
In occasione dell’assegnazione del Leone d’Oro alla carriera, Brian Eno ha tenuto due performance al Teatro la Fenice di Venezia
di Paolo Bertazzoni
Spazi scenici e opere generative
Le due performance che Brian Eno ha tenuto al Teatro La Fenice di Venezia nella giornata di sabato 21 ottobre spingono ad una serie di ulteriori riflessioni, rispetto al concetto di opera d’arte ed arte generativa. Considerazioni che portano a vivere, percepire, prendere parte ad un evento come Ships nella sua veste di interazione con qualcosa di organico ed in continua crescita, corpo proteiforme che non viene semplicemente offerto al pubblico ma che si fa garante di uno dei più profondi precetti artaudiani: creare l’incontro che consente, attraverso l’arte, di operare un profondo cambiamento nelle persone. In questo senso, non si può parlare di Ships (questo il nome della performance commissionata dalla Biennale di Venezia) senza considerare la prima parte del suo set, che trasporta The Ship, album del 2016 con cui Eno fonde il concetto di disco con quello di installazione e quello di forma canzone con quello di scultura sonora, ad un ulteriore stadio evolutivo: quello che fa della performance connessione profonda, condivisione, “cura”.
Un’esperienza che materializza una forma di dialogo interdisciplinare ed interculturale, in cui architetture di luci e di suoni, prossemica, grana della voce e gesto riportano alla dimensione del teatro in quanto luogo della restituzione rituale, tanto caro agli antichi greci quanto spesso dimenticato a favore delle logiche del puro intrattenimento. In questo senso, le note lunghe, pesanti con cui proprio The Ship apre il “concerto”, accompagnano i musicisti nel loro ingresso: dai lati del palco, con moto ondeggiante, come in un canto di parodo che prende corpo fra le rovine di un’arena sommersa, il loro ingresso in scena non garantisce loro una collocazione immediata. Si sfiorano, passando l’uno accanto all’altro mentre le note prodotte dagli strumenti si mescolano nell’aria dello spazio scenico a strettissimo contatto. Un gioco di pieni e vuoti, per cui l’alternanza fra pattern sonoro, armonia e silenzio delinea in diverse occasioni la stessa quiete sospesa che permea un quadro di De Chirico. In tutto questo, il significato metaforico assunto dall’elemento acquatico si fa via via sempre più evidente e ostinato: dal modo in cui i musicisti camminano e si muovono, che riecheggia il moto delle onde, alle sfere/gocce luminescenti che campeggiano sulle loro magliette, fra scrosci, sciabordii, gocciolanti stille sonore. Rarefazioni che si fanno enfasi sonora permeata di elementi jazzati e sinfonici nel momento in cui la nave si addentra nella suite Fickle Sun, in cui il cantato si fa invocazione, preghiera a cui aggrapparsi fra i flutti mentre l’impianto luci ricostruisce sul palco l’idea di incendio notturno, rimandando alla più profonda idea di conflitto. Acqua contro fuoco, pulsione vitale contro pura energia distruttiva: tanto nel dramma di una nave che affonda quanto nella lucida sintassi della guerra. Un forte turbamento colpisce la platea, quando le sferzate sonore della suite si abbattono sulla stessa come detonazioni: mortai che esplodono in una tensione che assume contorni sovrannaturali, come nella Notte Sul Monte Calvo di Mussorgskij; poche battute, capaci di generare un’eco permanente, mentre il cantato si divincola dalla musica per farsi voce recitante. È in questo frangente che Peter Serafinowicz (sicuro lo avrete visto in L’Alba Dei Morti Dementi, John Wick 2, The It Crowd, nda) delinea i versi di The Hour Is Thin con voce ferma, disumanizzata, amplificando il paradosso di una accorata rievocazione della Prima Guerra Mondiale “sognata” da un algoritmo; contrasto reso ancora più stridente dal “dialogo” con l’arpa di Liis Jürgens. Un ultimo sprazzo di umanità perduta per sempre, un attimo prima che I’m Set Free riconduca la nave (o ciò che ne resta) in porto.

Elegia dei naufragi e mondi possibili
È a questo punto che si apre la seconda parte della performance, quella che probabilmente disvela il motivo di quel plurale, di quella nave che diventa “navi” (Ships): da un lato, il relitto del Titanic che infesta i fondali come un enorme spettro di lamiera ma anche l’enorme transatlantico che si appresta ad accogliere chiunque riuscirà a salpare insieme ad Eno e alla Baltic Sea Philarmonic in questo tour, cui si aggiungono altre imbarcazioni meno ingombranti, scialuppe alle quali aggrapparsi, indipendentemente da ciò che si troverà lungo l’orizzonte degli eventi.
