action dead mouse

di Elia Alovisi / foto di Carlotta Pircher

Gli Action Dead Mouse, da Bologna, sono tornati con quello che potremmo chiamare il loro secondo album – se consideriamo ä, uscito nel 2012, come il loro esordio e Perché questa casa ci esplode negli occhi?, arrivato l’anno successivo, come un EP. Si intitola Cascata e sa di maturità; ma è anche normale, dati gli anni di gestazione che ha avuto. Le chitarre sono più distorte che in passato, i crescendo si sono fatti più avvolgenti, le voci sono mixate un po’ più basse – ad aggiungerci una certa visceralità.

Cascata uscirà il 19 aprile per Fallo Dischi/To Lose La Track/Screamore/È un brutto posto dove vivere, e Rumore ve lo presenta oggi in anteprima esclusiva. Abbiamo pensato di fare una chiacchierata via mail con Filippo, il loro cantante e chitarrista, per raccontarvelo brevemente. Si è parlato di scelte musicali, dello scrivere testi, di musica e cultura a Bologna – e di come ognuno di noi senta le cose, e ci si appassioni, in modo diverso. Trovate la nostra conversazione qua sotto, dopo l’ascolto del disco.

Quattro anni tra un EP e un album sono tanti. Voi siete rimasti gli stessi?

A livello personale sì, siamo sempre gli stessi. Tre persone che hanno grossi problemi a incastrare quello che fanno per vivere con quello che li tiene in vita. Rispetto a Perché questa casa ci esplode negli occhi?, credo che Cascata sia un disco più ragionato, specialmente dal punto di vista musicale. Ma è anche normale, visto che quello era un EP venuto fuori in un mese, mentre qui ci abbiamo ragionato per anni.

Come avete capito che era arrivato il momento di “lasciar andare” l’album e pubblicarlo?

Dipende. In questo caso, abbiamo aspettato di avere il numero giusto di pezzi per fare un disco coerente. In generale, credo che – sempre che tu voglia fare un album intero e non adeguarti a una politica (comunque rispettabile) di “singoli” sciolti – il criterio sia quello di sentire che ciò che volevi dire rispetto a un momento preciso della tua vita, tanto in termini musicali quanto a livello di testi, sia completo. È un po’ come rovesciare una scatola di cereali dentro una tazza. Quando la scatola è vuota, per quanto continui a rovesciarla, non esce più niente di quello che c’era dentro. E sei pronto per aprirne un’altra. Possibilmente diversa.

Le voci sono mixate piuttosto basse.

Sì, in effetti le voci sono indietro. È una scelta forse anche stupida, nel momento in cui canti nella tua lingua, però è così. Non ci posso fare niente.

A me piace molto. Anche perché un mix simile toglie l’idea che il cantante sia la parte più importante del gruppo e da’ maggiore potenza espressiva all’insieme, penso. E poi se davvero ti vai a leggere il testo e lo impari e lo canti dal vivo vuol dire che davvero ti sei sbattuto per farlo, il che è una cosa molto bella.

Sì, beh, effettivamente devo dire che è una scelta tutta mia, perché concordo con quello che dici in merito alla disintegrazione della dittatura della voce nella musica italiana. D’altra parte, il prezzo è esporsi a chi insinua che non si capisca niente. Quindi, vorrei pubblicamente assolvere Enrico Baraldi (degli Ornaments) che ci ha registrato il disco e non è minimamente responsabile di questa follia. E sono d’accordo anche con quella cosa che dici rispetto alla dedizione con cui, chi vuole, può cercare di capire cosa stai dicendo, leggendo il testo. Credo che i dischi siano belli anche per questo, no? Perché puoi scoprire lati diversi di una stessa figura, impiegandoci magari un po’ di tempo in più, apprezzando lo sforzo che hai fatto per fare entrare in quelle battute o in quel tempo dispari delle frasi improbabili. Ed è vero: un delle cose più belle di fare musica è sentire che chi ti ascolta, ti ascolta sul serio, perché – anche se magari si vergogna a urlare con te – muove le labbra insieme a te. Sono tutte dinamiche che danno ancora senso alla musica su supporto rispetto a quella liquida. Dedichi tempo alle cose che ami. Altrimenti non le ami. Punto.

I testi, quindi: come ci hai lavorato? 

