
L’editoriale del numero 377 di Rumore, giugno 2023, di Rossano Lo Mele
Chi in giovane età ha contratto il morbo della collezione dei dischi sa bene come funziona: devi archiviarli, tenerli in ordine (secondo una qualche regola: alfabeto, geografia, storia, armocromia). Ogni tanto vanno accarezzati, riorganizzati e spolverati. Poi c’è quel gioco pleonastico per cui di tanto in tanto vai a controllare: quale sarà l’artista di cui possiedo più titoli in assoluto? Spoiler: quasi mai si tratta del proprio musicista – o band – preferito. Più spesso succede si tratti di progetti collaterali, apparentemente minori. Nel mio caso a lungo è stato Will Oldham. Ma da un po’ di anni si è imposto un altro nome: Lloyd Cole. Di lui, chissà perché, ho praticamente tutto: anche le B sides dei suoi anni 90 americani quando, con ciuffo incollato, la discografia si era messa in testa che dovesse fare a gara con gente tipo i Goo Goo Dolls. Lloyd Cole: il ragazzo del Derbyshire trasferitosi in Scozia, Glasgow, dove incontrò la sua prima band, i Commotions: lì mise su una band che oggi posizioneremmo non distante dall’esistenzialismo chitarristico degli Smiths. Quando uscì il suo debutto, Lloyd aveva appena 23 anni: 13° posto in classifica, un riscontro commerciale quasi immediato, bissato di corsa un anno dopo. La ricetta funzionava, tanto che per il terzo disco edito nel 1987, Mainstream (più che un titolo, una sineddoche, col senno di poi), il budget di registrazione salì a 300mila sterline. 300mila pounds, quasi 40 anni fa, una cifra che suona sbalorditiva per i canoni italiani ancora oggi. Dopo pochi anni il gruppo si è sfasciato: i genitori di Cole gestivano un golf club a Glasgow e piace pensare che sia anche per quel grado di prossimità che il tastierista Lawrence Donegan abbia finito col fare il giornalista per il “Guardian”. Scrivendo di golf, appunto.
Cole l’ho poi ritrovato una decina di anni fa. Suonava al Tunnel a Milano. Quel posto sotto le arcate della Stazione Centrale, chiuso tra edicole a tasso fisso di pornografia e volanti della polizia. Un concerto acustico, non eravamo moltissimi: ma Lloyd, impeccabile professionista, fece il suo. Anzi, di più. A fine serata si fermò a lungo con noi spettatori per chiacchierare e firmare copie dei suoi dischi, alcuni esposti presso il banchetto del merchandising. A quanti si accalcavano, a un certo punto, con uno slancio di generosità, buttò lì qualcosa del tipo: venite qua, firmo tutto, devo pagare gli studi di mio figlio all’università. Le battute triviali sui musicisti non mi hanno mai appassionato: certo, per lui, l’Italia del nuovo millennio doveva sembra assai distante dall’Inghilterra degli anni 80. O da quella americana dei ’90. I 300mila euro di budget erano ormai consumati, i dischi in classifica un lontano ricordo, cominciavano a fioccare le ristampe delle ristampe: ma finché si continua a vendere, Lloyd, milite in trincea, continua a firmare. Giusto così, del resto. Ad anni lontani corrispondono strategie e bisogni diversi, in una carriera così lunga da durare ormai da 40 anni buoni. Nulla da dire a chi in cinque diversi decenni associa continuità di scrittura, volontà di cambiamento e riuscita del lavoro finale. Quanti sono così? Li si conta sulle dita di una mano.
Proprio ora Lloyd torna con nuovo nuovo disco: si chiama On Pain, buono come al solito. Per realizzarlo è tornato a casa, visto che si è fatto dare una mano da alcuni vecchi soci dei Commotions. E qui, scusate la prolissità, giungiamo infine al punto. Nell’immediatezza della pubblicazione, lo sport preferito di Cole (o del team che gestisce le sue pagine social) sembra essere quello di postare scansioni integrali delle recensioni (positive) che vari giornali gli stanno dedicando. Da “Mojo” ad “Uncut”, per intendersi. Non potendolo chiedere a lui, lo chiedo a me stesso: ma perché? Perché un uomo di oltre 60 anni, che conosce sulla sua perfect skin il peso della discografia, si comporta così? Perché lo fa un uomo che a fine concerto firma tutto per incassare tutto quel che si può perché tiene famiglia? Temo non ci sia una risposta: semplicemente perché ormai lo fanno tutti. I musicisti per narcisismo e spesso i giornalisti pure. Gli uffici stampa per giustificare il proprio lavoro. Va bene che l’industria discografica ha sempre anticipato i terremoti delle altre aree commerciali, tuttavia sedersi al ristorante, ingozzarsi e alzarsi senza nemmeno chiedere il conto è qualcosa che molti fanno, ma non altrettanto volentieri subirebbero. Dopo anni di all you can eat editoriale, mi trovo ancora stordito e senza risposte. Già, perché avviene? Ho provato allora a chiederlo a Gigio Rancilio, colonna del quotidiano “L’Avvenire”, un tempo giornalista musicale ma da sempre firma illuminata. Che mi ha detto: “Se fossi un editore ovviamente non mi farebbe piacere. Da giornalista nemmeno. Da osservatore del digitale mi fa riflettere che gli stessi che pubblicano la foto degli articoli sostengano di non leggere i giornali. Quindi? Quindi, per come la vedo io, nonostante i giornali di carta siano considerati sorpassati, se parlano di te o del tuo convegno tornano a essere spazi di valore da ‘flexare’, come direbbero i giovani”. Punto.



