The Quietus, blog musicale/letterario inglese, ha pubblicato oggi un’intervista a Stefan Jaworzyn, ex chitarrista/bassista degli Skullflower, seminale band noise inglese fondata verso la fine degli anni ’80 dal musicista Matthew Bower. Jaworzyn, che suonò con la band fino al 1990 (apparendo nel loro primo EP, Birthdeath, e nei loro primi due dischi, Form Destroyer e Xaman) ha parlato al giornalista John Doran in modo molto approfondito delle origini degli Skullflower e della sua esperienza nella band. Qua sotto, qualche estratto tradotto.

Sull’uso di droghe nella band:

Ci piaceva prendere il nostro acido merdoso quotidiano. Ne girava molto, e di scarsa qualità. A Matthew, Stuart [Dennison, il batterista] e a me piaceva prendere acido durante le registrazioni; non a Gary [Mundy, il chitarrista]. Lui non prendeva alcuna sostanza, per quanto ricordo. Ma ci piaceva fumare bong e ci piaceva l’acido a basso prezzo. Bevevamo molto, ma senza arrivare a non riuscire a restare in piedi e suonare. E quell’acido non era molto forte, ti dava solo una sorta di buona sensazione di paranoia, che ha indubbiamente contribuito al modo in cui costruivamo la nostra musica. Non so come doveva sentirsi Gary intrappolato in uno studio per otto ore con tre psicopatici in trip [ride].

Sul Matthew Bower e sulla scena noise e sperimentale dell’epoca:

Suonavo in un trio noise, [che poi diventò un duo]. Alex Binnie [frontman dei Pure] andava al college a Cardiff, e lì suonavamo in un locale decisamente artistico – lui e suo fratello Eddie vennero a parlarci dopo un concerto. Non piacevamo a nessuno. Ci vestivamo di nero e suonavamo dando le spalle al pubblico, bla bla bla. Alex Binnie […] ci fece suonare a una mostra a Cardiff a cui partecipava anche Matthew Bower. Quella fu la prima volta in cui lo incontrai, nel 1982. Non lo conobbi davvero finché non mi trasferii a Londra, nel 1983. […] Vivevo in uno squat a pochi passi da casa di Matthew, e così riuscimmo a conoscerci meglio. Ai tempi c’era una scena noise molto forte legata alla Broken Flag, e ci finimmo a gravitare attorno incontrando un sacco di persone. […] Ci conoscevamo tutti, non perché ci fosse un’opinione popolare sulla scena ma perché non c’erano molti di noi a fare noise, noise rock, power electronics o qualsiasi cosa fosse. […] Adesso può sembrare qualcosa dalle proporzioni leggendarie, ma ai tempi non lo sembrava affatto. Era un mondo relativamente piccolo. Tutti si conoscevano e si incontravano ai concerti.

Sull’influenza che l’ambiente che circondava la band aveva sul suo suono:

Penso che i merdosi tempi della Thatcher e dei tories, come l’orribile sensazione di oppressione che aleggiava a metà degli anni ’80, avevano molto a cui fare con lo stato mentale in cui ci trovavamo. E devi ricordare che eravamo ancora piuttosto giovani. Non eravamo nemmeno pieni di energie. Eravamo solo pieni. Forse eravamo solo un gruppo di psicopatici arrabbiati, che fumavano bong e suonavano musica tutta la notte in un buco infernale a Brixton. Ma penso che vivere nella Londra degli anni ’80, negli squat, nelle abitazioni collettive e nei seminterrati di North London abbia avuto un grande effetto su di noi – se non sul modo in cui pensavamo, almeno sulla nostra mentalità e sul nostro subconscio.

Nell’intervista, Jaworzyn parla anche delle sue reazioni all’ascolto, oggi, dei primi pezzi degli Skullflower, del suo rapporto con l’artwork dei dischi e i titoli delle canzoni della band, delle sue conoscenze con Philip Best dei Whitehouse e Stephen Trower dei Coil e di molto altro. Potete leggerla per intero (in inglese) cliccando qua.

Potete ascoltare qua sotto Solar Anus degli Skullflower, dal loro disco d’esordio Form Destroyer del 1989.