
In occasione dei 35 anni della Slumberland Records, Arturo Compagnoni e Cesare Lorenzi intervistano Mike Schulman e raccontano l’indie pop
di Arturo Compagnoni e Cesare Lorenzi
I Magnetic Fields, in queste settimane, portano in giro per il mondo, in un tour celebrativo, le 69 canzoni d’amore più belle di sempre, quantomeno in ambito indie. Del resto compie 25 anni quel capolavoro intitolato 69 Love Songs che, in qualche modo, ha segnato un’epoca. Tra ristampe, nuove pubblicazioni e infiniti ritorni, l’indie-rock americano sembra non voler accettare quel ruolo periferico a cui alcuni l’avevano relegato.
Ne abbiamo parlato con Mike Schulman, il responsabile del marchio Slumberland Records, un’etichetta discografica indipendente che festeggia quest’anno i 35 anni di attività.
IL SOLE TRAMONTA E IL MONDO VA A BALLARE
I Magnetic Fields di Stephin Merritt, a un certo punto, decidono di pubblicare un album di canzoni d’amore. Ne scrivono 69, scegliendo un titolo che si presta a facili ironie ma evitando di farsi influenzare dalle rimostranze dell’etichetta discografica incaricata di pubblicarlo, evidentemente spaventata dalla mole e dalla difficoltà di vendere un triplo album. Sono gli ultimi mesi del vecchio millennio quando i Magnetic Fields regalano al mondo un disco che diventerà, inconsapevolmente, una pietra miliare della musica alternativa. Indie rock che in questo caso va inteso nella sua accezione originaria, con un bagaglio emotivo e ideologico ben preciso da portarsi appresso, compreso un fardello romantico, intrinsecamente legato alla sua natura anticonformista.

69 Love Songs incarna l’apoteosi e la naturale evoluzione di ciò che etichette come Postcard, Creation e Sarah Records avevano seminato ad inizio anni ’80 tra Inghilterra e Scozia, dall’altra parte dell’oceano. Un disco che raccoglie, distilla e amplifica le essenze sonore e poetiche di quella scena, portandole a nuove vette di raffinatezza e complessità.
Ancora oggi, che si festeggia il venticinquennale dell’uscita originaria, quelle canzoni possiedono una freschezza leggera che dovrebbe sempre accompagnare la migliore musica pop. Se poi, si aggiungono dei testi bellissimi, capaci di raccontare in maniera straordinariamente completa, sfaccettata, amara e ironica tutte le vicende legate all’amore, si completa il quadro di un disco straordinario che, in qualche modo, rappresenta il punto massimo di ispirazione creativa di quella scena che affondava le proprie radici in piccoli ma affascinanti gruppi come Television Personalities, Orange Juice e Pastels.
Non è un album che racconta l’amore nella sua accezione romantica; a un certo punto in The Book Of Love, una delle canzoni più toccanti del disco, Merritt canta: “The book of love is long and boring / No one can lift the damn thing”, come se volesse mettere le mani avanti e specificare che, no, non ci sono lezioni da dare in questo campo. Un’evidenza che diventa chiara mano a mano che si prosegue con l’ascolto di canzoni che mettono in scena lussuria, desiderio romantico, rassegnazione e disperazione, senza soluzione di continuità, spaziando anche musicalmente dal folk all’elettronica. Forse, è un disco che affascina così tanto proprio perché ognuno può ritrovare un pizzico di sé stesso da qualche parte, tra una rima incredibilmente intelligente e un testo casualmente depresso.
Considerare 69 Love Songs come disco archetipo di un’intera scena è probabilmente una forzatura. Infatti, come affermava Stephen Pastels, l’indie “non è mai stato concepito per essere un genere”. Tuttavia, il recupero di uno spirito intransigentemente DIY, la capacità di abbracciare la melodia della miglior canzone pop d’autore, e il rifiuto della rabbia e di certa mascolinità tossica del punk sono tutte qualità rintracciabili nei solchi di quelle 69 tracce. Queste stesse caratteristiche emergono nelle produzioni delle etichette precedentemente menzionate, come nel progressismo intransigente della K Records e, più a sud, nel catalogo di Slumberland Records in California.
