Julia Stone racconta il nuovo album, la vita in una famiglia di musicisti, e il futuro che si augura per l’Australia e per il mondo

di Stefania Ianne

Julia Stone è una cantautrice australiana che per oltre dieci anni ha cesellato una carriera di successo insieme al fratello Angus, un percorso che ha prodotto quattro dischi ricchi di armonie vocali a partire dall’esordio con A Book Like This, coprodotto da Fran Healy dei Travis nel 2007, passando dall’omonimo Angus & Julia Stone, coprodotto con Rick Rubin, per finire con l’ultimo autoprodotto Snow, pubblicato nel 2017. Durante il loro percorso musicale insieme, fratello e sorella hanno trovato il tempo di sperimentare musicalmente alla ricerca di una propria definita identità musicale indipendente pubblicando delle produzioni soliste in linea con la direzione musicale intrapresa con il progetto familiare. Angus sembra aver trovato una propria presenza come Dope Lemon, mentre Julia ha preferito la continuità pubblicando semplicemente con il suo nome a partire dal 2010. La ritroviamo quest’anno al suo terzo disco da solista, Sixty Summers. Creato con la produzione di Thomas Bartlett e Annie Clark meglio nota come St. Vincent, il nuovo disco sembra segnare una partenza netta rispetto alle precedenti produzioni con o senza il fratello Angus. Arricchito graficamente dalle foto rinascimentali della Stone create dall’artista spagnolo-croato Filip Custic, e anticipato da una serie di video spettacolari e collaborazioni importanti – compreso il singolo We All Have cantato insieme a Matt Berninger dei National – Sixty Summers è una composizione matura e sofisticata che sembra mostrarci il lato più seducente di Julia.

La incontro virtualmente per un’intervista candida e spontanea il giorno del settantesimo compleanno del padre. Lei è in Australia, io a Londra. È il primo pomeriggio per me, per lei è notte fonda. La vedo sul mio monitor sorridente, illuminata solo dalla luce del telefonino o computer da cui mi parla, dietro di lei le ombre cupe di decorazioni o luci retroilluminate che non riesco a identificare. Partiamo da Beethoven per affrontare il discorso scomodo dei rapporti familiari, le collaborazioni musicali, per concludere con i problemi ambientali e sociali in Australia nonostante una immagine nazionale euforica e solare.

Julia devi essere stanchissima dopo i festeggiamenti. Com’è andata?

“È stata una festa a sorpresa, mio padre era molto meravigliato. È stato molto bello, abbiamo festeggiato, abbiamo suonato e abbiamo ballato tantissimo. Mi sento molto carica”.

Lo sapevi che tuo padre è nato nello stesso giorno in cui è nato Beethoven, il compositore tedesco? Ed è un anniversario importante, sono passati 250 anni dalla sua nascita.

“No, non lo sapevo. Incredibile! Sono sorpresa che mio padre non ce l’abbia mai detto”.

Te lo dico semplicemente perché so che la tua famiglia è molto musicale. È vero che i tuoi genitori ti hanno influenzata moltissimo musicalmente?

“Sì, è vero. A partire dai nostri primissimi anni abbiamo imparato ad amare la musica grazie al loro esempio. Immagino nello stesso modo in cui i figli di un sarto o di un macellaio, o del fornaio imparano l’arte della famiglia, così noi abbiamo condiviso la gioia che i nostri genitori provavano quando suonavano insieme. E ci è rimasto impresso nella mente il fatto che la musica è qualcosa di speciale, che unisce le persone. I miei genitori non hanno avuto un matrimonio sereno, non era facile, ma quando suonavano insieme sembravano assolutamente felici e quest’immagine è rimasta dentro di me. Sono convinta che quando nella nostra vita incontriamo il dolore fisico e mentale, o viviamo dei traumi, la musica e l’arte ci aiutano a guarire. I nostri genitori sono stati una grande influenza per noi non solo per le loro qualità musicali ma anche perché sentivamo che avevano bisogno della musica, si rifugiavano nella musica per bilanciare le difficoltà della vita quotidiana in quel modo”.

Effettivamente la musica offre un rifugio ma anche un modo alternativo di comunicare, ci aiuta a connetterci a un livello più profondo rispetto a quello verbale. Condividere il linguaggio musicale con un’altra persona probabilmente ci aiuta a capirla meglio, sei d’accordo?

