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di Andrea Prevignano

Alle 11.00 pm ora di Los Angeles del 13 settembre, la pagina Facebook ufficiale degli Hüsker Dü ha postato una fotografia in bianco e nero di Grant Hart. Null’altro. Immediatamente i social hanno fibrillato. Un tributo fotografico o l’anticipazione di notizie ferali? Quando da qualche ora la notizia rimbalzava impazzita tra i fan della band, i siti di testate ufficiali hanno iniziato a battere qualche lancio. Variety la prima, seguita da Kerrang!. Quando NME ha confermato la notizia, a tutti è sembrata cosa certa e vera. Grant Hart, 56 anni, batterista e polistrumentista degli Hüsker Dü, è morto. Era malato di cancro ai reni da diversi anni, cosa che era risaputa nella comunità di Saint Paul, MN, (dove Hart era nato nel 1961), e che era trapelata tra gli addetti ai lavori, e giustamente trattata come faccenda privatissima. Da alcuni mesi era in fase terminale. Bob Mould, suo compagno di avventure musicali ha postato su Facebook: “La tragica notizia della morte di Grant non mi è arrivata inaspettata. Le mie più profonde condoglianze e tutti i miei pensieri sono rivolti alla famiglia e agli amici di Grant, e ai fans in tutto il mondo. Grant era un artista dotatissimo, un meraviglioso cantautore e un musicista terribilmente talentuoso. Chiunque sia stato toccato dal suo spirito lo ricorderà per sempre”.

Uscirà a fine novembre il super box degli Hüsker Dü, Savage Young Dü, su Numero Group. Si tratta di tre CD di materiale (69 brani, di cui 47 inediti) risalente alle origini della band (1979-1982, prima della firma con la SST), digitalizzati e riversati da nastri appartenenti alla collezione di Terry Katzman, co-fondatore con la band della Reflex Records e tecnico del suono e produttore dei primissimi Hüskers. Nel materiale disponibile all’ascolto in Rete si intuisce il futuro degli Hüsker Dü, troppo affilati, troppo intelligenti per farsi risucchiare nell’anonimato della scena hardcore. Bacharach, Beach Boys, il bubble-gum pop (non a caso tre grandi passioni di Grant Hart) ebbero un peso notevole nella definizione del suono della band, in quello scostarsi dai luoghi comuni dell’hardcore dell’est e dell’ovest. Si intuisce, di quelle prime registrazioni, la vena melodica trattenuta a stento e diventata poi un marchio distintivo dell’ultima e gloriosa fase della carriera di Mould e soci. In una bella intervista a Clash Magazine nel 2013, Grant Hart ricordava quella sensazione di non appartenenza che fece degli Hüsker Dü una rara avis del panorama del rock alternativo americano. “Eravamo solo un pezzo del puzzle. Non penso di essermi mai fatto imbrigliare dalle limitazioni dell’hardcore punk. Era bello avere regole da sovvertire, e con gli Hüsker Dü ci divertimmo molto a farlo”. La band si chiamava anche fuori dal ribellismo situazionista del punk. Nel 1983 in un’intervista a Alternative America Bob Mould sentenziava: “Quello che cantiamo è roba che cerca di colpire al cuore di ognuno di noi. A volte penso che l’unico scopo di ‘Anarchy’ sia fare rima con ‘I wanna be’”.

Grant Hart suonava la batteria, ma era un superbo compositore di canzoni pop. Michael Azerrad nel suo Our Band Could Be Your Life sostiene che “la sincerità disarmante delle sue canzoni faceva più parte dell’immaginario della San Francisco del 1967 che della New York del 1977”. Si è sempre operato un confronto tra le scritture di Mould e Hart, considerati con un’evidente forzatura i Lennon e McCartney dell’indie rock americano. La sovrapposizione non era poi così scientifica, ma si può dire che l’estetica di Hart avesse un respiro poetico più potente. Ancora Hart: “Ho sempre pensato che la musica fosse questione di bellezza. Non che non ce ne fosse nell’hardcore, ma questo fare a gara nell’ucciderla a tutti i costi, mi sembrò strana fino dall’inizio”. Nonostante l’indole di Hart sembrasse meno introspettiva ed esistenziale di quella di Mould, più svagata, psichedelica, sognante, nel cuore del primo albergavano fantasmi e debolezze. Fin dal 1979 Hart aveva iniziato a fare uso di anfetamine. Con il bassista Greg Norton spartiva una passione per l’alcol che serviva ai due per bilanciare l’effetto della benzedrina. Poi fu il momento degli acidi: “Alla fine degli anni Settanta io e Greg sperimentammo un po’. In giro si trovava ancora dell’ottimo Owsley (LSD sintetizzato da Owsley Stanley, figura centrale della scena lisergica californiana e della controcultura della fine degli anni Sessanta, N.d.A.)”.