A proposito di Stati Uniti, ricordiamo il primo indie rock come una faccenda decisamente rudimentale: i Beat Happening di Calvin Johnson, per esempio, suonavano queste goffe canzoncine pop, figlie di una subcultura combattiva e una tradizione politica legata a doppio filo al femminismo militante e all’anticapitalismo. Il formato principale con cui pubblicavano K Records e Slumberland, le etichette indipendenti più rappresentative, era il singolo in 7′ pollici, intenzionalmente accessibile, con copertine fatte a mano. Un ecosistema da cui in seguito emersero Sleater Kinney e Bikini Kill.
Nell’agosto del 1991, un mese prima che i Nirvana pubblicassero Nevermind, la K Records ospitò l’International Pop Underground Convention, un festival di sei giorni, deputato a mettere nero su bianco un nuovo modo di affrontare il mercato musicale. Il successo dei Nirvana (ricordiamo il tatuaggio della K Records sul braccio di Kurt Cobain) mise a soqquadro tutto quel mondo. Tuttavia, non evitò che una certa attitudine rimanesse viva e si diffondesse negli ambienti indipendenti nel corso degli anni, fino alla pubblicazione di quel 69 Love Songs di cui si è a lungo parlato in precedenza e che rappresenta in qualche modo l’apice di un certo modo di affrontare le vicende musicali, l’arte e, perché no, anche la vita stessa.
TENENDO VIVA LA FEDE
L’indie rock non è un genere musicale, così come non lo sono l’indie pop, o qualsiasi altra varietà di suoni che collocano il suffisso “indie” davanti a un qualunque altro aggettivo. Scontato dirlo, ma alla domanda che tipo di musica ascolti, gli appassionati di dischi e band che in un modo o nell’altro sono stati associati a quel termine, si sono arrabattati per anni nella ricerca di spiegazioni che non potevano chiarire ciò che di per sé non è spiegabile. Ne deriva un concetto flessibile e adattato ai gusti dei singoli, alle frequentazioni e alle esperienze di ciascun ascoltatore: le atmosfere tenui e scarne di Marine Girls e Aztec Camera come i ritmi nevrotici e spezzati di Fire Engines e Josef K, la velocità governata a un millimetro dal deragliare da Wedding Present e Shop Assistants e le infatuazioni 60s di Biff Bang Pow! e Teenage Fanclub, le filastrocche stonate di Pastels, Television Personalities, Comet Gain e Beat Happening, le ballate narcolettiche di Codeine e Bedhead come la falsa indolenza di Pavement e Dinosaur Jr. e la grandeur romantica degli Smiths, ovviamente.
Per quanto ci riguarda l’anima e il cuore di tutta quanta la faccenda ha sede in quella zona dove la combinazione tra il soul femminile targato Motown, lo scintillante jangly rickenbacker di birdsyana memoria e i clangori pop punk di Buzzcocks e Ramones si incastrano tra loro creando una irresistibile magia alchemica. Parliamo dunque della generazione C86, di una bella fetta del catalogo Flying Nun, di ogni singola uscita della Sarah Records, di buona parte di quanto pubblicato dalla Creation tra il 1984 e il 1990, prima che la comparsa di Loveless e Screamadelica stabilisse nuovi e più complessi equilibri. Un incrocio astrale che guarda caso ci porta dentro all’identico perimetro di riferimento in cui da ormai 35 anni si è piazzato stabilmente Mike Schulman con la sua Slumberland Records.
Uno la cui carriera, di musicista prima ancora che discografico, prese vita attorno al 1987 sull’abbrivio di un’insana passione per i Birthday Party (Big Jesus Trash Can il nome della sua prima band, guarda caso) proseguendo poi con le abrasive pulsioni noise dei Whorl e quelle più misurate dei Powderburns per trovare infine la propria collocazione naturale tra le fila dei Black Tambourine, band la cui influenza sugli epigoni fu inversamente proporzionale al materiale pubblicato (due soli singoli) e al numero di concerti cui diede vita. La loro combinazione tra il wall of sound di Phil Spector e quello dei Jesus and Mary Chain, e una sfacciata (e molto naif) attitudine lo-fi, generò un corto circuito capace di accendere l’interesse in direzione di un tipo di sonorità e ancor più verso un immaginario, sino a quel momento abbastanza ignote in territorio statunitense, come ci racconta la stesso Schulman nell’intervista che segue.