“Si, quello che dici è molto bello. Forse a volte diamo tutto questo per scontato ma è vero che quando canto con qualcuno mi sento profondamente innamorata di quella persona. Anche se magari ci siamo appena incontrati, provo questa sensazione di comunione profonda, di armonia totale. Ma devo dire che sono migliorata molto per quanto riguarda la comunicazione verbale rispetto al passato”.

Stavo pensando che forse il fatto di avere tuo fratello al tuo fianco, di aver condiviso con lui queste esperienze di vita e allo stesso tempo di avere in comune la passione per il linguaggio musicale deve aver aiutato entrambi enormemente, soprattutto agli inizi.

“Si, effettivamente ci ha aiutato molto. Ripenso spesso a quei momenti e penso che se avessi dovuto affrontare gli inizi da sola sarebbe stato molto difficile, l’idea mi terrorizza. Invece aver affrontato questa sfida insieme ci ha dato una forza, un potere enorme. Pensavo, non è colpa mia o colpa di Angus, se abbiamo fatto un errore, lo abbiamo fatto insieme, non era il mio successo o il suo successo, era nostro. E questa dinamica ha deflesso anche gran parte della pressione. Penso che sarebbe stata veramente dura a vent’anni partecipare alle riunioni (n.d.r con le case discografiche), o andare nelle sale di registrazioni da sola se fossi stata all’epoca un’artista solista. Avere Angus al mio fianco mi ha dato una grande forza, un gran senso di fiducia perché sapevo di essere al sicuro con lui, ha avuto un’importanza cruciale. Penso spesso ai giovani artisti che affrontano i lunghi tour da soli, senza la presenza di una famiglia che possa offrire supporto. Noi eravamo lì ad aiutarci a vicenda anche se, certo, ci sono dei momenti difficili ma almeno ci sentivamo un po’ a casa anche lontano da casa”.

Nel tuo percorso hai avuto una carriera di grande successo con Angus, ma il nuovo album, il tuo terzo come artista solista, vede un salto di qualità in una direzione molto diversa. Penso che Sixty Summers sia molto sofisticato e sexy allo stesso tempo. Musicalmente senti di aver trovato la tua strada, la tua vera identità musicale?

“Quello che ho creato insieme a mio fratello Angus è stato molto speciale perché è il prodotto di due menti, di due persone completamente diverse che sono riuscite a trovare un punto comune, una via di mezzo che funzionasse per entrambi. E abbiamo dovuto lavorare molto in questo senso durante il nostro percorso musicale, per creare qualcosa che fosse soddisfacente per entrambi. E visto che siamo due persone che hanno una visione del mondo che è molto diversa, la nostra musica insieme riflette quel punto in comune che abbiamo creato insieme nel nostro percorso musicale. E amo quello che abbiamo creato insieme, tutti i dischi che abbiamo fatto durante tutti questi anni, proprio perché è il frutto di queste difficoltà. A volte è stata una vera sfida e siamo entrambi orgogliosi di essere riusciti a farlo insieme soprattutto visto che veniamo da una famiglia dove queste difficoltà erano reali”.

Ma siete arrivati a un bivio nelle vostre carriere, cosa è successo?

“Si, sono convinta che sia io che Angus sapevamo che a un certo punto le nostre strade si sarebbero separate perché ci sono delle cose che vogliamo esprimere che non condividiamo, entrambi abbiamo il bisogno di essere più indipendenti in quello che scriviamo e nel modo in cui esprimiamo quello che vogliamo dire. Come hai detto giustamente io in particolare sentivo che c’era un mio lato sexy che non potevo esprimere perché stavo lavorando con mio fratello, ed è giusto così, e forse in passato non ero pronta a mostrare questa parte di me. Ma con questo disco mi sono sentita libera di dire: questa sono io, questo è il mio modo di sentire, è parte della mia vita. Amo l’energia che si sprigiona con il desiderio e quest’impulso a creare con un’altra persona o per conto mio. C’è voluto del tempo prima che tutto questo diventasse una priorità per me, prima di rendermi conto che era quello che volevo fare, doveva succedere in questo periodo, sono nel terzo decennio della mia vita, ho sentito che non c’era scelta, questo tipo di musica è quello che voglio fare. È una conseguenza del tempo che passa, inizi a conoscere te stessa un po’ meglio e scopri quali sono i panni che vanno bene per te, non quali panni mi stanno meglio, ma quelli che mi stanno meglio ma mi fanno stare bene allo stesso tempo”.