Nonostante tutto, nel corso degli anni la band macina singoli e album: il live Land Speed Record (1982), ancora molto legato all’estetica hardcore; Everything Falls Apart (1983) l’album della transizione che vede gli Hüskers tirare il freno: l’EP Metal Circus (1983) che fa conoscere la band alla platea del nascente college rock e formerà legioni di futuri protagonisti del rock indipendente, dai Dinosaur Jr ai Nirvana; il gigantesco doppio album che inaugura la stagione degli album su SST, Zen Arcade, un’ambiziosissima “hardcore opera” sulla disillusione quotidiana della vita ordinaria, uno dei temi – insieme a quello dell’uomo allo specchio, la sua miseria, i quesiti esistenziali – che costituirà il centro della poetica di Mould e Hart; e ancora i taglienti New Day Rising (1985) e Flip Your Wig (1985); e ancora Candy Apple Grey (1986), il debutto su major (Warner Bros.), uno dei più sottovalutati album del gruppo, un abisso di melodia e spleen adulto che Robert Christgau sul Village Voice defini “l’album più malinconico della loro non sempre facile carriera”.

Poco prima Grant Hart aveva iniziato a fare uso di eroina, cosa che iniziò a condizionare la tenuta della band, pure se vissuta come un fatto privato. “Quando Greg e Bob vennero a saperlo spalancarono gli occhi” disse Hart in un’intervista del 1990 a Select, “e sostennero di non averlo mai saputo”. Eppure il trio dà vita al capolavoro con cui chiude la carriera, Warehouse: Songs And Stories (1987). “Lo scioglimento, non fu per la questione dell’eroina, ma per una serie di motivi. Greg era ormai del tutto incurante delle sorti della band, e Bob cercava di comprimere la mia presenza. Non solo, ma visto che stavo scrivendo mio materiale per un progetto solista, ritenne opportuno di dirmi che non mi stavo concentrando a sufficienza sull’album. Non mi sentivo libero all’interno band. Ma neanche fuori, a quel punto”. L’uomo che aveva scritto brani come Diane, Pink Turns Into Blue, The Girl Who Lives On Heaven Hill, Don’t Want to Know If You Are Lonely, She Floated Away e She’s A Woman (And Now He Is a Man) – curiosamente: le migliori canzoni di Hart, bisessuale e poi dichiaratamente gay, hanno nel loro centro narrativo la figura femminile – si ritroverà presto orfano di una delle band più amate del rock alternativo americano. Nel gennaio del 1988 gli Hüsker Dü si sciolgono, complice anche un ultimo fatto, il suicidio del manager e amico David Savoy.

Grant Hart è il primo a ripartire poco meno di un anno dopo, con un EP che fa presagire grandi cose, 2541 (1988) su SST, e che fa ritrovare intatta l’ispirazione: chitarre acustiche e poco altro per un pugno di canzoni indie folk. Intolerance (1989), l’album che segue, rimane la sua cosa migliore a detta di chi scrive, con la sua sensibilità folk, pop, psichedelica. Durante le registrazioni Hart si sottopone alle cure di un medico che lavora per un programma di disintossicazione attraverso il lavoro fisico. La cosa sembra funzionare. L’amico-nemico Bob Mould prima da solo, poi con gli Sugar e poi di nuovo da solo, viaggia parallelamente ad Hart. Si incontreranno saltuariamente, anche sul palco.

Il suo trio Nova Mob e gli album The Last Days of Pompeii (1991) e Nova Mob (1994) provano a recuperare l’energia degli Hüsker Dü, ma pur essendo album di buona fattura annegano nel mare di pubblicazioni con cui l’industria discografica cerca di fare brillare il grunge e l’alternative rock americano in quegli anni. Dopo l’avventura con i Nova Mob, Hart ritorna solista per due album non completamente a fuoco, Ecce Homo (1995) e Good News For Modern Man (1999). Dopo un periodo di assenza, escono due lavori molto interessanti, l’esuberante e rumoroso Hot Wax (2009), in parte registrato con componenti dei Godspeed You! Black Emperor; e The Argument (2013), un album dai toni art-rock, onirico, progressivo, ispirato al Paradiso Perduto di John Milton e a William Burroughs, che aveva avuto modo di conoscere.

Poi il silenzio e la malattia. Ai primi di luglio di quest’anno Hart, dimagrito e lento nei movimenti, viene invitato da amici a un concerto all’Hook & Ladders di Minneapolis. Quando arriva trova centinaia di persone ad aspettarlo. È una sorta di celebrazione a sorpresa organizzata da musicisti locali capeggiati da Lori Barbero delle Babes In Toyland. Ci sono Greg Norton, componenti degli Arcwelder, Dave Pirner dei Soul Asylum, Kraig Johnson dei Run Westy Run, insomma un bel po’ di gente dall’indie rock cittadino degli anni Ottanta e Novanta. Sale sul palco, duetta con tutti, fatica molto, si scorda parti di canzoni, è visibilmente toccato dalla gentilezza e dal rispetto con cui tutti lo trattano. E prima di scendere dal palco dice una di quelle cose che nessuno dei presenti potrà dimenticare. “Ci vedremo poco più giù, lungo il sentiero”.

 


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