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(Red House Painters – Red House Painters I (Rollercoaster), 1993 – 4AD)

Riconoscere immediatamente un suono o un gusto è un riflesso automatico e quotidiano. “Rumore”, in collaborazione con Jameson, vi porta a scoprire ciò che li rende riconoscibili.

di Mauro Fenoglio

La California dei primissimi anni 90 affonda nella malinconia. È come se smaltire la rabbia giovane e (tossica) del grunge richiedesse un’uscita di scena consapevolmente triste. Kurt Cobain non si è ancora ucciso, ma la fiamma adolescente delle camicie in flanella si sta già inconsapevolmente bruciando. La generazione di brillanti indecisi di Singles (film manifesto, in qualche modo, del grunge di Seattle) lascia spazio alla Generazione X e i suoi vuoti d’anima. Douglas Coupland ne fotografa l’essenza attraverso le esistenze di tre protagonisti, nell’omonimo romanzo del 1991. Fra Palm Springs e Los Angeles. Ragazzi sulla trentina, ancora indecisi se dirsi adulti, cristallizzati in un limbo di scelte rimandate, resi abulici dagli agi ereditati senza merito, che non appagano mai. Inconsapevoli ostaggi di una malinconia, incapace di risolversi in scelte estreme. Una generazione in perenne transizione, appagata senza gioia dal materiale, incapace di proiettare una propria idea di soluzione, aggrovigliata sulle esigenze mai felici della propria individualità. Bret Easton Ellis li aveva già disegnati, con penna pungente nel suo Meno Di Zero del 1985. Tracce di quella malinconia incurabile si scorgono anche fra le pagine perverse del suo American Psycho. E’ proprio la California, per dicotomia (forse non cosi casuale) ad abbracciarne le brume dell’animo, fra un sole e un oceano che all’eterna vacanza dei Beach Boys, sostituisce il battito rallentato dello slowcore. Una scena musicale dai contorni non proprio definiti; figlia depressa dell’urlo hardcore, di cui eredita la capacità di progressione e le chitarre asciutte ma taglienti. Per immergere tutto in composizioni ultra dilatate, dalla battuta rallentata allo spasimo, come un cuore che aneli a smettere di pulsare, prima o poi. Intervalli di silenzio in cui abitano note sparse; voglia di urlare senza riuscire mai a farlo completamente. Capiscuola che vanno dai Galaxy 500 ai Bedhead, agli Slint (per certi versi) o certe sperimentazioni dei Karate. A San Francisco, sono il vulcanico Mark Eitzel e i suoi American Music Club con l’album, appunto, California del 1988 a indicare la via alla tristezza. Nel 1991 pubblicano il loro quinto album, Everclear, apprezzabile sintesi fra il cuore di tenebra che fu di Robert Smith e i suoi Cure e l’impasse della Generazione X. Ma per impersonare appieno quell’irrisolutezza ci vuole qualcun altro. Mark Kozelek è un ragazzone con suo bagaglio di fantasmi, dipendenze e depressione, che viene dall’Ohio. Insieme all’amico Anthony Koutsos (batteria) e con l’aggiunta di Gorden Mack (seconda chitarra) e di Jerry Vessel (basso) ha formato i Red House Painters. Registrano demo e suonano in città fra il 1989 e il 1992. La voce profonda di Kozelek e le sue storie di ordinaria depressione catturano l’attenzione di Eitzel. Il leader degli AMC consiglia Kozelek ad inviare i demo al giornalista inglese Martin Aston. Kozelek infila una C90 in un sacchetto di carta per panini e impacchetta tutto, esce dal suo misero monolocale a Nob Hill e invia oltreoceano. Dopo sei mesi, immerso nella sua vasca da bagno, ascolta la voce di Ivo Watts-Russell, fondatore dell’etichetta 4AD, che gli comunica di voler produrre il disco. La 4AD è stata una delle etichette che ha veicolato l’estetica dark wave nel decennio precedente (Cocteau Twins e This Mortal Coil) e scavalla i ’90, avendo prodotto gli album di Pixies e Lush, fra gli altri, per rinnovarsi rimanendo, in qualche modo, nel solco della tradizione della casa. Ivo è attratto dall’intensa asciuttezza dei suoni, che divergono dalle cascate di chitarre e arrangiate liquidità amniotiche, in cui si rifugia il rock inglese in quegli anni. Qualcosa di completamente diverso. Nel 1992 esce l’esordio dei Red House Painter per la 4AD, Down Colorful Hill, in sostanza un estratto della collezione dei demo di Kozelek, compendio di malinconia rallentata e desolazione dell’anima, con spunti che rimandano anche alle radici folk del cantautore. Un monumento slowcore annoverato, con pieno merito, fra i picchi del genere. Ma, come si avrà modo di capire nei decenni successivi, l’ansia compositiva di Kozelek lo spinge a scrivere continuamente, in tour o a casa, quasi come medicina assunta in modo compulsivo, per curare la propria difficoltà di approcciarsi al mondo.