È un atto di equilibrismo puro! E dopo esserti ritrovata cosa pensi, il capitolo con tuo fratello si è concluso per sempre, oppure mai dire mai?

“Come ho detto prima la nostra collaborazione è uno spazio molto speciale per me, e il nostro lavoro di armonie musicali tra fratello e sorella ha un posto importante nel mio cuore. Poco tempo fa abbiamo creato una colonna sonora per un computer game e è stato molto bello ritrovarci perché lo abbiamo pensato come un progetto laterale, sia io che lui adesso abbiamo i nostri progetti principali da solisti e ritrovarci è stato molto bello, ci siamo divertiti molto. Ma è cambiato tutto, prima Angus & Julia Stone era il nostro gruppo principale e di tanto in tanto ci piaceva mettere le dita nell’acqua metaforicamente, e sperimentare con dei progetti solisti, ma adesso le dinamiche sono cambiate e siamo entrambi molto felici così, anche se siamo sempre molto eccitati all’idea di collaborare e tornare a creare insieme”.

Parlando di collaborazioni, il tuo nuovo disco presenta delle collaborazioni interessanti, innanzitutto con Thomas Bartlett. Com’è nata, e come si è sviluppato il processo creativo? Sei partita dalle tue idee e Thomas Bartlett ti ha aiutata a svilupparle? E a che punto avete coinvolto Annie Clark?

“Thomas è diventato un mio grande amico tanti anni fa. Lui collabora molto con i National e a un certo punto stavo suonando a un festival dove c’erano anche loro. La prima volta avevo visto Thomas dal vivo insieme a Martha Wainwright a New York. Siamo diventate amiche con Martha durante un tour insieme in Europa, e sono andata a vederla dal vivo a New York. Thomas suonava il pianoforte e ricordo di aver pensato, non ho mai sentito nessuno suonare il piano in quel modo e mi sono innamorata istantaneamente, dove mi trovavo, lì tra il pubblico e non mi era mai successo prima. Anche se mi piacciono un sacco di gruppi e di musicisti non ho mai pensato: wow, voglio conoscere il cantante. E invece questa volta sono stata presa dalla voglia di incontrare e di parlare con questa persona. Così sono andata backstage e lui era lì seduto con i suoi amici ma mi sono fatta fermare dalla timidezza e non l’ho approcciato. Ma l’ho rivisto dopo 6 mesi e nel frattempo avevo sentito tutti i suoi pezzi, incide come Doveman, e, dopo aver ascoltato gran parte della sua musica, mi ero fatta un’idea nella mia testa di come fosse. Dopo il concerto con i National a questo festival abbiamo iniziato a parlare e ci siamo sentiti molto in sintonia. All’inizio era molto sorpreso perché ho iniziato a dire che ero una grande fan di tutto quello che aveva creato e ho iniziato a cantare le canzoni di cui ricordavo le parole e lui era sorpreso perché non è un artista famoso. In ogni caso non abbiamo smesso di parlare e la nostra amicizia è diventata sempre più forte durante la registrazione del mio secondo album solista, By the Horns. Lo abbiamo registrato insieme nel corso di una settimana e all’epoca pensavo che il mio lavoro da solista fosse semplicemente un progetto secondario. E invece con Thomas abbiamo iniziato a parlare di un nuovo tipo di collaborazione, di scrivere insieme. Thomas aveva appena creato il suo studio e per passare più tempo con lui io ho iniziato a trascorrere un sacco di tempo a New York nelle pause tra un tour e l’altro. E così all’inizio gli mandavo le mie idee e lui metteva insieme un demo e poi io arrivavo a New York e registravo la mia voce. Abbiamo iniziato con We All Have, è stato il primo frutto della nostra collaborazione e ci è piaciuta molto, sembrava molto diversa”.

La canzone che poi è diventata il singolo con Matt Berninger dei National, ancora loro.

