
Un ricordo di Paolo Benvegnù da parte di Barbara Santi
Per Paolo Benvegnù, seconda stella a sinistra
da Barbara Santi, Torino
Torino, lì 2 gennaio 2025
Caro Paolo, ci manchi già tanto ma non smetteremo di essere “suggestionabboli” come dicevate per gioco tu, Andrea Franchi, Fabrizio Orrigo, Gionni Dall’Orto e Massimo Fantoni quando uscì il singolo d’esordio nel 2003.
Giorgio Valletta e io in radio lo consumammo, tanto l’entusiasmo per la bella sorpresa che ci arrivava da due storiche etichette indipendenti: nel video del pezzo tra gli altri compare un giovane Gabriele Giustini di Santeria, e alle radici c’erano Alex Forniti e la sua Stout.
In ogni caso mi ritrovo come ogni volta in cui ricevevo un tuo nuovo disco: senza parole.
Dopo essere cascata dentro alle canzoni, mi sentivo piccola, di fronte alla tua perspicacia, naturalezza e sensibilità, senza ricorrere all’“iper” che ti faceva tanto sorridere. Poi leggevo il comunicato dell’album, nel quale puntualmente ci facevi qualche supercazzola anche per vedere chi avrebbe controllato le fonti, sorridevo, lo riascoltavo e svuotavo il sacco, senza riuscire a fermarmi.
Tuttora fatico a esprimermi eppure continuano a riemergere spontaneamente ricordi intensi, divertenti, cari, dal primo incontro dopo una data degli Scisma a oggi.
Il più nitido e completo risale a quando siete venuti a Torino con i Benvegnù, per promuovere proprio Piccoli Fragilissimi Film. Trascorremmo un’intera giornata insieme: veniste a Radio Torino Popolare, poi andammo in Fnac e infine al locale per il soundcheck del concerto che si teneva la sera. Ecco, lì mi affacciai alla tua anima e mi ci affezionai, anche se un sospetto ascoltando le canzoni lo avevo già avuto. Ridemmo tanto, gironzolammo per la città, ci raccontammo gli uni agli altri, mi faceste sentire quasi come una della band e ci salutammo la sera con un abbraccio indelebile.
Ma con te era così: dal pianto al riso e daccapo, senza soluzione di continuità.
Sia interagendo direttamente, sia assistendo ai concerti, dove tamponavi la commozione delle canzoni con l’umorismo, prendendoti in giro.
Non che non fossi conscio delle tue capacità, ma giocarci era forse un modo per ridimensionarle, per rimanere coi piedi per terra, umano tra gli umani. Eri serio nel lavoro, meticoloso, ma mai serioso. Che poi scherzare è un modo come un altro per tentare di superare le paure, con quell’umiltà dichiarata che rende simpatici ma anche vulnerabili.
In ogni caso, a un certo punto della vita si comprende che dare, darsi, amare sia l’unico modo per sentirsi meglio, per provare gioia. È quasi un atto “egoistico”, una necessità.
Tu sapevi ascoltare gli altri, incoraggiarli e farli sentire speciali, e forse è pure per questo che la frase più ricorrente sentita in queste ore è “come si faceva a non volergli bene?”. Sapevi che quella è la strada giusta, anche se alcuni non capiscono, fa niente, è un problema loro. E a ben vedere è anche l’unica, per chi ha lo sguardo di chi “è in grado di comprendere” le cose eccome ma non smette di essere lungimirante, inclusivo e di cercare la bellezza.
Trovandola.
Nella pace di un fiume, di un bosco, nel creato ma anche nel prossimo e finalmente in una bella famiglia, in una moglie e una figlia amatissime, Letizia e la piccola Anna.
Sei stato, anzi sei, fonte di energia buona dalla quale attingere.
Tanto da portarmi a pensarti amico, a “frantumare le distanze”. A “sentirti”, pur sentendoci di rado.
Non so quando avrò il coraggio di riascoltarle, ma sono felice di aver conservato le registrazioni delle ultime interviste fatte insieme: metà chiacchiere, confidenze e cazzate e metà interviste, a dire il vero.
Ma l’unica arma che abbiamo tutti per tenerti in vita è continuare ad ascoltare e consigliare le tue canzoni a chi non le conosce ancora, affinché possano farle proprie, divulgarle a loro volta e così all’infinito.
È un’eredità notevole, perciò grazie oggi te lo diciamo noi.
In punta di piedi, il mio pensiero più grande va proprio alla dolce Letizia e ad Annina Benvegnù. Vi stringo fortissimo e vi voglio bene.
Come voglio bene a te, caro Paolo, e non ti libererai facilmente di me.
Ci “sentiamo” presto, Barbarina



