Transmissions Festival, un viaggio attraverso il suono

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Credit Andrea Fiumana

Un viaggio attraverso il suono: la 17a edizione del Transmissions Festival, a Ravenna dal 20 al 22 novembre 2025

di Giovanna Girardi

Anche quest’anno il Transmissions Festival si conferma come un piccolo gioiello nel panorama indipendente italiano, fra i migliori del 2025. E accade a Ravenna, che meraviglia… La nuova curatela del direttore artistico Chris Angiolini, dopo l’anno di Moor Mother, ha disegnato un viaggio attraverso la materia della musica, le sue forme scure e le diramazioni eteree.

Per questa 17a edizione, il cartellone era vario, equilibrato, con nomi che s’intravedono (intravedono) in altri festival, chicchette ad hoc, provenienze geograficamente lontane e una certa parità di genere, per nulla scontata nei festival di oggi. Ci sarebbe da scrivere un altro pezzo – l’ho fatto in realtà – su come di solito da una parte ci siano gli uomini con la loro musica dura e ruvida, e all’occorrenza la clava, e dall’altra le donne, più maliziose e pop, ma anche dj, nel dubbio carine e comunque poche. Il Transmission, in questo senso, ha portato una ventata di aria fresca, che a volte passa inosservata mentre la respiri.

Tema dell’anno: Il deserto rosso di Michelangelo Antonioni, suo primo film a colori uscito nel 1963 e suo primo film ad aver convinto Pasolini, refrattario di fronte a un estetismo per lui troppo estremo. Il deserto rosso ruota intorno a due centrifuganti protagonisti. Innanzitutto, Monica Vitti, bellissima, magnetica, regge con lo sguardo e la sua morbida voce l’intero film, regalandoci qualche molecola di ossigeno in un mondo tremendamente ipocrita (Hai messo insieme un bel gruppetto di parole” cit). Poi, il complesso petrolchimico vicino a Ravenna, cosiddetto Anic, costruito dall’Eni tra gli anni ’50 e ’60 sul Canale Candiano, per fare ricerca e produrre polimeri, gomme sintetiche, fertilizzanti e altre sostanze chimiche.

All’Anic è dedicata la prima performance del festival. Giovedì 20 novembre al Teatro Rasi, Roberta Sammarelli (fresca di uscita dai Verdena) e Bruno Dorella cominciano a sonorizzare Il gigante di Ravenna, documentario di Fernando Cerchio commissionato dall’Eni per promuovere l’apertura dell’impianto. Lo stile del film ricorda i cinegiornali Luce: eppure la batteria di Dorella insieme ai synth e il basso di Sammarelli non parlano di boom economico, dell’entusiasmo di fronte alla grandiosità, della crescita dell’Italia, quanto piuttosto di travi di ferro, di operai al lavoro, di quell’universo industriale fatto di fumi, vapori, tubi e valvole, del mondo di provincia nato intorno alla fabbrica. Eh sì, esiste anche in Italia.

Poi arriva Stephen O’Malley, il leggendario fondatore dei Sunn O))), con una performance alla ricerca della più oscura materia sonora. Se nella musica c’è una componente di narcisismo che passa tra palco e applausi, O’Malley ne è completamente estraneo. Tutto è al servizio del suono: il palco completamente buio, un sound system da carnevale di Notting Hill, un video in bianco e nero extra zoomato che ricorda le atmosfere sotterranee di Erasered, la ripetitività di pochissimi accordi strummati alla medesima intensità. Sembrano frequenze che non si sentono con le orecchie, ma si ficcano direttamente nel cervello, per destabilizzarlo, scombussolarlo.

Venerdì 21 novembre gli Wow aprono con il loro live asciutto di canzoni antiche. O meglio come si descrivono loro, “attitudine contemporanea / suono antico”. Il set è nella versione al completo con, oltre a Leo Non alla chitarra e China Blu alla voce, Ryan Spring Dooley al sassofono, Alessandra Lazzarini al flauto e le incursioni sporadiche della piccola figlia del duo Nina, a cui è dedicato il nuovo disco Rosa di luce. Dalla critica (incluso Rumore) è considerato fra le migliori uscite del 2025 e, in effetti, con l’orchestrazione portata al Transmission alcune canzoni volano pastose nell’Iperuranio.

