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di Francesco Vignani

“Se ho festeggiato? Sì, dai, ho bevuto un bicchiere di vino e ho pensato… ma veramente sono stato io a fare questa cosa? Perché è bello ripensare all’aver percorso così tanta strada. Quanto fomento, quanto ci ho creduto, quanto ci credo ancora”, risponde Luca aka Militant A a quella che non è solo la prima domanda dell’intervista ma probabilmente neanche la più intelligente ricevuta dal rapper romano in carriera. Giustificata però da un anniversario tutt’altro che banale, visto come il 15 giugno di quest’anno spegneva 30 candeline Batti il tuo tempo, canzone (ed EP) da cui tutta la storia del rap in italiano muoveva i primi passi. Compleanno roboante, a guardare quell’elefante nella stanza che sono i numeri attuali dell’hip hop nelle classifiche nazionali. Ma anche e soprattutto per come permette di celebrare e raccontare con la serenità degli anni trascorsi uno dei momenti di maggiore rottura mai capitati alla musica italiana dello scorso secolo. E non solo alla musica, se Storie di assalti frontali, primo (e consigliatissimo come tutti gli altri) libro di Militant A del 1997, si apre con queste parole: “È stato un mix di malattia politica e fissazione per la parola a precipitarmi in questa storia”. E che storia, anche a provare rimetterla in ordine dopo tanto tempo: le basi nelle radio militanti (Radio Onda Rossa, ovviamente) e nei centri sociali, il contorno dei primi passi di una Pantera che finirà per fare da cesura fra passato e futuro del movimento e l’intuizione che quella che era la scena rap italiana fino a quel momento – tutta presa a scimmiottare i canoni americani – non sarebbe andata da nessuna parte. Tutto in pochissimo, appena più di una meteora: un solo EP (due a considerare anche Baghdad 1.9.9.1, uscito però a gruppo già sciolto), un pugno di mesi di vita e a ottobre del 1990 una fine che darà il via a molti inizi, Assalti Frontali su tutti. È lo stesso Luca, fra i membri fondatori dell’Onda Rossa Posse, a raccontarci quel periodo nel corso di una lunga chiacchierata telefonica.

(Credit: Maurizio Belfiore / Militant A)

Qual è il tuo rapporto oggi con Batti il tuo tempo?

“Molto semplicemente la canto ancora nei concerti degli Assalti Frontali. E con grande piacere. È sempre un bel momento nei live quando arriva il suo turno, per me è una canzone senza tempo: ovvio che è legata a un periodo ma racconta di sentimenti e di valori che hanno attraversato gli anni e sono arrivati fino al presente. È un discorso che vale oggi come allora: batti il tuo tempo, stai sul tuo tempo, non perderlo. Io faccio dei laboratori di rap nelle scuole, è un’altra delle mie attività, e lì faccio anche altri pezzi di quel disco come Omaggio a Sante o Quello che siamo. E vedo che i ragazzi restano colpiti perché le rime sono belle, funzionano ancora. Uno magari dice “eh che palle” e invece no, piacciono”.

È persino straniante sentirtela fare oggi, visto come tu sei uno dei rarissimi musicisti italiani dei Novanta ad aver radicalmente rinnovato il suo pubblico. Ora ai tuoi concerti è pieno di giovanissimi che conoscono a memoria i tuoi ultimi lavori come Assalti Frontali ma che erano ben lontani dal nascere nel 1990.

“Sì, capisco cosa intendi. È come se… ti facessi fare un giro nel tempo! È che comincio ad avere tante canzoni e sono uno a cui piace raccontare la storia ma non guardare sempre indietro, perciò per un certo periodo l’ho abbandonata salvo accorgermi quanto invece fosse importante una volta rimessa in scaletta. Poi ho visto tanti della nuova generazione riconoscere l’importanza del pezzo: Fabri Fibra più volte ha raccontato di quanto sia stato influenzato dall’averci visto nel 1992 a Senigallia, tanto per dirne uno. Sai, io avevo il filo rosso coi banditi degli anni Sessanta e Settanta e mi ha fatto piacere vedere elementi di questo nuovo rap mainstream riconoscersi in questo stesso filo, per quanto poi ovviamente siamo per molte cose diversissimi. Vuol dire che, alla fine, al momento della verità e delle cose importanti, magari possiamo anche fare delle battaglie insieme”.

Cominciamo con il salto all’indietro: è noto come il campione di Batti il tuo tempo sia rubato a I Go To Work, singolo del 1989di Kool Moe Dee, MC di Harlem e membro di una delle primissime crew hip hop, i Treacherous Tree. Solo che voi ne avete fatto un uso molto migliore!

“Lui già campionava James Brown lì, però sì, il pezzo non era il massimo (risate, ndr). Lui era stato fin troppo tecnico, Batti il tuo tempo è molto più emotiva”.

Molto nello spirito del periodo l’aneddoto che hai di recente anticipato al “Manifesto” su come eri entrato in possesso di quel pezzo.