Quando avete iniziato a pubblicare dischi, eravate tra i pochi negli Stati Uniti a fare riferimento ai suoni tipici di certa musica indie britannica. Si può dire, in un certo senso, che il lavoro di Slumberland sia stato pionieristico?
Mike Schulman: “Non so se abbiamo mai pensato che ciò che facevamo fosse pionieristico, dato che eravamo così fortemente influenzati e debitori verso le etichette e le band che amavamo. Tuttavia, è certo che quando abbiamo iniziato a suonare e successivamente a pensare all’etichetta, sapevamo che non c’erano molte label negli Stati Uniti che prestassero davvero attenzione alla musica proveniente dal Regno Unito o dalla Nuova Zelanda che, invece, erano le realtà che ci piacevano. Questo, sotto molti aspetti, ci ha motivato e ci ha fatto sentire che ciò che stavamo facendo avesse uno scopo.
Ricordo di aver pensato molte volte, nei primi tempi, che, con poche eccezioni (Bus Stop, K, Picture Book), non riuscivo a immaginare altre etichette statunitensi che avrebbero potuto lavorare con le nostre band. Con così tante etichette indipendenti là fuori, penso che Slumberland, fin dall’inizio, sia stata una realtà differente dalle altre e che abbia avuto un’identità facilmente riconoscibile. Questa situazione è cambiata un po’ nel tempo, poiché il “pop” è diventato più accettabile qui negli Stati Uniti, ma mi piace pensare che Slumberland abbia ancora una nicchia distinta e unica che valga la pena esplorare.”
Puoi raccontarci qualcosa del tuo background personale e qual è stata la ragione che ti ha fatto decidere che era il momento di fondare un’etichetta? Raccontaci come è nata la tua passione per la musica.
M. S.: “Sono cresciuto in una casa dove la musica era una costante. Mio padre era un grande fan del doo-wop e dell’R&B degli anni ’50 e dei primi anni ’60, e anche se non seguiva più la musica così da vicino, mi ha comunque lasciato un imprinting ben definito. Mia madre era appassionata di soul, funk, R&B e disco contemporanei (e un po’ di rock) e suonava spesso i dischi in casa. Quindi, quando ho iniziato a scegliere davvero la mia musica, negli anni dell’adolescenza, tra i miei artisti preferiti c’erano gruppi come Parliament/Funkadelic, Stevie Wonder, The Spinners, James Brown, The Meters, ecc. Non mi piaceva molto il rock di metà anni ’70 e la situazione non è cambiata fino a quando non ho sentito per la prima volta il punk-rock intorno al 1978. Sono stato immediatamente ossessionato da The Jam, Buzzcocks, Wire, Ramones, ecc., e poi 2Tone, Joy Division, la scena post-punk della Rough Trade, il primo hardcore statunitense come The Dils, Bad Brains, Black Flag, Minor Threat. Il punk mi ha portato abbastanza naturalmente al reggae, e al mio amore per tutto il funk degli anni ’70 con cui sono cresciuto. Il passo successivo è stato quasi naturale ed è stato piuttosto facile appassionarmi alla prima jungle, techno e altre musiche dance lungo quel continuum. Ho sempre voluto ascoltare nuova musica e nuovi suoni, ma è sicuramente quell’esplosione punk e post-punk della fine degli anni ’70 che mi ha conquistato e mi ha portato a voler suonare in una band e a gestire un’etichetta.”
Qual è stato l’aspetto più divertente nel gestire un’etichetta e al contrario quali sono le sfide più grandi?
M. S.: “Per me, il divertimento maggiore arriva dopo che un disco viene pubblicato e inizia a trovare riscontri in tutto il mondo. Anche se siamo un’etichetta molto piccola, i dischi circolano un po’, ed è emozionante sentire i riscontri delle persone che hanno acquistato e amato un nostro lavoro, oppure vedere i post sui social media riguardanti le nostre band. È anche incredibile quando i gruppi crescono e passano a suonare in locali sempre più grandi: non c’è niente di paragonabile, a livello di soddisfazione, di vedere un gruppo che hai aiutato che riesce a richiamare sempre più gente nei propri concerti dal vivo. Se parliamo di sfide, oh cavolo, ce ne sono così tante che non so nemmeno da dove cominciare! C’è sempre così tanto lavoro per una sola persona: mi sento perpetuamente indietro, come se stessi lottando per stare al passo. È sempre difficile per le piccole etichette ottenere l’attenzione che le band meritano dalla stampa e dai negozi di dischi – queste cose non diventano mai più facili. Una delle cose più difficili – e ci sto ancora lavorando – è semplicemente riconoscere i limiti dell’essere piccoli e del non avere un sacco di soldi da spendere in marketing, essere in grado di fissare obiettivi realistici per ogni disco e sapere che il successo può significare qualcosa di più di ‘oh, ho aiutato questa band a diventare grande.’”