Prosegue lo stile di Hilary Woods, musicista di Dublino già componente dei JJ72. Con voce, sintetizzatori, campionatori e una marea di effetti, costruisce un’atmosfera onirica, un galleggiare attraverso l’interspazio dove i bpm rallentano ma l’intensità continua a crescere. Molti brani sono strumentali, alcuni cantati senza che mai la voce prevalga su un tessuto generale leggero e scuro – un po’ come nel suo bellissimo e nuovo Night CRIÚ, uscito a ottobre per Sacred Bones Records.

Chiude la serata Micah P. Hinson insieme alla band con le sue storie di vita che dal Texas si spostano in Spagna e la sua chitarra tenuta altissima (anche più dei Beatles). È fra i nomi più conosciuti dell’intera line up e infatti il teatro è pieno. Tutto quello che ci si poteva aspettare c’è: incredibile professionalità, precisione impeccabile, canzoni in senso classico composte con grande maestria. Molte, come il singolo Oh, Sleepyhead!, tratte dal nuovo album The Tomorrow Man uscito appena un mese prima, ma anche qualche attesa memoria del passato. Non delude no.

Sabato 22 novembre, intorno alle 16, è il momento uno degli eventi collaterali più importanti: la proiezione di Il deserto rosso con presentazione del regista di Ravenna Yuri Ancarani. Ancarani è noto soprattutto per Atlantide, David di Donatello come miglior documentario: per l’occasione porta il suo ultimo lavoro San Siro, un cortometraggio visivamente curatissimo che mostra il procedimento per mettere in moto lo stadio milanese, il silenzio prima delle grandi partite di calcio, le mani che sistemano ogni dettaglio prima della folla. La musica, tanto per gradire, è di Lorenzo Senni. Decisamente una bel modo di passare un sabato pomeriggio di pioggia.

La serata si apre come sempre alle 21, questa volta con il set di Adriano Zanni dal titolo “Anic”. Completa le sue varie esposizioni off attraverso la città e si snoda musicalmente con campionatori, sintetizzatori e un bel parco macchine attraverso alcuni dialoghi emblematici del film di Antonioni. Sembra un modo di trasporre in musica quell’atmosfera nebbiosa, disorientante, fatta di suoni pesanti e rumori lievi che riempiono ll deserto rosso.

Gli Index For Working Musik, poi, ci portano in un luogo lontano, verso avanguardie che sembrano scontate, ma non lo sono. Verso un mondo il cui il doom, l’hard rock, il post punk, la musica sperimentale sono ricchi di contaminazione e si distaccano completamente dai soliti compitini mescolandosi fra loro. I ragazzi sono giovani, dell’East End londinese e si vede che sono cresciuti a pane e live di qualità. Portano sul palco, per la prima volta in Italia, il loro ultimo lavoro Which Direction Goes The Beam, uscito lo scorso aprile per l’etichetta di casa Tough Love. Stilosi, dark e fuck la moda con tanto di flip flop, che comunque fa sempre piacere.

La chiusura del festival spetta a una vera chicca. Anzi, più che una chicca un’esplosione di figheria, qualità, contaminazioni, un live di quelli che ti aprono il cervello, i polmoni, le orecchie e ti spettinano pure. Che ti fanno sentire una nullità in adorazione. I Sanam arrivano da Beirut e come questa è un crogiolo di culture, loro hanno raccolto in pochi metri quadrati un buzuq (tradizionale liuto libanese), chitarre elettriche (anche suonate con l’archetto), un parco sintetizzatori in grado di far partire una navicella spaziale, respiri usati come virgola ritmica, un autotune sfruttato con eleganza impensabile, canzoni tradizionali arabe, rock, jazz, oltre a cinque musicisti di un livello clamoroso. Le canzoni sono tratte dall’ultimo album Sametou Sawtan, uscito per l’etichetta canadese Constellation Record, e a fine live ti chiedi come hai fatto a vivere senza. Che ci voleva proprio: qualcosa di diverso, di nuovo. Lì si trovano frontiere ancora da tracciare e superare… e a un tratto sembra che noi, occidentali stanchi e annoiati, abbiamo detto tutto.

Sembra che finalmente un mondo nuovo stia bussando alle nostre porte.

Redazione Rumore
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