“In pratica avevo questo amico che doveva andare a New York, gli diedi 100.000 lire per passare in un negozio di musica hip hop di cui ora non ricordo il nome e comprarmi i primi dieci singoli in classifica. E lui fra quelli mi portò proprio I Go To Work”.

Non era solo l’aspetto musicale a mostrare una certa preveggenza. L’Italia del 1990 era a un bivio anche all’interno del movimento e voi forse senza neppure accorgervene lo rappresentavate in forma quasi plastica nel logo di Onda Rossa Posse: una pantera all’interno di una stella a cinque punte.

“Sì, a livello iconografico avevamo preso dei simboli che per noi erano importanti. Ovviamente ci ragionavamo molto, davamo parecchia importanza a come uscivamo, al marchio, alle parole: per dire, nella copertina interna c’è tutta una lunga sfilza di riferimenti culturali che ci avevano influenzato. La particolarità del nostro rap è che ha sì preso un linguaggio nato in un contesto geograficamente lontanissimo, ma gli ha dato una sua attualità facendolo interagire con un movimento di liberazione che aveva altrettanta forza. Le lotte che ci sono state qua fra il 1968 e il 1977 sono state uniche in Europa, l’hip hop si è agganciato a loro. Era la fine degli anni Ottanta e certe cose non potevano andare avanti: la troppa violenza, il conflitto… serviva un’esplosione di creatività”.

(Credit: Maurizio Belfiore / Militant A nel 1990)

Ti ricordi a cosa pensavi mentre scrivevi il testo di Batti il tuo tempo?

“Lo spirito con cui faccio le cose è rimasto lo stesso, ma ai tempi scrivevo in modo molto più impetuoso, quando buttavo giù i testi immaginavo davvero di fare la rivoluzione! Diciamo che grazie al rap, grazie all’arte, io mi rendevo conto che si poteva essere molto forti, molto radicali e allo stesso tempo maggioritari. Si poteva parlare a un pubblico vastissimo. Negli anni Ottanta noi e i centri sociali eravamo molto più marginalizzati di ora. Non avevamo praticamente alleanze nelle istituzioni, c’era giusto qualche bravo giornalista che seguiva la cultura e poco altro. Quelle che uscivano dall’ambiente erano cose piccole, tutto sommato. E io sentivo questa difficoltà di linguaggio che avevamo, questa difficoltà di parlare agli altri. Percepivo questo vuoto e solo l’arte mi ha dato la possibilità di trasformare quello che avevo dentro – la rabbia, i sentimenti – in qualcosa di forte. Funzionò praticamente da subito: durante il movimento della Pantera salivamo sul palco e la facevamo, potevano esserci tutti gli scazzi possibili fra gruppi e gruppetti, ma lei metteva tutti d’accordo”.

Prima ancora c’era stata invece l’esperienza della radio, giusto?

“Sì, io facevo il dj a Radio Onda Rossa e cercavo di trasmettere il mio amore per l’hip hop alle persone che avevo attorno, ma fondamentalmente mettevo cose come Boogie Down Productions o Eric B. & Rakim. Tutti ci facevano i complimenti, pochi però coglievano la forza della cosa, non capendone i testi. Poi a un certo punto in trasmissione io e il mio socio Castro X abbiamo cominciato a passare le prime rime in italiano fatte da noi e gli stessi ragazzi a cui prima dovevo spiegare cos’era il rap cominciarono a registrarle, passarsi le cassette. E lì ho pensato…wow!”

Anche perché da lì la faccenda è esplosa a un ritmo incredibile per quegli anni, fra le prime 2000 copie del disco praticamente bruciate e un passaparola velocissimo. Come lo hai vissuto a livello umano? Pativate lo sballottamento o facevate guscio?

“All’inizio ero troppo contento, mi veniva da ridere da solo, mi ricordo la felicità ogni volta che tornavamo dai concerti. Ma lo eravamo tutti: Onda Rossa Posse era una banda numerosissima, tutto un gruppo che faceva riferimento a un posto a Roma a San Lorenzo al 32 di via dei Volsci. C’erano tantissimi ragazzi, alcuni anche di strada che vivevano davvero fra il legale e l’illegale: potevano andare di qua o di là, ma col fatto che lì c’eravamo noi alla fine stavano dalla nostra parte. Era un orgoglio collettivo, per davvero”.

Modo di operare (e numeri, soprattutto) che porterà ai primi problemi per Onda Rossa Posse, no?

“Presto è stato chiaro che fra di noi c’era chi come me voleva lavorare di più a questa cosa e chi voleva fare altro. La grande sovraesposizione che ci ha travolti richiedeva scelte molto più veloci. Prima eravamo abituati a fare tutto in forme molto più collegiali, ma a un certo punto mi sono trovato a prendere io le decisioni in modo rapido e ovviamente c’era chi diceva: “ma come, Luca le fa da solo le cose?”. Un po’ lo pativo, ovviamente, ma d’altro canto non avevo alternative. E quindi cominciavo a capire che il nome che portavamo, con il riferimento alla radio, era di troppa responsabilità. Però la sensazione era bellissima: non eravamo solo un gruppo musicale, eravamo proprio un’area grande di persone che si sentivano tutte Onda Rossa Posse. Sentivamo di poter fare qualunque cosa perché avevamo 50 persone attorno disposte a tutto per noi. Eravamo indistruttibili”.

