Il treno della memoria dei Bauhaus

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Stefano Morelli racconta il concerto milanese dei Bauhaus, tornati dal vivo in formazione originale

di Stefano Morelli

Quando lo stile si allinea col sentimento sorgono esperienze artistiche e di vita come quelle dei quattro di Northampton, negarlo sarebbe quantomeno pregiudiziale e poco obiettivo. Concedetemi, a riguardo, il rimando a un riferimento che feci nei loro confronti citando James Hillman diversi anni fa, proprio sul tema del tempo e del carattere. Bauhaus, in effetti, è come se saldasse la propria volontà performativa ed estetica nello scorrere degli anni, specialmente in una serata e in un tour (catartico a ben vedere) come quelli caduti in questo afoso giugno da post lockdown, che si sono trovati a celebrare le pose del Bowie era Ziggy Stardust e l’esordio dei Roxy Music (i cinquant’anni, come ben evidenziato dal collega Bertazzoni presente alla serata). Una sorta di “change the lows to highs”, per citare l’adagio di Spirit, che ben si giustifica all’indomani dei problemi di cuore affrontati da Murphy lo scorso anno. Volontà, riscatto, determinazione nell’esserci, e in effetti il set ha colto molto miele, pardon crema, specialmente dai primordi, ossia dalle dimensioni limacciose e post punk virate di glam e neo sabbath che tanto caratterizzarono quel noir incendiario. L’apertura con il classico di Cale, Rosegarden Funeral Of Sores, e con Double Dare e In The Flat Field a seguito, è stata una dichiarazione d’intenti per un pubblico che ha partecipato attivamente al canto e alla celebrazione di una storia. Tredici brani tirati tutti d’un fiato: serrati, potenti nella caratura formale, molto gotici nel lirismo esecutivo, declinati in un’ora e mezza circa. Un treno della memoria in cui l’officiante Murphy, con piumaggio da black swan sulla falsariga del primo Brian Eno, ha più che mai ammaliato giocando molto sulla teatralità, sulla mimica, e prestando attenzione con maggiori riguardi alla modulazione vocale. Si è assistito invero quasi a una formulazione più ‘industriale’ e frontale nell’approccio, al contempo ben attenta a rifinire le partiture ritmiche e le dissonanze neo espressioniste: la jam dub alle quattro corde di Jay su She’s In Parties, le corrosioni soniche di Ash in Stigmata Martyr e Bela Lugosi’s Dead, le sincopi e i controtempi rigorosi di Haskins alle pelli. Dark Entries chiude il varco, e lo fa molto bene, ma è quasi una sorta d’indizio all’éncore glam rock successivo. I Bauhaus da sempre ci hanno abituato a cover magistrali (le più recenti in ordine di tempo hanno colto Dead Can Dance e Joy Division, rispettivamente con Severance e Transmission)… stavolta però è toccata all’algida nomenclatura di Sister Midnight di Iggy Pop, resa qui più cupa, inquieta e sistersiana (quasi a volerla intingere di colori floodlandiani), forse un modo per rammentare ai più giovani cinematica e berlinismo (ovvero, The Hunger e The Idiot). A chiudere in bellezza la polvere di stelle di Ziggy Stardust e Telegram Sam e la sensazione nitida di aver contribuito ad arricchire, forse più che in altre occasioni, un sentimento importante: il loro mai tradito we love our audience.

Setlist
Rosegarden Funeral Of Sores
Double Dare
In The Flat Field
God In An Alcove
In Fear Of Fear
Spy In The Cab
She’s In Parties
Kick In The Eye
Bela Lugosi’s Dead
Silent Hedges
The Passion Of Lovers
Stigmata Martyr
Dark Entries

Sister Midnight
Telegram Sam
Ziggy Stardust

Redazione Rumore
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