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steven wilson

di Luca Minutolo

Mentre il resto del mondo eleva l’alternative allo status di nuovo mainstream da classifica, Steven Wilson con i suoi Porcupine Tree rincorre le suggestioni psichedeliche attraverso una tecnica precisa e rigorosa. On the Sundays of Life (1992), Up the Downstairs (1993) e The Sky Moves Sideways (1994) è il trittico di dischi che consacra Steven Wilson e soci come alfieri moderni del verbo progressive. Vero e proprio musicista instancabile, la carriera di Wilson prosegue di pari passo a quella dei Porcupine Tree, da un lato con i suoi progetti paralleli Bass Communion, I.E.M., No-Man e le sue scorribande soliste inaugurate nel 2008 con il disco Insurgentes. Dall’altro lato, invece, portando avanti la sua attività di affermato ingegnere sonoro, producendo alcuni dischi degli Opeth e partecipando come turnista per King Crimson, XTC, Yes, Marillion e chi più ne ha più ne metta. Musicista a tutto tondo dal rigore maniacale, pasciuto sotto la fredda intransigenza dei King Crimson e la psichedelia più razionale dei Pink Floyd, Steven Wilson può essere considerato a tutti gli effetti l’odierno correlativo oggettivo di Robert Fripp. Disciplina votata alle intricate geometrie del progressive, ma sempre in fuga dai recinti di genere. Arrivando fino ad oggi con il suo quarto disco Hand.Cannot.Erase. che il nostro pubblica nel febbraio scorso. Concept album incentrato sulla paradossale solitudine contemporanea, il disco racconta la strana vicenda di Joyce Vincent, giovane donna in carriera morta nel proprio appartamento londinese nel dicembre del 2003, ma ritrovata solamente ben tre anni dopo, in barba alla perenne interconnessione che permea il periodo storico contemporaneo e all’indifferenza della metropoli. Di isolamento, tecnologia e – ovviamente – di musica abbiamo parlato direttamente con Steven Wilson nell’intervista che trovate qui di seguito.

Cominciando dal tuo ultimo disco Hand.Cannot.Erase, com’è nata la storia e l’idea che ruota attorno a questo concept album?

Devo dire che Hand.Cannot.Erase potrebbe essere definito il mio primo vero e proprio concept album. Nel senso di raccontare una storia da un punto A ad un punto B. Qualcosa che avesse un inizio ed una fine. Ho voluto realizzare un disco piuttosto differente da quelli precedenti, in cui i singoli brani erano legati da un tema comune. In Hand.Cannot.Erase invece c’è un forte legame narrativo tra un brano e l’altro. In fondo, questo è il mio disco che più si rifà alla definizione classica di concept album.

La narrazione su cui ruota tutto il disco è basata su una storia reale, giusto?

Si, è basata su una storia piuttosto inquietante e innaturale. Racconta la vicenda di Joyce Vincent, una ragazza che si trasferì nel cuore di Londra e sparì nel nulla senza che nessuno se ne accorgesse. La ragazza fu poi ritrovata morta nel suo mini appartamento dopo ben tre anni. È una storia che riguarda la solitudine e le particolari condizioni di vita nelle grandi città del XXI secolo. Mi ha colpito davvero questa vicenda. Fa riflettere su quanto sia semplice e paradossale diventare invisibili vivendo in mezzo a milioni di persone. Il suo appartamento si trovava nella zona di Wood Green, a nord di Londra, e fu ritrovata morta per un malore dopo tutto questo tempo. È una storia ai limiti della realtà, perché Joyce non era una ragazza sola. Aveva amici, famigliari e conoscenti. È una storia che mi ha affascinato e scioccato al tempo stesso.   

Il tutto sembra davvero paradossale al giorno d’oggi. Viviamo un’era in cui siamo perennemente interconnessi l’uno con l’altro attraverso un semplice smartphone. Siamo sempre reperibili, e chiunque può sapere dove siamo e cosa stiamo facendo in qualsiasi momento della giornata.

Viviamo un’epoca così affascinante e al tempo stesso angosciante. Tutta questa tecnologia che ci circonda e che abbiamo sempre a portata di mano ci sta portando sì ad una sorta di reperibilità e interconnessione perenne con il mondo che ci circonda, ma al tempo stesso ci sta allontanando e addirittura spaventando da ciò che accade vicino a noi. Dalla porta accanto, fino alla strada sotto casa o addirittura dalla stanza vicino alla nostra. Siamo paranoici, confusi e spaventati da tutto quello che ci circonda. Abbiamo paura di quello che accade di fianco la nostra porta. Siamo spaventati dalla minaccia del terrorismo, dalle persone che vivono di fianco a noi. Per questo le persone si stanno isolando sempre di più.

Quindi credi che la tecnologia stia diventando una semplice finestra per guardare il mondo da una posizione sicura e lontana dalle minacce e sofferenze della vita reale?