“Si, infatti. E abbiamo continuato a scrivere in questo modo. Se non ricordo male quando abbiamo contattato Annie avevamo all’incirca 25-30 canzoni pronte. Sapevamo che c’erano delle cose molto belle ma sembravano molto diverse e non riuscivamo più a capire come dare una forma coerente, quali scegliere, non sapevamo più se avevamo raggiunto la versione finale o se fosse meglio registrarle da zero. Ci eravamo divertiti tantissimo a creare il tutto ma avevamo un sacco di dubbi. A quel punto Thomas ha suggerito di contattare Annie. Sono molto amici e anch’io l’avevo incontrata varie volte in giro per i festival e anche grazie a Thomas e al batterista che avevamo in comune, Mattie (n.d.r. Matt Johnson). Quando Thomas ha detto: ‘perché non coinvolgiamo Annie?’, mi è sembrata la cosa più naturale del mondo. Mi piace molto quello che fa. E da quando abbiamo lavorato insieme mi piace sempre di più, è una persona molto calorosa, super intelligente e un’artista inimitabile, la persona ideale per completare il disco, per guidare la mia musica verso un altro livello. In ogni caso lei ha accettato subito e ha iniziato ad ascoltare le canzoni e a selezionare quelle che sarebbero finite nel disco, ne ha scelte 15 per iniziare, poi è scesa a 13. E tutto questo è successo più di un anno fa. Annie ha il suo studio di registrazione a Laurel Canyon, in California e io andavo da lei a lavorare insieme alle canzoni, mentre quando veniva lei a New York, abbiamo lavorato insieme a Thomas. Tutto questo è successo durante un periodo di circa un anno ma per brevi tratti, un paio di settimane alla volta. Abbiamo completato il disco insieme a Laurel Canyon più o meno alla fine del 2019. È stato incredibile lavorare con Annie, quello che amo nel suo modo di lavorare è che mi spingeva tantissimo e mi ha costretta a giustificare tutte le scelte che ho fatto, ogni singola parola che ho scritto. Se non riuscivo a spiegare una frase mi diceva: ‘scava più a fondo’ per trovare una storia, un significato. Non avrei scritto Sixty Summers nello stesso modo senza il contributo di Annie”.

Non sei la prima a dirmelo, un anno fa circa ho intervistato Carrie Brownstein delle Sleater Kinney e anche loro avevano lavorato con Annie e mi diceva esattamente la stessa cosa, è incredibile. Oltre al lavoro musicale, sono rimasta molto colpita dai tuoi video. Sono strutturati come cortometraggi e tu diventi la protagonista. Come ti trovi in questo ruolo, hai mai pensato di lavorare nel cinema?

“In realtà più o meno un anno e mezzo fa ho ricevuto un’offerta che è diventata un film australiano tratto da un libro di Tim Winton, Dirt Music. All’inizio mi hanno chiesto di comporre la musica per il film e io ho subito detto di sì, devo dire che mi è molto difficile rifiutare un’offerta, le nuove esperienze mi sembrano sempre molto eccitanti, nuovi incontri, nuovi posti. E anche se eravamo in pieno tour, mi sono detta di sì, sicuramente ho il tempo di comporre. Ma poi una delle produttrici è venuta a vederci dal vivo a Londra ed è venuta a salutarci dopo il concerto. E mentre stavo parlando, mi sentivo osservata, mi stava guardando intensamente dalla testa ai piedi e mi ha detto: “perché non fai l’audizione per uno dei ruoli nel film?” E ovviamente io risposto di sì! Ma non avevo mai fatto un provino nella mia vita. Mi hanno mandato il copione e dopo un concerto in Turchia, a Istanbul nella stanza dell’albergo il mio ragazzo ha preparato il set e abbiamo registrato il provino per questa parte che non è la protagonista, è un ruolo piccolo ma intenso. Ci siamo divertiti tantissimo, dopo un sacco di risate siamo finalmente riusciti a finalizzare il provino e a inviarlo alla casa di produzione. E quando sono tornata in Australia mi hanno detto che il regista (Gregor Jordan) voleva incontrami e mi ha detto subito che avremmo iniziato a filmare il mese successivo! Ed è così che sono finita in questo film”.

E come è stata l’esperienza sul set?

“Nel corso di 3 mesi andavo e venivo dal set per le riprese, sono presente forse in 5 scene, ma mi sono divertita molto. È un po’ come essere sul set di uno dei miei video ma ovviamente ci sono molte più persone presenti, e circolano molti più soldi, non per me, ma per la produzione del film. E passi un sacco di tempo ad aspettare fino a quando arriva il tuo momento per filmare una scena. Ma è molto simile all’esperienza del tour, è come far parte di una famiglia, entri in confidenza con le artiste del make-up, gli elettricisti sul set, il regista, si è come una gran famiglia e questo aspetto mi è piaciuto molto. E sono stata fortunatissima a vedere il lavoro di questi attori straordinari, Kelly McDonald, George Mason, sono molto generosi nel dare tutti se stessi e per quanto mi riguarda, mi sono divertita molto a diventare una persona diversa e forse fare i video musicali mi ha dato la fiducia in me stessa che mi serviva per affrontare il mondo del cinema”.