Sembra che ci sia un grande interesse per un certo tipo di musica indie chitarristica negli Stati Uniti. Dal tour del 25° anniversario di “69 Love Songs” dei Magnetic Fields, alle ristampe dei Velocity Girl, al ritorno dei The Softies. Per non parlare di tutte le nuove produzioni della vostra etichetta: dagli Umbrellas, The Laughing Chimes, Lightheaded e altri. Hai l’impressione che ci sia un rinnovato interesse per un tipo specifico di suono?
M. S.: “Immagino di sì. C’è sempre un nucleo di persone a cui piace il pop chitarristico, ma a volte sembra che ci sia un po’ più di attenzione da parte di chi è al di fuori della “scena”, se capisci cosa intendo. In questo momento, gruppi come Alvvays e Ducks Ltd riescono a fare tour e raggiungere un pubblico che probabilmente non ha mai nemmeno sentito parlare di Slumberland, e questo è solo un bene per tutte le band che fanno indie pop. Ma so anche che è una cosa ciclica, e soprattutto negli Stati Uniti la scena indie in generale non prende l’indie pop troppo sul serio, quindi l’interesse può essere piuttosto fugace e limitato.”
Come scegli un gruppo da pubblicare? Che tipo di caratteristiche deve avere la band? Quanto conta il contesto sonoro e quanto conta l’atteggiamento della band?
M. S.: “Questo dipende quasi sempre solo dal gusto personale, anche se Slumberland è troppo piccola per pubblicare tutto ciò che mi piace. C’è sempre una sorta di “fattore X” in una band che mi fa pensare “oh sì, questo si adatta alla storia di Slumberland”. Tendo a lavorare con band agli esordi perché penso che siano quelle che posso aiutare di più. È più difficile ricominciare sempre da capo e cercare di attirare l’attenzione su nuove band, ma mi sembra semplicemente “giusto”. L’atteggiamento della band conta molto – voglio che le band desiderino davvero far parte della storia e della comunità dell’etichetta. Adoro che le band siano fan l’una dell’altra, suonino insieme, facciano tour insieme, si supportino a vicenda.”
Slumberland è un’etichetta che ha iniziato con i singoli, 7 e 12 pollici. Avete attraversato tutte le ere geologiche della musica indipendente. Dal vinile, al CD, fino allo streaming attuale. Che tipo di posizione hai in relazione al supporto fisico per un nuovo album?
M. S.: “Per me il vinile è ciò che conta davvero, come ascoltatore e come fan. So che può sembrare sciocco, dato che la musica è la cosa più importante, ma se si arrivasse al punto in cui non potremmo più permetterci o giustificare la produzione di LP, non sono sicuro che vorrei continuare con l’etichetta. Vorrei che i singoli da 7″ fossero più popolari perché è il mio formato preferito per la musica pop, ma almeno la strana rinascita del vinile iniziata alla fine degli anni 2000 ha reso possibile continuare a pubblicare LP. Per un po’, all’inizio degli anni 2000, la situazione sembrava così critica che non sembrava più possibile continuare a farli.”
Pensi che il formato dell’album si possa considerare superato?
M. S.: “Ovviamente lo streaming e il modo in cui “l’algoritmo” mescola le canzoni hanno degradato l’idea di cosa sia effettivamente un album, ma so che le band che mi piacciono e con cui lavoro pensano ancora principalmente a mettere insieme un album nel modo tradizionale: un insieme di canzoni in una sequenza che racconta una storia, e considera persino come si sviluppano il Lato A e il Lato B.”
Quando devi acquistare un disco (ovviamente non mi riferisco a quelli della tua etichetta), quale formato scegli e perché?