L’essere umano sta basando la propria percezione del mondo che lo circonda attraverso internet, oppure tramite il proprio smartphone e lo schermo di una TV. L’interazione con i propri simili passa ormai attraverso questi oggetti che danno l’illusione di una vera e propria interazione con le altre persone. È un modo finto di interagire con le persone. I social networks, Facebook e Twitter sono false vie di comunicazione tra gli esseri umani. Non è vera interazione. È una tendenza preoccupante della vita moderna.

Tornando al tuo ultimo disco, la band che ti accompagna è la stessa di questi ultimi anni, o qualcosa è cambiato nella sua line-up?

È simile, ma nel tempo si è evoluta. Quattro dei cinque musicisti che hanno suonato su The Raven that Refused to Sing sono stati completamente coinvolti in questo disco. A questo giro ho due batteristi differenti, due chitarristi e per la prima volta utilizzo una voce femminile e addirittura un bimbo che piange. Credo che questo disco sia il meno collettivo che abbia realizzato fino ad ora. Ci sono moltissime sperimentazioni che ho affrontato in studio da solo, servendomi dei musicisti in maniera più distaccata del solito.

Oltre al tema attuale che affronta, in Hand.Cannot.Erase c’è un forte uso di elementi elettronici e atmosfere ambient. Che rapporto hai con l’elettronica?

Se realizzi un disco incentrato sul XXI secolo, sulla vita nella metropoli e l’era moderna che stiamo vivendo, è inevitabile che l’elettronica entri in maniera prepotente nella sua realizzazione. Viviamo un mondo in cui i suoni elettronici ci circondano, sono sempre attorno a noi. Non parlo solo di musica, ma siamo circondati continuamente da suoni elettronici in qualsiasi luogo o azione che svolgiamo. Viviamo nell’era dell’elettronica, e la musica elettronica è sempre attorno a noi. Personalmente adoro questo genere. Ho passato almeno gli ultimi vent’anni della mia vita ascoltando musica elettronica. È diventato ormai il genere che ascolto di più, a discapito del rock che ascoltavo da ragazzino, che ormai fa parte del mio DNA, ma che cerco con minore frequenza. Oggi, quando ho voglia di ascoltare buona musica, cerco altre forme. Sono un grande fan di Aphex Twin, dei Boards of Canada. Anche loro diventano influenze nella mia musica, ma in maniera più sottile e impercettibile. In Hand.Cannot.Erase c’è davvero molta elettronica, senza dubbio.

Per quanto riguarda la tecnica e il processo compositivo con cui realizzi i tuoi brani, qual è la differenza sostanziale tra la tua carriera solista e gli anni con i Porcupine Tree?

Credo di essere più ambizioso e sperimentale adesso con il mio progetto solista. Sia ben chiaro, ci sono moltissimi vantaggi nell’avere un gruppo fisso di persone con cui lavorare. Ma secondo me c’è un problema principale nel far parte di una band e doversi confrontare con altre persone riguardo la propria musica, ovvero quello di operare una piccola area musicale che sia un compromesso per ogni membro della band e che metta tutti d’accordo. Quella piccola area diviene per forza di cose l’identità principale della band. Il sound e la personalità ruota attorno questo piccolo raggio d’azione. È un modo di ragionare più leggero, perché le responsabilità sulle sorti e le scelte ricadono su ogni singolo membro, ma per me è allo stesso tempo una grande limitazione. Ci sono state moltissime idee che ho avuto in passato, e che non ho mai voluto proporre ai Porcupine Tree perché sapevo già che non sarebbero state accettate. Non c’è più democrazia se cerchi di forzare i suoi membri a suonare ciò non vogliono.

Lungo tutta la tua carriera hai sempre approcciato la materia musicale in maniera piuttosto rigorosa. Quasi accademica. Un’evoluzione e studio continuo che oggi confluisce in Hand.Cannot.Erase.

Per me adesso essere da solo implica due aspetti. La prima riguarda la possibilità di scrivere e comporre musica che appartiene esclusivamente alla mia immaginazione. È semplicemente la musica che voglio suonare, senza aver paura di cosa ne pensino gli altri. La seconda, invece, implica la mia liberazione dallo stato di esecutore. Nei Porcupine Tree il mio ruolo era fermo a quello di chitarrista solista, ed era una forte limitazione perché non ero un grande chitarrista a quei tempi.

Dai su, adesso non fare il modesto.

No, davvero. Mi fa piacere che la pensi diversamente, ma al confronto Guthrie Govan che ha lavorato con me su Hand.Cannot.Erase si trova ad un livello nettamente superiore al mio e a un bel po’ di altri musicisti più blasonati. Ho scelto Guthrie così come altri validissimi musicisti, proprio per portare la mia musica ad un livello che non avrei mai raggiunto da solo. Senza il loro aiuto sarebbe rimasto tutto rinchiuso nella mia mente.

