse, è così che si sente lui stesso, dietro la maschera. Davanti a una città che gli chiede a gran voce di rappresentarla. E così si fa prendere, va anche oltre il necessario. Con l’utilizzo reiterato del gergo del popolo. “Chittemmuort” entusiasti sparati sulla piazza, in modo eccessivo (la terza sera li ridurrà di molto) che gli valgono pubblici strali, che si uniranno a bizzarre accuse di misoginia per alcuni dei testi, proprio quelli derivati da un’interpretazione di petto della tradizione popolare. Ripercorsa insieme ai dieci ballerini del collettivo FUNA, lungo il trittico Partenope/Nunn’ ‘a voglio ‘ncuntrà / Cicerenella. Tammorra e sintetizzatori, tri hat e voci ancestrali, balli posseduti e voguing.

Ancora Giulio Di Donna: “La prima sera: come quando i bambini che hanno appena imparato a parlare, sanno che è proibito dire una parolaccia e la dicono comunque, apposta. È chiaro che lui è probabilmente un ragazzo molto giovane e io sono un matusalemme. La sua apparente infantilità è il classico scherzo dell’adrenalina, del carico di responsabilità davanti a 25,000 persone da, appunto, rappresentare. Facile criticare dal loggione. In città, comunque, se ne è parlato molto di queste esagerazioni verbali. Un tipo di insulto è sentito come offesa molto profonda, che riguarda non solo te ma anche i tuoi cari. Nella terza sera se n’è probabilmente reso conto e ha corretto il tiro”. Tradizione vuol dire anche mancanza di filtri per il basso ventre della cultura popolare. Sorprende comunque quanto quella tradizione, attraverso i suoi canti e i testi recitati a memoria, sia conosciuta dalle ultime generazioni partenopee, anche oltre quello che uno si aspetterebbe. Un bagaglio che si tramanda oralmente a Napoli, più che altrove, e che le migliaia di voci all’unisono in Piazza Plebiscito, intonando testi di canzoni antiche (immerse in un happening modernissimo), testimoniano. “Non riguarda solo la musica, ma anche la poesia, il cinema o la cucina. Per molti giovani, molte battute di Edoardo o Totò sono DNA famigliare. I giovani vanno anche da Mc Donald’s, ma preferiscono la pasta con patate e provola. È qualcosa di radicato. Cicirenella è una tarantella del Vesuvio che è stata trasportata da Murolo e altri in tempi moderni. Liberato non è un maschilista. In alcune frasi, sembra che ce l’abbia il modo viscerale con una sua fidanzata, ma in realtà lui riprende quelle volgarità che sono insite in quei testi, per rappresentarne il senso d’appartenenza. È l’aggiornamento di un classico”. Insomma, “Facimm o sfaccim r’o burdell!”, come esulta il maestro di cerimonie, pronto a trasformare un carnevale folk pop in un’esperienza da stadio, dove vale tutto. Ma anche: “Pusat sti sfaccimm e cellular!”, quando chiede a una folla con i telefonini in aria, di usare le braccia per partecipare a Tu T’e Scurdat ’e Me. Al di là dell’istinto, c’è sempre, comunque, consapevolezza.

Liberato Napoli
(Credit: Instagram Liberato)

MISTERO

“Per quel poco che so io, la gestione delle attività di Liberato ha uno spirito molto indipendente. Sono lui e Francesco Lettieri a prendere tutte le decisioni. Il ragazzo ha le idee molto chiare e si prende il tempo per fare le cose giuste dal suo punto di vista e strutturarle al meglio. Lo spettacolo in Piazza Plebiscito gli era stato proposto per Capodanno 2022. Era interessato inizialmente, ma poi si è reso conto che non aveva il tempo per montare lo show che avrebbe voluto. Uno show multiforme, che cambia da club piccoli a spazi grandi. Ha addirittura suonato su una chiatta in mezzo al mare, in versione acustica con archi a Procida. Ogni passo che fa è estremamente ragionato. Prevedo che in futuro, continuerà così. Credo che l’anonimato per lui sia anche un modo di tutelarsi dalla pressione che Napoli potrebbe mettergli addosso (come fa sempre con i suoi eroi). Comunque, fino ad oggi, è riuscito sempre a rigenerarsi, a proporre qualcosa di nuovo”. Torna il concetto della tazza di caffè già zuccherata ad hoc. Le mille interpretazioni “fai da te” sull’identità di Liberato; da ex recluso dell’istituto minorile di Nisida a produttore misconosciuto in esilio, a star affermata che sceglie di celarsi, sono tutte ipotesi d’indagine non necessarie. Quello che necessitiamo è tutto davanti a noi. Il profilo scuro sul palco che è ponte fra passato e futuro. L’esperanto moderno da eletto avant pop, che si esplicita attraverso la citazione di Archangel di Burial (come per Rosalia, anche per Liberato),
lanciata nella coda di Nunneover, quasi a rivendicare unità d’intenti ed eredità. Napoli, celebrata nella chiusura corale di O Core Nun Tene Padrone (nella versione curata con 3D dei Massive Attack). In un’identificazione totale e cinematica (molto Aphex Twin) con una città che rinasce di continuo, nutrendosi del suo passato, non rinnegando le sue storture. “A difendere te”, proiettando il passato e il presente della sua terra, fra le stelle.

EPILOGO

Il 19 settembre Napoli celebra la festa di San Gennaro. Al Duomo si osserva il miracolo del sangue del santo, contenuto in ampolle custodite come reliquia. L’avvenuto scioglimento del sangue è presagio di buona sorte per la città e per il mondo. La mattina del 19 settembre, dopo la tre giorni in Piazza Plebiscito, Liberato suona per una platea di circa un centinaio di detenuti nel carcere di Poggioreale. Lo ha chiamato l’associazione Quarto Piano, che lavora all’interno del carcere con i detenuti tossicodipendenti. Lui ha accettato subito, chiedendo solo di poter suonare il giorno di San Gennaro, proprio in concomitanza del miracolo della liquefazione del sangue. “Poggioreale, chest è pe tte ammò, è sul pe tte!”, scuro e mascherato, insieme a tre dei suoi compagni live, da un palchetto allestito sul cortile davanti alla torretta di controllo del carcere. Non ci sono i visuals, ma Lettieri riprende tutto con una telecamera. In platea, pochi conoscono la sua musica, ma tutti sentono un’intima connessione con il suo nome. Iniziano stando seduti, cercando di capire. Poi, gradualmente, i ritmi e le parole li fanno alzare dalle sedie, con un minimo di apprensione da parte delle guardie. “Tutt’ a post guagliù, stann’abballann”, rassicura l’uomo in nero dal palco. Federico Vacalebre sul Mattino il giorno dopo, tenta un curioso gioco di specchi, citando un altro man in black, qualche decennio prima: Johnny Cash, davanti al pubblico di detenuti a Folsom Prison. Là era fratellanza di piccoli crimini e cadute personali, qui le dannazioni sono quelle del cuore. “Nisciun se scorda e vuje uagliù”, chiosa il rinnegato cantautore, mentre la piccola folla intona il suo nome, come fosse un’invocazione anelante per sé stessi. Intanto, il sangue del Santo si è liquefatto. Possiamo tornare, tranquilli, al nostro caffè già zuccherato.

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