M. S.: “Quasi sempre vinile, se disponibile. Tuttavia, il costante aumento dei prezzi degli LP sta modificando questa tendenza, e a volte acquisto download su Bandcamp. A dire il vero, probabilmente passo la stessa quantità di tempo ad ascoltare musica in formato digitale quanto in vinile, soprattutto quando lavoro, poiché non devo continuamente girare e cambiare i dischi. Mi piace il suono e il rituale di mettere su un vinile; quindi, quando voglio davvero ascoltare un brano, la mia scelta ricade sempre prima sul vinile.”
In un’epoca dominata dallo streaming e dalla distribuzione digitale, come vedi l’evoluzione del ruolo delle etichette indipendenti come Slumberland? Quale valore unico pensi che le etichette indie possano offrire agli artisti e ai fan della musica nel panorama odierno?
M. S.: “Quando ero giovane e iniziavo a scoprire la musica, le etichette erano fondamentali per orientarmi: sapere che, se mi piaceva un singolo su Postcard o Fast, probabilmente me ne sarebbe piaciuto un altro. Le etichette indie che adottano un approccio veramente curatoriale mi sembrano ancora rilevanti. Anche se (e proprio perché) le band possono facilmente distribuire la propria musica tramite piattaforme come Bandcamp o DistroKid, questo significa che c’è più musica che mai con cui i fan devono confrontarsi, quindi poter contare su un’etichetta di cui ti fidi può fare davvero la differenza. Produrre e distribuire supporti fisici è più costoso e difficile che mai, quindi, per le band che vogliono vedere la loro musica su un formato tangibile, può essere cruciale lavorare con un’etichetta. Supporto al 100% i gruppi che vogliono fare tutto da soli, ma capisco anche che molti preferiscono concentrare le loro energie e risorse nella scrittura, nella registrazione e nei tour, lasciando che del resto si occupi un’etichetta.”
Guardando a come la scena indie americana si è evoluta negli ultimi 35 anni nel suo complesso, quali sono i tuoi pensieri? Ti senti ancora a tuo agio nella scena musicale contemporanea?
M. S.: “Per essere onesto, non sono sicuro di essermi mai sentito completamente a mio agio. Come ho accennato sopra, il tipo di musica che solitamente pubblichiamo su Slumberland non è generalmente preso molto sul serio nella scena indie statunitense, e di conseguenza mi sento spesso come se fossimo un po’ degli outsider che osservano dall’esterno. A volte questa sensazione mi motiva, ma altre volte può essere scoraggiante e stancante. Siamo appena stati nel Regno Unito e abbiamo visto Lightheaded e Tony Molina suonare dal vivo, ed è sempre incredibile per me come i fan lì comprendano davvero cosa stiano facendo le nostre band e capiscano come si inseriscono nel continuum del pop chitarristico in un modo che, in generale, il pubblico indie statunitense potrebbe non percepire. Ovviamente, questa è una generalizzazione, e ci sono appassionati e conoscitori del pop ovunque, ma negli Stati Uniti sembra davvero una lotta controcorrente, dovendo costantemente spiegare perché questa musica ha ancora importanza ai negozi di dischi, alle radio e alla stampa.”
All’inizio, il tuo lavoro, così come quello di etichette come K Records, aveva decisamente una connotazione ‘politica’. Nel corso degli anni, questo aspetto è diventato meno pronunciato, e ora ciò che emerge è un’attenzione ai dettagli che rende certi dischi indie quasi un prodotto artigianale, soprattutto se confrontati con quelli dell’industria mainstream. Sei d’accordo con questa interpretazione?
M. S.: “Sono d’accordo sul fatto che ci sia qualcosa di intrinsecamente politico nel DIY e nell’opposizione al “mostro corporativo”, come lo definiva K, e non penso che questo sia cambiato. Non è mai stato un aspetto dell’etichetta su cui ho voluto puntare troppo consapevolmente, forse perché non volevo che distogliesse l’attenzione dalla musica. Nel corso degli anni, questo ha portato a interpretazioni divertenti, come quando Slumberland è stata vista come un’etichetta corporativa da alcune persone all’interno della scena, il che mi è sempre sembrato esilarante. Penso che l’aspetto politico del lavoro DIY che fanno le etichette indipendenti come K, Tough Love, Feel It, Trouble In Mind (solo per citarne alcune) sia ancora importante. Anche se le major non stanno sventolando assegni verso di noi e le nostre band come facevano negli anni ’90, continua ad avere un ruolo rilevante.”