In questo senso By This River diventa delicato affresco (un acquerello, verrebbe da dire), in cui, in una rievocazione in colori tenui di vividi ricordi ci si libera dagli ultimi residui di acqua salmastra; pellegrinaggio proustiano in cerca della stessa redenzione che sulla cima del purgatorio dantesco ci offrono i due fiumi sacri Lete ed Eunoè: dimenticare il male in una perpetua rievocazione del bene. Un’ipotesi che il repertorio di Eno ci offre in quanto alternativa perseguibile, che però non esclude, nel crescendo sinfonico di And Then So Clear la pregnante riflessione su quanto sia labile il confine fra rovina e redenzione per la nostra specie. Un confine che la collocazione a fine setlist di There Were Bells ci viene implicitamente dato per superato, nel momento in cui i cieli, pur conservando la loro bellezza, non diventano altro che panorami desolati, in cui il volo degli uccelli non può essere celebrato se non nella sua irreversibile assenza.
Voce e gesto
Eppure tutta la performance si muove su elementi che sottendono la necessità di trovare una risposta alla desolazione, alla morte, all’ipnotico magnetismo del gorgo. Una tensione che si percepisce nella grana della voce di Eno che si rivela in più di un’occasione in tutta la sua potenza ed evocatività. Strumento in grado di dar corpo a melodie dolci, calde e carezzevoli ma anche a monodie, canti che esprimono un profondo senso del sacro e della liturgia, capaci di riempire lo spazio in modo estremamente fisico, arrivando ad imprimere al suono che articola una connotazione “tattile”. Sacralità del canto che si accompagna anche a quella del gesto, magistralmente incarnato da Kristjan Järvi, carismatico direttore della Baltic Sea Philarmonic. Una presenza che non si limita a dirigere quella che di fatto “è molto più simile ad una band che ad un’orchestra” (come puntualizza Eno durante la performance pomeridiana) ma che si qualifica come presenza liminale, sempre pronta a muoversi, animata come da un’energia sovrannaturale da una parte all’altra del palco. Un officiante che a seconda delle esigenze sceniche e del rituale si muove sinuosamente fra i musicisti, si piega sulle ginocchia davanti al pubblico per alzarsi un attimo dopo, la schiena inarcata, le mani allargate. Uno sciamano che scandisce le ritmiche del rito, enfatizzando ogni singolo gesto con cui colpisce quello che sembra un tamburo restituito alle sue mani dal ventre di un ghiacciaio. La performance come atto magico e curativo, l’opera come spazio concettuale, luogo di incontro sacralizzato dalla presenza dell’uomo. Navi che ormai sono in viaggio verso Berlino, per imprimere le loro rotte su altre coscienze.

L’arte come processo creativo, immaginifico e collettivo
Brian Eno – leone d’oro alla Carriera
Ca’ Giustinian – 22 ottobre 2023
What do you think about western civilization?
That would be a great idea! (Mahatma Ghandi)
La cerimonia di consegna del Leone d’oro alla carriera a Brian Eno non è stata solo un evento di portata storica, artistica e culturale ma anche l’occasione per potersi confrontare con l’ironia, lo spirito critico e il pensiero politico di una delle più illuminate menti del nostro tempo. Un’intelligenza vivida, che ha messo in luce l’importanza di un ridimensionamento dell’ego e della reificazione della figura dell’artista inteso come “genio” cui nel tempo ci siamo fin troppo abituati. Un pensiero che mette in primo piano il valore del percorso che porta alla realizzazione di un’idea, di una visione che si trasforma in opera o processo artistico, che non appartiene in realtà ad una persona sola, archetipo di un’individualità esasperata e richiusa su sé stessa come una monade: “vediamo figure come Elon Musk e Steve Jobs e siamo portati a definirle dei geni ma se osserviamo bene scopriamo che sono il risultato di una fitta rete di relazioni: nessun uomo si fa veramente da solo…ma è fatto dalle persone, dagli studi, dalla cultura che lo circondano…”
