• 6
    Shares

di Fernando Rennis

Le grandi querce nascono tutte da piccole ghiande. Il proverbio americano ha un significato molto profondo, lo stesso che ci hanno visto tre ragazzi di varie nazionalità che hanno scelto come nome della propria esperienza musicale l’incipit dell’antico adagio. I Mighty Oaks si conoscono a Berlino: c’è Claudio che, laurea in Ingegneria in tasca, ci arriva da Pesaro per fare un’esperienza europea e poi il cantante Ian, che ha origini statunitensi e irlandesi, e il britannico Craig. Nel periodo in cui Mumford And Sons e Fleet Foxes portano l’indie folk in classifica, il trio si ritrova inaspettatamente a essere oggetto di (molte) attenzioni grazie a quattro tracce caricate in rete.
Da qui in poi tutto va a velocità raddoppiata: il debutto Howl (2014) e il suo seguito Dreamers (2017) li fanno conoscere in tutto il mondo, con una predilezione per Germania, Austria e Svizzera. E poi c’è il tour, anzi; i tour, perché i Mighty Oaks fanno proseliti anche e soprattutto grazie a live d’impatto.

Troppo facile riproporre la formula vincente, una sicurezza che a lungo andare rischia di annoiare chi la propone e saziare chi l’ascolta. Così, dopo indecisioni e passi falsi, ecco arrivare All Things Go. Abbiamo raggiunto telefonicamente Claudio Donzelli, col quale abbiamo passato al setaccio questi ultimi due anni, un periodo in cui sono cambiate tante cose musicalmente e umanamente. Ma, soprattutto, si tratta di un biennio che ci ha consegnato quello ad oggi è il miglior disco dei Mighty Oaks, che hanno spinto sul ritmo e hanno vestito a festa il folk delle origini. Perché le proprie radici non si devono mai dimenticare, e a dare manforte a questa verità ci sono testi autobiografici e chitarre acustiche, ma bisogna guardare sempre avanti, partendo dalle proprie esperienze personali.

Cos’è successo nel periodo che intercorre tra Dreamers e All Things Go?

“Parecchie cose! Personalmente, sono diventato padre e questa cosa ha cambiato completamente alcune mie abitudini”.

Immagino che tolga parecchio a certi aspetti dell’essere musicista.

“Molto meno di quello che pensavo. In realtà mi ha aiutato a mettere ordine alle mie giornate. Ora sono più funzionale sia nello scrivere sia nel lavorare ai dettagli dei brani. Certo, allontanarti di casa per tre, quattro settimane è difficile, soprattutto quando subentra il tour blues”.

Ecco, dopo il tour di Dreamers come vi siete mossi per il nuovo materiale?

“Eravamo piuttosto indecisi. Ci siamo chiusi un po’ in quello che avevamo già fatto, le aspettative di tutti ci stavano paralizzando, scegliendo anche un produttore con cui avevamo già lavorato. Poi, dopo un periodo di vera e propria crisi scaturito da schemi che ci stavano stretti e sessioni anacronistiche dal punto di vista del sound, abbiamo sentito il bisogno di qualcuno che ci dicesse ‘ok, si può fare!’. Questo qualcuno è stato Nikolai Potthoff (Twin Shadow, Lp), persona artisticamente ed emotivamente sensibile”.

È stato determinante?

“Assolutamente! In studio abbiamo avuto un’esperienza ‘playful’, cioè un giocherellare continuo ma serio. Un’attitudine nuova, una cosa del tipo: non soffocate quello che vi viene da suonare istintivamente per paura di allontanarvi troppo, andiamoci insieme!”.

Si percepiva già nel singolo omonimo che anticipa l’album…

“Mi fa piacere che si senta!”.

E invece incrociare le strade di artisti come Kings of Leon, The Lumineers e Chvrches com’è stato?

“Be’ con i Lumineers è stato fantastico: sono persone davvero trasparenti e umili e vederli così allegri anche in albergo e nei tempi morti mi ha fatto pensare che in futuro vorrei essere proprio così! Poi ci sono stati momenti incredibili come quello in cui ci hanno invitato a suonare sul palco un brano insieme a loro. Coi Kings Of Leon c’è una matrice iniziale, ma sono molto distanti da noi… arrivano singolarmente alle prove, ognuno nel suo jet! Con i Chvrches è successo molto tempo fa, anche qui dal punto di vista sonoro parliamo di gruppi molto lontani da noi. Anche se abbiamo sempre un orecchio teso a quello che succede in giro”.

Ecco, a proposito… c’è qualcosa che non è nelle corde dei Mighty Oaks ma ti ha colpito ultimamente?

“Sono rimasto completamente folgorato dal disco di Billie Eilish!”.

Vi ha ispirato?

“Credo sia molto difficile essere ispirati da altri artisti in questo periodo storico. Intendo dire che non ci sono più i generi per come li conoscevamo. Io sono cresciuto con l’indie e alternative degli anni Novanta e Duemila, con Death Cab For Cutie e Radiohead, gli artisti contemporanei miscelano tutto ed è difficile pensare di andare a prendere qualcosa proprio lì o in quell’altro posto. Anche Leonardo Da Vinci ha scopiazzato nel suo primo ritratto e, ovviamente, lo si fa in continuazione…”

Quindi avete vi siete concentrati su di voi.

“Esatto, ci siamo guardati indietro, ci siamo guardati dentro. È l’unico modo che conosciamo per comporre, progredire dal punto di vista del sound e di una carriera in senso prettamente discografico”.

E questo vale anche per i testi?

“In questo disco ci sono due tipi di prospettiva: una ‘classica’ che è autobiografica. E poi c’è un nuovo punto di vista, di persone consapevoli di essere cittadini del mondo, con tutto quello che questo comporta. Intendo pensare al futuro, non quello tuo ma dei tuoi figli. Canzoni come Kids sono più che altro delle domande su quello che vogliamo fare per superare problemi generali, che riguardano tutti. Queste due prospettive convivono in All Things Go; sono la lente e il telescopio, il proprio quotidiano e la Terra vista da fuori”.

I Mighty Oaks saranno in Italia per tre date a maggio:

25/5 – Bologna, Locomotiv
26/5 – Roma, Monk
27/5 – Milano, Magnolia


  • 6
    Shares