Perché hai sempre rifiutato la definizione di progressive quando si parla della tua musica?

Non si tratta di un vero e proprio rifiuto. Ovviamente conosco benissimo e porto dentro la tradizione di quelli che chiamano musicisti progressive. Il problema con ogni categoria, è che tenta in qualsiasi maniera di rinchiuderti in un determinato recinto, e non sento di relegare la mia musica in un genere unico e definito. In Hand.Cannot.Erase ad esempio ci sono canzoni pop, frangenti elettronici, riff death metal, musica ambient e anche pezzi più classicamente progressive. Il punto è che dietro tutto questo c’è davvero molto altro. Mi è sempre andata stretta la categorizzazione in una generica forma musicale. Se la gente lo chiama jazz, progressive, space rock o musica psichedelica il problema non cambia. Sono tutte etichette che hanno tentato di affibbiarmi fin dai Porcupine Tree, ma ho sempre approcciato alla materia musicale trascendendo l’idea di essere genericamente definito. Odio la parola progressive perché non ha significato.

In effetti, specialmente in questo periodo, digerire un album così intricato potrebbe risultare piuttosto difficile, specialmente per i nuovi canali di diffusione che hanno totalmente frammentato la nostra maniera di ascoltare musica.

Hai ragione, specialmente oggi è molto difficile coinvolgere gli ascoltatori attraverso questa tipologia di musica. Comunque non reputo la mia musica superiore rispetto a, che ne so, la musica pop. È una maniera differente di fare musica, e l’ascoltatore dovrebbe essere capace – così come il musicista – di dedicare un ascolto attento e concentrato, di qualsiasi musica si tratti.

Non hai il timore che un album come il tuo possa essere frainteso, o almeno non compreso nella sua totalità?

Per me questo rimane sempre un problema, non lo nascondo, ma al tempo stesso c’è un ritorno al passato. Ci sono molte persone, incluso me stesso, che cercano più sostanza nella musica che ascoltano. Cercano esperienze musicali sempre nuove e impegnative. È un fenomeno che osservo da un po’ di tempo, e mi stupisce come un dato di fatto venga fuori in maniera lampante: ci sono sempre più ragazzini che cercano tipologie musicale impegnative. Se si fosse trattato di un pubblico più anziano, o perlomeno nostalgico di un’epoca passata, non avrei dato importanza a questo tipo di attenzione. Per me è importante vedere ragazzi, spesso anche giovanissimi, che mi portano le versioni in vinile per autografarle. Non comprano il cd o tantomeno l’mp3. Comprano il vinile.

Davvero? Ci sono molti ragazzi interessati alle versioni in vinile dei tuoi dischi?

Ti dirò di più, i miei fan più attempati viceversa sono più propensi ad acquistare il CD. Per me questo è un segnale positivo. C’è una generazione di ragazzi che rifiutano lo streaming, il download e la bassa qualità introdotta dalla rete. Cercano qualcosa di più significativo e profondo dalla musica che ascoltano. È un movimento che appartiene ancora ad una ristretta cerchia di persone, ma sta crescendo ed è questa la cosa più importante per me.

In Italia hai sempre avuto una gratificante risposta di pubblico. Hai mai pensato al perché in Italia ci sia così tanta gente appassionata di musica progressive, o comunque affezionata ai versanti musicali più tecnici e accademici?

Certamente non è un caso. L’Italia è uno dei paesi dove ho suonato di più in assoluto, sia da solista che con i Porcupine Tree, e dove ogni volta ricevo una risposta di pubblico davvero notevole e calorosa. In questi anni ho ricevuto un grande riscontro anche in altri paesi, ma devo dire che il pubblico italiano ha sempre recepito la mia musica in maniera molto veloce rispetto ad altri paesi. Non saprei dire precisamente il perché, ma credo che gli italiani portino con sé una tradizione musicale che ha pochi eguali in giro per il mondo. Probabilmente grazie all’Opera, il pubblico italiano è molto più preparato e abituato ad ascoltare musica che al tempo stesso racconta delle storie. Credo sia qualcosa di davvero radicato nella tradizione, e che inconsciamente esca fuori quando ci si approccia a formule musicali più intricate. Avete una tradizione musicale negli anni ’70 di grandi band rock concettuali che probabilmente è stata inferiore solo a quella inglese, per quanto riguarda quel particolare modo di comporre musica. La storia che avete e la sensibilità nel raccontare storie attraverso la musica è stata la fortuna dei Porcupine Tree in Italia. Negli anni ’90 era molto difficile far capire la nostra musica ad un nuovo pubblico, ma credo che questa spiccata sensibilità sia radicata nel DNA del pubblico italiano.


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