Hai appena detto che ti sei divertita a diventare una persona diversa nel film, ti piace interpretare ruoli anche nelle tue canzoni? Le tue storie musicali sono personali oppure ci descrivi dei personaggi inventati?

“Spesso descrivo delle sensazioni legate a esperienze vissute e a volte invece le mie canzoni sono un distillato di varie esperienze e sensazioni. Per esempio, Break parla di una persona che si sente completamente dominata dalle emozioni, è una persona che si è arresa, si è lasciata andare a questa sensazione di inevitabilità. Non è a proposito di qualcuno in particolare ma mi è venuta in mente perché rispecchia tante situazioni in cui mi sono venuta a trovare, sai quando ti senti attratta verso qualcosa e devi navigare l’onda fino all’ultimo fino a quando non esplode sulla spiaggia. Se accetti che è quello il tuo destino, è molto meno doloroso piuttosto che cercare di combattere questi sentimenti. E ci sono esempi di canzoni molto personali ma altre canzoni come Substance invece sono piuttosto dei personaggi inventati. In questa canzone mi chiedevo come potesse essere avere un rapporto con una persona del genere, non mi è mai successo personalmente, ma ho immaginato questa canzone tenendo in mente l’esperienza di una mia amica che ha vissuto una storia simile in cui l’altra persona sente di avere il diritto di trattarti male solo perché si sente speciale, perché abituata al successo. È per questo che mi piace la musica pop: perché si può ascoltare come se fosse una storia, un racconto piuttosto che un’esplorazione di emozioni profonde”.

Ritornando ai tuoi video, quando ho visto il secondo video estratto da Sixty Summers, Unreal, mi ha fatto venire in mente il video di Cruel di St. Vincent che se non erro risale al 2011. Si tratta di una coincidenza oppure avete scambiato appunti o condiviso gli stessi scrittori o registi?

“Non ho visto questo video ma adesso mi hai incuriosita. Annie non ha commentato quando gliel’ho mandato. Ma in realtà il video è stato girato da una regista australiana, Bonnie Moir tutti i miei video finora sono stati girati da donne registe. Ho conosciuto Bonnie grazie all’artista che ha curato la cinematografia di Dirt Music. L’ho ricontattato perché mi era piaciuto molto il suo lavoro durante il film. Devo dire che da piccola sono stata influenzata enormemente da Blade Runner, l’ho rivisto tantissime volte e amo soprattutto esplorare l’idea di cosa ci rende reali, umani. Questa canzone gioca sulla dicotomia tra cosa è reale e cosa invece è irreale, e così nel video una scena è autentica e quella successiva non lo è. Mi piaceva l’idea di apparire come una replicante e di esplorare l’idea che nel futuro potremmo giocare con l’idea di usare replicanti per evitare di dover affrontare il dolore e mi sembra che stiamo diventando sempre più bravi a isolarci, ad usare l’intelligenza artificiale per cancellare il dolore. L’idea è partita così e poi Bonnie è entrata a far parte del progetto e l’ha resa più concreta come storia. Ma è vero che Annie non ha mai parlato di Cruel, sicuramente lo vedrò!”

In Cruel Annie viene rapita da un uomo e i suoi figli, è molto surreale e molto dark. Mentre anche se il tuo video ha una dimensione surreale, si avvicina di più a una realtà distopica da sci-fi.

“Da quello che mi racconti mi hai fatto venire in mente un film con Goldie Hawn, Overboard (Una coppia alla deriva). È un film che dovrebbe essere molto divertente ma in realtà quando l’ho rivisto di recente l’ho trovato molto datato”.

Non ne parliamo, ci sono tanti film che stanno ritornando sulle piattaforme streaming e che all’epoca sembravano innocenti e invece sono datati malissimo, direi che quelli girati negli anni 80 e 90 sono i peggiori… Ma ritorniamo al tuo album, ci hai già anticipato una serie di singoli e video molto interessanti ma non dimentichiamo il tuo EP natalizio. Vorrei concentrare l’attenzione proprio su quest’ultimo e in particolare la tua scelta di suonare River di Joni Mitchell insieme a delle canzoni e inni tradizionali che hai trasformato con la tua interpretazione. È una canzone molto intensa con delle parole molto inquietanti. Ti posso chiedere perché l’hai scelta?