Per i testi credo di aver fatto un ragionamento inconscio un po’ alla Carver, se me lo consenti. Nel senso che cerco di buttarti dentro una scena, senza spiegarti perché e dove, e poi ti indico dove devi guardare. A un certo punto, mi sono reso conto di poter parlare in maniera credibile solo delle cose che conosco. E quindi, di universi personali, domestici, intimi e ovviamente disperati. Di cornici vuote, scritte sbagliate, sessioni di ginnastica nell’acqua vissute da spettatore e così via. Tornando a Perché questa casa ci esplode negli occhi?, credo che Cascata abbia aperto la finestra, o forse abbia semplicemente scavalcato le macerie e sia uscito fuori a dare un’occhiata. Ma la verità è che, quando ti guardi dentro, è sempre troppo buio per vedere chiaramente quello che succede. Anche se lo fai in mezzo a una piscina illuminata al fosforo.

La mia esperienza di Bologna è sempre stata positiva, da un punto di vista di vita culturale, ma amici che ci vivono in pianta stabile mi parlano di un’atmosfera in cambiamento, e verso il peggio tra crisi economica del roBot e i problemi di Bolognetti Rocks.

Il futuro è incerto ma posso dire che gli anni di gestione culturale di Ronchi sono stati in assoluto i migliori da quando ho gli strumenti per dire se la città è viva o è morta. Per quanto riguarda roBot, come ha già detto qualcuno, nell’ambito di un festival che muove così tanti soldi, le cifre di cui si è parlato sono abbastanza normali. Mentre la questione del Bolognetti era già nell’aria da tempo e credo sia più frutto di una scelta di fare qualcosa di diverso che non di un modo per rispondere a uno sfratto. Poi, certo, la conservazione è più rassicurante, per alcuni. Sullo spostamento del polo universitario in periferia, non sono molto informato ma se ne parla da tanti anni. Se è vero quello che so io, la periferia è semplicemente dall’altra parte dei viali e a quel punto diventa comunque un modo per dare vitalità a un’altra parte della città (che comunque non è New York), che al momento dorme. Purtroppo, Bologna vive sempre nella contraddizione di una città governata dalle lamentele dai famigerati residenti, che vorrebbero speculare sugli affitti degli universitari e contemporaneamente starsene sereni come se fossero in campagna. Quindi, io addirittura rilancerei provocatoriamente con un divieto di accesso al centro degli universitari. Così vediamo in che tasche si infilano le mani di chi vorrebbe una Bologna sul modello di Villa Arzilla.

Penso che soprattutto sia un disco con più parti “avvolgenti”, come tutto il finale di Helvetica. E sento più dissonanze e dinamiche rispetto al passato, come nel finale di Unghie e in Cantieri. Avete lavorato in modo diverso, a livello compositivo? E come mai avete deciso di darvi più alle distorsioni che alle parti pulite e agli arpeggi?

Mi fa piacere che tu abbia notato questo aspetto delle distorsioni, perché credo che sia una delle cose che si discostano maggiormente rispetto all’EP, dove, anche se con violenza, avevamo voluto lavorare soprattutto sui puliti. Non so spiegarti perché ma doveva essere così. Il modo di lavorare è sempre lo stesso, dal primo giorno in cui ci siamo conosciuti. Visto che la chitarra si stratifica su loop registrati in diretta, il patto è che io mi smazzo tutta la parte di struttura del pezzo, arrivo in sala prove e vediamo se quello che io ho pensato può andare bene per tutti o era solo un’enorme sega mentale. Non smetterò mai di sottolineare quanto, anche se fondamentalmente i pezzi li scrivo io, questo gruppo abbia un senso solo con queste tre persone, che ormai si leggono nel pensiero.
Non puoi immaginare (o forse sì) quanto possa essere difficile per un batterista o un bassista, fare il contrario di quello che fanno in genere gli altri. Cioè, sono loro a stare dietro alla chitarra e soprattutto ai loop che, essendo registrati sul momento, non sono mai uguali e possono essere più o meno sbagliati ma mai esatti, perché, grazie al cielo, non siamo macchine. La forza di Action Dead Mouse non è che suona bene ma che ormai è capace di sbagliare in gruppo, fino a che l’errore non sembra normale, perché lo fanno tutti. Lo stesso discorso vale per il santo fonico in studio, che comincia a sudare non appena capisce che suoneremo tutto in diretta, loop compresi, senza clic, e che quindi non potrà separare le tracce di chitarra, che – salvo rare eccezioni – sono in realtà una sola traccia di chitarra. Su Helvetica, è buffo che tu citi proprio quel pezzo, che in realtà è la rielaborazione di una cosa che avevamo scartato addirittura per ä. Se i finali di Unghie e Cantieri ti sembrano dissonanti, forse magari abbiamo sbagliato qualcosa ma ormai l’avevamo registrato. 🙂