Il penultimo numero del mensile “IL” – qualcuno di voi conoscerà il periodico in questione, tutti gli altri sappiano che si tratta del “maschile”, come si usa dire in gergo giornalistico, edito da “Il Sole 24 Ore” – era dedicato all’evento editoriale dell’anno. Il libro più atteso in tutto il mondo in questo trancio finale di 2015. Trattasi di Purity, di Jonathan Franzen (in libreria in Italia fra qualche mese, edito da Einaudi). Nell’anticipare un capitolo del romanzo, il giornale coglieva l’occasione per interrogarsi sul cosiddetto GRA (sigla che sta per Grande Romanzo Americano) e per fare una capata analitica qui da noi. In estrema sintesi: il giovane critico Matteo Marchesini si è tuffato tra le pagine di alcuni autori italiani contemporanei per provare a dire di questa ossessione – tutta occidentale? – del raccontare dentro la forma di un romanzo la grandezza e le miserie di un paese intero. Il quadro che ne viene fuori – a detta di Marchesini – qui da noi è desolante. Ma lasciamo stare i giudizi di merito, che in questa sede non ci interessano.

Qualche giorno prima, sull’inserto letterario e domenicale del “Corriere Della Sera” il professore e veterano Pier Vincenzo Mengaldo anticipava senza saperlo Marchesini. Minimizzando il peso della letteratura italiana di oggi, troppo debole e discontinua, a suo dire. Naturalmente nei giorni successivi i due articoli sono stati ripresi dai media, su siti specializzati e sui social. I due “criticoni” son stati smontati, sbertucciati, apprezzati, attaccati. Come è giusto che avvenga in ogni ambito, in quello culturale, poi. Dal confronto tendenzialmente scaturisce un avanzamento, rispetto alla situazione precedente. Anche a livello creativo. Mi è allora tornato alla mente quanto sani siano stati decenni fa gli scazzi intercorsi tra Lester Bangs – il decano della critica (punk)rock – e Lou Reed. Lester amava Lou, ma non mancava di esprimergli il suo punto di vista sui passi falsi (sempre secondo Bangs) che Reed commetteva. Una carezza in un pugno. Interviste al limite dell’afasia, elogi, ma anche critiche sporgenti. Forse è lecito pensare che Lou Reed sia diventato così legacy anche grazie all’esplosivo confronto continuo con Lester.

In queste settimane si ricorda il ventennale della scomparsa di Grazia Cherchi. Chi è anziano abbastanza e abbastanza appassionato al mondo dei libri ben ricorda questa figura tanto schiva quanto dedita alla ricerca culturale. Editor, ma anche giornalista. Critica, ma prima di tutto cintura nera di lettura (era chiamata da Geno Pampaloni “la zarina delle lettere italiane” per l’appunto). Dalle pagine di riviste come i “Quaderni Piacentini” a “Linea d’Ombra” fino a “L’unità” ha contribuito negli anni a lanciare autori come Benni, Carlotto, Culicchia, Baricco, Maggiani. Di molti era amica. Ma il suo ruolo non è mai venuto meno, dialogando spesso in modo estremo (o estremamente critico) con grandi autori di cui – a un certo punto – riconosceva una vena sgonfia.

Una come Grazia ci manca. Ma soprattutto una figura così manca da sempre alla musica italiana. Dentro le cose, ma capace e per nulla impaurita di stabilire una distanza. Ci manca il Lester Bangs della situazione. Due ragioni, credo, hanno generato questa carenza. La prima è che l’ambiente della musica è tutto sommato piccolo in Italia, ci si conosce tutti, in diretta, di prima mano, e quindi è più facile assistere a banali battibecchi o pacche sulle spalle che ad approfondite analisi. La seconda ragione è in realtà causa della prima. La Cherchi, come Mengaldo o Marchesini, hanno potuto formarsi anche (soprattutto) studiando la materia dei loro interessi. Dice: ma che, studiare è sinonimo di cultura e obiettività nei giudizi? No, per niente. Ma aiuta. Per questo sarebbe bello che un giorno nelle università italiane ci si potesse trovare al cospetto di cose “epistemologia degli Area” o “ermeneutica del rap italiano, dai Sangue Misto a Salmo”. Ma non succede. Scontiamo un deficit formativo in partenza. Non è un caso che il mondo dei cultural studies musicali sia tutto angloamericano. Non è un caso che questo a sua volta generi personaggi (tipo David Byrne) brillanti dietro la chitarra e la macchina per scrivere. Finché, insomma, non verranno forniti dalla buona scuola italiana gli strumenti per affrontare la musica come la musica merita continueremo a non poter registrare all’anagrafe figure come Grazia Cherchi. E un dibattito alto – serio senza essere noioso, per citare la Cherchi stessa – su siti e giornali continuerà a riguardare le lettere e altre discipline (cinema, teatro, arti figurative etc.) In compenso ci rimangono i pettegolezzi, l’analisi dell’ovvio e l’insulto frontale.