“Amo Joni Mitchell e l’ho ascoltata tantissimo quando avevo vent’anni. Natale è un periodo molto difficile per me, sono cresciuta con quest’idea di magia come tutti i bambini fino a quando la vita ti fa capire che non è esattamente come te lo immaginavi. E per la mia famiglia Natale non è mai stato normale, non è come lo vedi nei film e io ho un gran problema con l’idea di Natale perché è un periodo che amo molto ma mi rende molto emotiva. River ha sempre avuto un effetto catartico per me durante il periodo difficile dei miei vent’anni mentre cercavo di capire come farmi amare e come mantenere in vita l’amore sia romantico che l’amore per la mia famiglia e in quel periodo le parole di Joni Mitchell sembravano esprimere queste mie sensazioni in quel particolare periodo dell’anno. Ho sempre voluto fare un disco natalizio e ovviamente la maggior parte delle canzoni esprime gioia ma sentivo che era importante per me rifare River per esprimere quello che Natale significa per me. Allo stesso tempo anche le altre canzoni sono vere per me, esprimono il mio modo di vedere il Natale”.

Come stanno andando le cose in Australia? Si è perlomeno iniziato a parlare di un maggiore potere alle popolazioni indigene nella gestione dei loro terreni con le pratiche culturali ancestrali di cui sono custodi? Pensi che ci sia una maggiore consapevolezza ambientale?

“È una domanda importante e mi piacerebbe poter dire di sì, ma sinceramente non so quale sia la risposta. Ti posso dire con certezza che in tutte le organizzazioni con cui abbiamo lavorato a questo progetto, Seed, Firesticks, il Climate Council australiano, ci sono tante persone che stanno facendo un lavoro molto importante. Tanti australiani sono preoccupati per l’ambiente e i cambiamenti climatici e si stanno mobilitando anche perché la voce delle popolazioni indigene sia ascoltata e vengano riconosciuti i diritti che le popolazioni indigene hanno sul loro territorio e quanto sia importante dare loro una voce in parlamento. Ci sono tantissime cose da cambiare in Australia e ci sono molte persone che credono nel cambiamento e vorrei poter dire che le cose stanno cambiando perché sono circondata da persone che stanno lavorando al cambiamento, ma purtroppo il cambiamento reale finora è quasi insignificante. Anche se allo stesso tempo sono sicura che ormai tutti sono d’accordo nel riconoscere la crisi climatica e che non serve più a nulla fare dei piccoli passi. Il cambiamento climatico deve essere il punto di partenza di tutte le discussioni. Siamo fortunati perché abbiamo a nostra disposizione la conoscenza delle popolazioni indigene che si sono prese cura di questa terra per oltre 60 mila anni e hanno la chiave per risolvere il problema di questi territori estremamente aridi e dove le temperature sono estreme e il fatto che la gestione di questi territori non sia affidata a loro è molto deludente per me come australiana. (N.d.r. L’Australia è l’unico paese del commonwealth a non aver mai firmato un trattato con le popolazioni indigene). Inoltre dopo aver vissuto un livello di distruzione incommensurabile a causa degli incendi boschivi, anche se la popolazione era ancora inorridita dopo aver subito e testimoniato il danno irreparabile alle comunità distrutte dagli incendi e il costo pagato dagli animali e dall’ambiente, fa molto male vedere che non appena la pandemia del coronavirus è diventata la notizia principale, si sono tutti completamente dimenticati di quello che era successo. La conversazione che era appena iniziata è stata abbandonata. Capisco che il governo doveva dare priorità alla pandemia ma spero che se quest’anno non sarà drammatico come quello precedente, forse abbiamo ancora il tempo di rimediare. Ma almeno una cosa positiva è venuta fuori dall’orrore degli incendi dello scorso anno: gli aiuti finanziari donati a molte organizzazioni indigene che stanno facendo un lavoro incredibile e queste organizzazioni hanno finalmente trovato una voce che diventa sempre più importante. C’è anche un grande movimento per cercare di dare una voce parlamentare alle popolazioni indigene e tutto questo è molto eccitante”.