
L’unica data italiana del tour dei Blur è stata una celebrazione della vita e della gioia di suonare insieme
di Letizia Bognanni
Titolo alternativo: Affinità fra i compagni Blur, Depeche Mode e noi. Vado a spiegare: in treno verso Lucca ascolto The Ballad Of Darren, fresco fresco di uscita, e ci sento delle affinità con Memento Mori, non sonore naturalmente (anche se entrambi gli album sono prodotti da James Ford), direi esistenziali: sono due dischi di band mature ma non dome, che affrontano la caducità della vita, introspettivamente universali nei modi in cui riflettono sul passare del tempo, sulle perdite collettive e quelle personali. E poi, sia The Ballad Of Darren che Memento Mori si chiudono con i brani migliori della tracklist (secondo chi scrive, certo) che a loro volta si chiudono con code strumentali di psichedelico rumoristico caos primordiale. Sono dischi adulti fatti da adulti per adulti.
Perciò lasciatemi dire che trovo anche un po’ patetici i quaranta/cinquantenni che ironizzano sul fatto che ai concerti di certe band ci siano “solo quaranta/cinquantenni”. E grazie al ca**o non ce lo mettiamo? Per non essere il cliché che lorsignori deplorano cosa dovrei fare, proseguire il viaggio verso Reggio Emilia dove c’è Harry Styles? Con tutta la stima per il buon Harry, che non disdegno, magari la prossima volta trovo un* minorenne da spacciare per nipote e ce l’accompagno, nel frattempo oggi vado coi miei coetanei a vedere un (IL?) gruppo della mia generazione, e non ci trovo niente di male (a meno di non voler ancora pensare che il “rock” debba essere musica “giovane”. A scanso di equivoci, certo che “può”, vedi il fenomeno Arctic Monkeys, ma non “deve”).
Sono pronta, anzi, dieci giorni dopo l’oscura cerimonia che è stato il concerto dei Depeche Mode, a un’altra celebrazione, anche questa formalmente diversa ma in fondo simile nella sostanza: oltre al fatto che entrambe le band nonostante le location mainstream portino sul palco nient’altro che loro stessi in scenografie molto minimali, senza robe pirotecniche alla Coldplay/Muse, lasciando che a fare spettacolo sia esclusivamente la musica, una cosa che colpisce e incanta in tutti e due gli show è la gioia di suonare ed essere insieme, che trascende l’età e il mestiere e traspare in ogni gesto, sguardo, sorriso, abbraccio fra i membri, i cui rapporti sappiamo non essere stati sempre rose e fiori ma che oggi sanno davvero di affetti e amicizie ritrovati. Non vorrei suonare melensa, ma come si dice: gli occhi non mentono.
E qui purtroppo veniamo alle note dolenti, ovvero l’assoluta inadeguatezza dell’organizzazione di un evento così grande: in tanti, troppi, quegli sguardi non li vedono nemmeno dai maxischermi, che non sono abbastanza maxi né abbastanza in alto da essere alla portata dei posti in piedi fuori dal pit, pit che occupa mezza area. Cosa ancora più grave, nemmeno l’audio è buono. Impareremo prima o poi in Italia cos’è un concerto e come si organizza nel rispetto di tutti, pubblico e artisti? Temo che sia una domanda retorica, quindi passerò alle note belle, ovvero quello che succede sul palco: succede che questi quattro ex ragazzi si divertono da matti, compreso il povero Dave Rowntree, ancora zoppicante per l’infortunio che li aveva costretti ad annullare una data, con le loro immarcescibili polo, magliette a righe e la felpa della tuta con cui a un certo punto Damon Albarn sostituisce la polo, salvo poi lamentarsi del caldo, e pure tu però Damon, dove pensavi di trovarti? (sorvolerei sugli shorts di Alex James).
Albarn zompa per tutto il palco e spesso si lancia in mezzo al pubblico, Coxon è il solito adorabile nerd, James è una certezza con la sua sigaretta fra le labbra che tiene lì dal 1993, prendono con allegria anche i problemi tecnici che li costringono a interrompere per qualche minuto, con Albarn che va al piano e improvvisa una Intermission e gli altri che lo seguono. La serata inizia con St. Charles Square, dal nuovo album, da cui suoneranno poi solo The Narcissist, cantata in coro dal pubblico come i grandi classici, e Barbaric, che apre l’encore. Il resto della setlist è forse una celebrazione della gloriosa carriera che provoca nei presenti l’innalzamento dei valori fisiologici di felice nostalgia? Certo che sì. A parte Out Of Time (peccato) non manca niente: scatenamento con Song 2, Girls & Boys, Parklife, spleen e romanticismo con To The End, End Of A Century, This Is A Low, e il gran finale con i singalong su Tender e The Universal, non è una sorpresa ma non per questo è meno emozionante.
Accanto a quelli che deridono i pubblici non più giovanissimi, ci sono quelli che lamentano “l’effetto nostalgia” e si chiedono il senso di andare ai concertoni dei gruppi storici gasandosi più sulle hit che sui pezzi nuovi piuttosto che a quelli da cento persone di giovani sconosciuti (sperando intimamente che non diventino mai famosi). Detto che una cosa non esclude l’altra e che si può andare un giorno al Circo Massimo e la sera dopo al locale di tre metri quadrati, una risposta io ce l’ho: a parte che la nostalgia è un sentimento rispettabile e anche molto musicale, nel caso del live dei Blur, e dei suddetti Depeche, il senso è appunto “celebrazione”. Non del passato, ma della vita. Damon Albarn, Graham Coxon, Alex James, Dave Gahan, Martin Gore, e noi con loro, cantano e ballano l’emozione di esserci, qui e ora, più ammaccati ma vivi, insieme. Sopravvissuti.