Per il ragazzo dell’Ohio è il momento di svelare il suo complesso rapporto con il sentimento più abusato del mondo. L’amore. Nell’autunno del 1993, la 4AD pubblica un disco senza titolo, con un’immagine virata seppia di un ottovolante lasciato a marcire, abbandonato. E’ l’ottovolante in legno del 1925 del luna park di Coney Island (New York), il glorioso Thunderbolt, dismesso nel 1982. Un’immagine che potrebbe andar bene sia per un nuovo album dark wave prodotto da Ivo Watts, che per un viaggio malinconico nell’immaginario di Springsteen. Dentro c’è il secondo album omonimo dei Red House Painters, passato alla storia come Rollercoaster (per differenziarlo dall’altro loro omonimo, ma di minor fattura, dello stesso anno, indicato come Bridge). Una vera e propria corsa al rallentatore, ma a perdifiato, lungo le diverse ipotesi dell’amore, vissuto nelle difficoltà del quotidiano. Dallo sbilanciamento doloroso dell’amore non corrisposto a quello che non si ha coraggio di finire, a quello tentato allo sfinimento, senza mai riuscire a farlo funzionare. Un poema in parole e musica, che evita lo struggimento (per incapacità di concepirlo), per soffermarsi sull’istinto masochistico di ritornare sull’(s)oggetto del desiderio, mitizzandone la rinuncia, attraverso l’ordinarietà del ricordo. Non esiste alcuna redenzione o uscita di scena eroica, in fondo al tunnel. Non la pornografia decadente dell’esistenza di Robert Smith, non la via d’uscita con cappio in una stanza nuda di Ian Curtis. Il dolore non cede mai completamente al nero dell’anima, riconoscendo la necessità quasi obbligata di sopravvivere al peso della malinconia, accarezzandola in eterno, quasi con autistico compiacimento. Lo slowcore dell’esordio, insieme alla lezione della trilogia del dolore di Neil Young, diventano gli strumenti che Kozelek utilizza per una descrizione dei percorsi morti dell’amore, che diventa quasi l’unica possibile colonna sonora della non realizzazione voluta della Generazione X. Una lunga sequenza di canzoni dilatate per oltre 70 minuti, alla ricerca di una comunità di anime capaci di riconoscere le dinamiche della tristezza, senza necessariamente cedere al richiamo del nichilismo. Ancora una volta quel limbo, in cui la Generazione X galleggia, senza apparente domani. Un viaggio intenso, accordi parsi e testi, che solitamente si compie per intero, non riuscendo (o volendo) a fermare l’incedere narcolettico, ma inesorabile, delle lunghe canzoni. Grace Cathedral Park parte leggera, con le sue frasi folk pop. Nel parco antistante la famosa chiesa di Nob Hill a San Franciso, Kozelek inizia a fare i primi conti: “Scendendo dalla collina / ho sentito l’arrivo del tramonto / e sapevo già che tu non saresti stata la sola e unica / è il momento proibito che viviamo / che infiamma la nostra fuga triste / e trattiene la passione più di quello che le parole possono dire”. Parole nude, semplici, che non fanno mai sconti, ma rivelano la difficoltà di trattenere i momenti, l’impossibilità di condividerli con altri da se.