Per questo puntualizza, quando lo chiamano “maestro”, di trovare il termine “estremamente lusinghiero ma fuorviante, perché nessuna idea viene veramente da una persona sola”. Proprio come il termine “genio” al quale contrappone, come lo aiuta meglio a chiarire Tom Service nel corso della sua intervista, quello di “Scenius” (che in italiano dovrebbe essere più o meno il goffo ma onesto “scenio” nda) che meglio rende l’idea di una persona connessa ad una vera e propria scena. “Quando mi recai in Russia per studiare alcuni artisti dei primi anni del ‘900, scoprii che ce n’erano a centinaia che non conoscevo ed erano tutti connessi fra loro. C’era un’intera scena, che non coinvolgeva solo gli artisti ma anche i curatori, i critici, i galleristi…così ho capito che la storia di un singolo artista corrispondeva a quella della scena da cui proveniva…”. L’arte come luogo di condivisione e di incontro, dunque, come terreno sul quale l’artista si muove per dar corpo ad altri mondi capaci di fornire, a seconda dei casi, una via di fuga, un porto franco o una nuova formula esperienziale. Una certezza, nell’epoca in cui ci troviamo a fare i conti con il fallimento dei social, che da potenziale strumento di connessione si sono via via trasformati in macchina divisiva, che alimenta i conflitti perché è su quelli che principalmente capitalizza. Una riflessione che coinvolge la necessità di combattere le ineguaglianze e affrontare la crisi della democrazia occidentale, rispetto alla quale emerge con ancor maggior vigore la necessità di istituire una rete, un network nel quale vengano valorizzate la cultura, l’empatia, le arti, il processo creativo.
Non rende in italiano, la battuta di Ghandi che cita Eno ad un certo punto della sua conferenza: in inglese, infatti, “civilization” può significare “civiltà” ma anche “processo di civilizzazione”. Sarebbe una buona idea, dunque, se la civiltà occidentale si civilizzasse…eppure siamo “stupidamente felici”, anche se ormai il nostro tempo, l’antropocene, sembra arrivato irrimediabilmente al capolinea. Una considerazione lucida, per quanto amara, rispetto alla quale possiamo trovare una spinta nella musica, dal momento che “l’esperienza musicale è allo stesso tempo consolazione e confronto, perché ti aiuta a godere dell’incertezza”, così come l’arte; e se gli artisti sono coloro che offrono “l’opportunità di godere dell’incertezza”, allora Eno è certo il più dotato e arguto degli “uncertainer”: promotore del dubbio e del senso critico come strumento alla base dell’evoluzione e dell’uguaglianza sociale.

Gary Hustwit/Brendan Dawes
Nothing Can Ever Be The Same
22 – 29 ottobre, Sala d’Armi E – Arsenale
Collocata in una zona interstiziale fra durational cinema, opera generativa, compendio a sfondo documentaristico e installazione audiovisiva, Nothing Can Ever Be The Same dà corpo ad una serie di scenari in cui musiche, immagini e filmati legati alla vita e ai lavori di Brian Eno si compongono in modo casuale, generando un testo in grado di rielaborarsi all’infinito. Un film che si configura come esperienza estetica che contempla elementi narrativi di pura natura incidentale, in cui frammenti di concerti, foto promozionali, brani, suoni ed interviste di cui nemmeno Eno probabilmente ha memoria diventano tessere di un mosaico in continua evoluzione. Quadri mobili che riecheggiano di glitich e interferenze elettroniche si compongono seguendo geometrie irregolari, scivolando da una parte all’altra dello schermo mentre di tanto in tanto il volto e la voce del non musicista per antonomasia si soffermano a raccontare un aneddoto, a precisare le funzionalità di un software, a puntualizzare elementi caratterizzanti la genesi di un album o di una canzone. Parole che bruscamente possono essere interrotte da volti, suoni, icone che hanno gravitato nell’orbita di Eno come gli U2 di Achtung Baby o di Joshua Tree, il Bowie della trilogia berlinese, i James di Laid. Un’opera capace di creare per te un contesto rilassante così come di trascinarti in un universo frenetico di istantanee che si susseguono ad una velocità tale da rasentare il messaggio subliminale; mai uguale a sé stessa ed espressione di un paradosso enorme che la vuole variazione potenzialmente infinita, fruibile però solo per l’arco di una settimana, come anteprima di un evento che in realtà non potrà essere mai più riproposto. Eno che sorride, mentre intorno a lui una schiera di David Byrne danza in toni di seppia o in un bianco e nero solarizzato al punto di rivelare solo granelli di luce. Philip K. Dick si chiedeva se gli androidi sognassero pecore elettriche. Più probabile invece che i loro sogni siano simili alle visioni di questa monumentale opera cangiante.