Quanto è importante l’attività dal vivo per una band? Il fatto che un gruppo sia disposto ad andare spesso in tour è una delle condizioni che ti fanno scegliere un gruppo rispetto a un altro?
M. S.: “Suonare dal vivo e soprattutto andare in tour fuori dalla propria città natale aiuta davvero una band a farsi notare, e diventa ancora più importante man mano che diventa più difficile ottenere supporto dalla stampa e dalla radio. Tuttavia, andare in tour è anche costoso, e capisco perfettamente che non tutte le band possano permetterselo. Comunque non l’ho mai considerato un fattore determinante nella scelta di una band.”
Qual è stato il disco più importante che hai pubblicato nel corso degli anni e perché? Dall’altro lato, qual è il tuo più grande rimpianto, quella band che avresti potuto pubblicare ma che hai lasciato andare e che invece è diventata famosa?
M. S.: “Dal momento che siamo in attività da così tanto tempo, penso che abbiamo pubblicato molti dischi importanti: dal 7″ di Velocity Girl, “Forgotten Favorite”, all’album di debutto di The Pains of Being Pure At Heart, passando per le ristampe di dischi davvero fondamentali di East Village, Birdie, The Springfields e Go Sailor, fino ad arrivare alle band più recenti come The Umbrellas. “Fairweather Friend” è, a mio avviso, un disco che sarà considerato un classico dell’indie pop. Ci sono sicuramente band che sono diventate molto famose, e quando vedo il loro nome penso che mi suona familiare, poi realizzo che mi avevano inviato un demo tempo prima. Ma, ad essere onesto, non credo di avere davvero rimpianti per ciò che ho perso. Siamo una piccola etichetta e so che non possiamo pubblicare tutto ciò che ci piace, e il fatto che una band sia diventata famosa su un’altra etichetta in un altro momento non significa necessariamente che sarebbe successo lo stesso se avessimo pubblicato noi quel disco.”
Quanto è importante per te che un’etichetta abbia un legame con la propria area locale, e in questo senso, qual è la relazione di Slumberland con Oakland e la Bay Area in generale?
M. S.: “Ho sempre apprezzato lavorare con band locali e supportare – ed essere supportato da – la scena locale; è una delle principali motivazioni per gestire un’etichetta. Tuttavia, ho sempre considerato Slumberland come un’etichetta che mette la musica al primo posto: pubblichiamo ciò che ci piace, indipendentemente da dove provengano le band, e ci sono stati periodi in cui non avevamo nessuna band locale sotto contratto. L’indie pop è una scena così internazionale che ci è sembrato naturale collaborare con band provenienti dal Regno Unito, dall’Australia o da qualsiasi altra parte del mondo. Detto questo, negli ultimi anni si è sviluppata una scena pop straordinaria nella Bay Area, e sono super felice che la maggior parte delle nostre band attuali siano del posto. È davvero divertente vedere le band suonare insieme, sviluppare amicizie e crescere insieme. Penso che, finalmente, la gente potrebbe iniziare a vederci più come un’etichetta della Bay Area che di Washington, DC; ci è voluto un po’!”
Qual è la posizione della tua etichetta riguardo alle ristampe o ai box set commemorativi? E qual è la tua opinione su questa tendenza così diffusa?
M. S.: “Credo di avere sentimenti contrastanti al riguardo. Mi piace che la musica rimanga disponibile in modo accessibile, quindi è positivo avere ristampe di dischi rari e/o costosi. Inoltre, penso che una ristampa più curata o deluxe possa essere un modo migliore per presentare un vecchio disco o una band a un nuovo pubblico: attira più attenzione e forse è più eccitante per un negozio di dischi rispetto a una semplice ristampa. Ho fatto alcune ristampe e ne ho altre in programma, ma mi rende un po’ triste quando sembra che le ristampe ricevano più attenzione rispetto alla grande musica nuova delle band attuali. Quindi, il mio focus rimarrà sempre sulla nuova musica, anche se non è sempre il centro dell’attenzione della stampa o dei negozi.”