La discesa agli inferi acustica (con vista sull’oceano) di Down Through è la canzone che anche Neil Young avrebbe avuto pudore a scrivere. Accordi circolari per qualcosa che sa di epitaffio. “Avremo una casa sul bagnasciuga / per rinfrescare la mia anima / lava via la violenza / che corre nel mio sangue”. Una violenza che non è mai completamente espressa, ma esplode nell’impossibilità di dirlo con le parole, quasi più agghiacciante di qualsiasi atto premeditato. La sequenza dell’album è decisa a tavolino da Ivo, ma Kozelek ricorda le sessions con difficoltà: “Un incubo, in cui l’eccitazione iniziale lasciò spazio al panico. Una canzone fatta, ne mancano ancora 22”. Non la sua collezione preferita, dichiarò successivamente, quasi dolorosa da riascoltare, pur essendo conscio di quanto sia importante per i fan. Rispetto all’esordio, un vero sforzo corale della band, con la chitarra di Mack che cambia continuamente di tono, dalla disperazione alla dissonanza, la batteria metronomica di Koutsos che segue l’umore dei testi che danno un senso nuovo all’abito slowcore. Le due rese di Mistress illuminano sentimenti bipolari. Il respiro shoegaze della versione corale si accascia nella desolazione di quella per solo piano. Ancora la Generazione X: “il tuo apprezzamento e i tuoi piccoli regali / con cui mi riempi / non significano nulla / l’attenzione di cui ho bisogno e molto più seria”. L’architrave di questa cattedrale della perdita, è sicuramente Katy Song, non a caso intitolata col nome di una delle prime donne importanti della vita di Kozelek. Un’elegia che unisce il passo solenne di Codeine e Low, per abbracciare uno dei testi più desolatamente tristi che la musica rock recente abbia prodotto. “Non posso rivolgermi al mio cuore / quando non so cosa contenga / pensavo venissi da me / ma per qualche ragione non l’hai fatto / i vetri sul pavimento sotto le mie scarpe / senza di te è tutto quello che la mia vita vale”. Difficile dire se ci possa essere un dopo o un altrove, dove ricominciare ripuliti da tutto questo. “Lo so che domani sarai da qualche parte a Londra / vivendo con qualcuno / con cui avrai messo su una qualche famiglia in cui rifugiarti / e questo è molto di più di quanto io possa mai darti”.  Sostituendo Deborah con Katy e gli spasmi epilettici di Ian Curtis con la desolazione baritonale di Kozelek, abbiamo trovato la Love Will Tear Us Apart della Generazione X. Dal percorso finale obbligato di Macclesfield alla necessità di accompagnarsi a quella malinconia per sempre, fra i Sali scendi di Nob Hill. E poi, gli album dei ricordi della quasi funebre Dragonflies e della leggiadra New Jersey. La cavalcata quasi post rock di Mother, in cui strutture hardcore portano all’esplosione finale, e le ragioni del perché dell’imbronciato Mark dall’Ohio ad una festa piena di ragazzi californiani in Strawberry Hill. L’introduzione, forse, di quello che sarà la carriera successiva di Kozelek, in proprio o come Sun Kil Moon, imbracciando la chitarra classica per osservare il mondo, o l’invettiva, anche gratuita, per criticarne le storture. Se esiste un documento di come convivere con le conseguenze dell’amore, qualsiasi esse siano, è contenuto in questo disco dalla copertina virata seppia, figlio di malinconie albioniche e accecato dal sole californiano. Benji del 2014 ha finalmente riconosciuto Kozelek come uno dei cantautori piu dotati di questo secolo. In una canzone dell’album (I Watched the Film the Song Remains the Same) dice: “Da allora mi è successo di tutto / ma ho scoperto che non posso scrollarmi di dosso la malinconia / per 46 anni e adesso posso rompere l’incantesimo / la porterò con me durante tutta la mia vita fino all’inferno / andrò nella tomba con la mia malinconia / e il mio fantasma echeggerà i miei sentimenti per l’eternità”. La Generazione X sopravvissuta, nonostante tutto, a se stessa.

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