A questi primi problemi si sommò l’addio di Castro X, successivamente negli AK47, ma tuo socio al microfono fin dagli inizi di Onda Rossa Posse.

“Io e lui eravamo cresciuti insieme e insieme avevamo fatto le scuole. Per noi è stata dura prendere strade diverse, eravamo legatissimi. Ma lui voleva fare altro e infatti poi ha preso un’altra strada lavorativamente parlando. Lì per lì è stato lacerante, ma quella di sciogliere Onda Rossa Posse nell’ottobre del 1990 è stata la scelta migliore: abbiamo lasciato il disco come patrimonio della radio (che l’ha poi ristampato un sacco di volte) e noi siamo diventati Assalti Frontali, che in realtà era il nome dell’etichetta sul vinile”.

(credit: Maurizio Belfiore / Onda Rossa Posse Piazza del Popolo)

Poco dopo la parola fine fu però un evento tragico a ricompattarvi in qualche maniera.

“Il nostro gruppo era davvero molto assortito e ne facevano parte anche le 00199, di fatto le prime ragazze a fare graffiti (e farne di bellissimi) a Roma. Si erano fatte conoscere pure loro durante la Pantera: all’inizio in segno di responsabilità si era deciso di lasciare intonsi i muri della Sapienza occupata ma loro cominciarono ugualmente e tutti si arresero davanti al valore artistico di quanto facevano. Fra di loro c’era Paola aka Cheeky P che era anche la mia compagna: il 5 aprile del 1991 un’auto che passava a velocità folle la investì e uccise. Questa cosa ci riavvicinò molto, anche con Castro con cui poi infatti facemmo Terra di nessuno, il debutto degli Assalti Frontali. Disco che risente tantissimo di questa tragedia, c’è proprio un grosso cambiamento di linguaggio lì rispetto a prima”

(credit: Maurizio Belfiore / Onda Rossa Posse allo Stadio Olimpico)

Onda Rossa Posse è durata pochissimi mesi ma sufficienti a rendere chiara la vostra opinione circa il mercato discografico mainstream: possibile però che, anche a rischio del ridicolo, nessuna major vi abbia contattati?

“No, con ORP no, non hanno nemmeno fatto in tempo a capire la cosa. La nostra rivoluzione è stata veramente underground, partita dal basso e sviluppatasi lì. Nel recente Remoria,Valerio Mattioli scrive che ORP arriva come un UFO nella scena e ha ragione. Noi abbiamo avuto lo stesso impatto sull’underground di quello che molti anni dopo hanno avuto rap e trap sul mainstream. Sai, a volte mi chiedono: “ma non hai rimpianti? Adesso tutti fanno i soldi, tu hai sempre detto cose belle eppure non li hai fatti”. Ma io volevo fare la rivoluzione e un po’ l’ho fatta, sono contento così. E poi pensa a quello che è successo dopo: le centinaia di posse nate da lì, una per città praticamente. Nasceva oltretutto un altro modo di fare le manifestazioni. Prima ci andavi e finiva che passavi il tempo a guardarti a muso duro con le guardie, mentre da allora in poi invece sono diventate momenti di gioia. La lotta poteva essere festa e la festa poteva essere lotta: logico che questo abbia ampliato enormemente la partecipazione”.

I semi dell’aver scelto di cantare in italiano sono finiti poi ben oltre la scena hip hop, se consideri come pochissimi mesi dopo molti musicisti di ambiti diversi dal vostro fecero lo stesso salto.

“Per me il fatto che un testo nella nostra lingua funzionasse così bene ha fatto sì che dopo diventasse un po’ ridicolo scrivere in inglese, darsi un accento anglosassone. Funzionò a tutti i livelli, è stata davvero una grossa spinta a provarci da parte di tutti. Lasciamo perdere la scena hip hop precedente a noi: c’era ma era molto chiusa e impegnata a rifarsi ai modelli americani. Spesso ci criticava perché troppo politici ma in realtà i pionieri di ogni genere, anche del rap, non hanno mai voluto che li si copiasse, han sempre spinto perché chi veniva dopo trovasse una sua strada. Ma a Roma c’era una scena che ci univa tutti, eravamo tutti legati, anche con i gruppi hardcore”.

Resta un’eredità considerevole, a voler dare una chiosa alla nostra chiacchierata.

“La cosa importante e pure bella da dire è che noi siamo ancora qua. A volte si sente qualcuno chiedere cos’è rimasto di quei tempi, della Pantera. Batti il tuo tempo c’è ancora, idem gli Assalti Frontali. Quel linguaggio era talmente avanti che ancora funziona. Parlare di quegli anni per me non è assolutamente una cosa nostalgica, la storia va raccontata: a me chiamano per i documentari sull’hip hop, e magari dentro ci sono quelli che hanno fatto i milioni ma… se vuoi parlare di storia è da noi che devi partire, non si scappa da lì”.


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