MAKE ME A MIXTAPE (SOMETHING OLD AND SOMETHING NEW)
Riassumere quarant’anni di indie pop americano in dieci canzoni è operazione senza dubbio arbitraria. Quelle che seguono sono solo le prime dieci canzoni che ci vengono in mente, qualcuna ovvia, qualcun’altra un po’ meno, ognuna però con un suo specifico posto da qualche parte nei nostri cuori.
Velocity Girl I Can’t Stop Smiling
Un nome che omaggia i Primal Scream, un suono che in certi momenti anticipa (di decenni) il revival shoegaze
Beat Happening Our Secret
Tutta la poetica di Calvin Johnson e la sua etica diy in una canzone: I was walking in our town/I was walking through the store/I saw a pretty girl/She held open the door/I said I like you/She said that she liked me/And we could be friends/In our special secret way
Unrest Yes She Is My Skinhead Girl
Il genio di Mark Robinson nella sua (forse) migliore canzone
Camper Van Beethoven Take the Skinheads Bowling
La filastrocca dei Camper Van Beethoven, irresistibile oggi come 40 anni fa: proto indie
The Spinanes Sunday
Ci innamorammo di questi due il giorno in cui arrivarono in città per aprire ai Codeine. Da allora la cotta non ci è più passata
Sebadoh Brand New Love
La canzone che sta dentro ogni cassetta che abbiamo registrato per ogni fidanzata che abbiamo avuto (o che ci sarebbe piaciuto avere)
The Crabs Love and Hate
La canzone che sta dentro ogni cassetta che abbiamo registrato per ogni fidanzata che ci ha lasciato (o che avremmo voluto lasciare)
All Girl Summer Fan Band Becky
Quando si parla di band femminili Motown, di Phil Spector e del wall of sound dei Jesus and Mary Chain, si parla anche di loro
The Moldy Peaches Anyone Else But You
Una delle love song d’eccellenza da uno dei dischi indie pop per eccellenza tra quelli usciti nel nuovo millennio
The Pains of Being Pure at Heart Young Adult Friction
Sin dal suo titolo l’ultimo, e forse definitivo, hit indie pop
LA SLUMBERLAND IN 10 DISCHI
Boyracer More Songs About Frustration and Self Hate (lp, 1994)
Sgangherati e veloci, a tratti irresistibili. Non il loro migliore disco, ma è il primo. Poi con un titolo del genere come si fa a lasciarlo fuori lista?
The Aislers Set The Last Match (lp,2000)
Quote rosa sempre rispettate in casa Slumberland. Per loro vedi alla voce pop/punk miscelato a reminescenze spectoriane
Crystal Stilts Alight of Night (lp, 2008)
In anticipo su uno dei tanti revival post punk, con un occhio e un orecchio alla Scozia anni 80
The Pains of Being Pure at Heart S/T (lp, 2009)
Vale quanto scritto sopra a proposito della loro canzone Young Adult Friction: l’ultima, e forse definitiva, band indie pop
Black Tambourine S/T (lp, 2010)
Utilizzare l’aggettivo seminale è un vezzo abusato nel tempo, ma seminali o no, se non conoscete i Black Tambourine, beh allora da queste parti siete in fuorigioco. Qui di loro è raccolto tutto: i due unici singoli e qualche inedito (tra cui una cover di Dream Baby Dream dei Suicide)
Veronica Falls S/T (lp, 2011)
Riverbero e melodia, luce e oscurità. Da Londra con due soli dischi all’attivo in cinque anni di onorato servizio. Questo è il primo, ma già che ci siete procuratevi anche il secondo
Terry Malts Killing Time (lp, 2012)
Fuzz pop californiano nella terra di mezzo tra Ramones e Shop Assistants
Joanna Gruesome Weird Sister (lp, 2013)
Avete presente i primi singoli dei My Bloody Valentine?
The Reds Pinks and Purples Unwishing Well (lp, 2014)
Si può scegliere qualunque disco dell’iper prolifico Glenn Donaldson e non si sbaglia. Puntiamo questo solo perché è il più recente, ammesso che nel frattempo non abbia deciso di pubblicarne un altro
Neutrals New Town Dream (lp, 2014)
Da qualche parte tra Jam e Television Personalities, un piano programmatico che in 13 punti affronta la vita moderna e la spazzatura che questa si porta appresso



