
Il cantautore Orlando Manfredi condivide una lettera-ricordo legata a Mark Lanegan, alla vita, a un concerto e a tutto quello che ha rappresentato per lui, e che ora, dopo la dipartita dell’artista, vede in modo diverso
Cara M.,
ti scrivo ripensando a un 8 dicembre di troppi anni fa, quando ce ne andammo a Milano a vedere un concerto di Mark Lanegan. Era quello il periodo della vita in cui due giovani confusi e reciprocamente attratti potevano frequentarsi, con il piede a tavoletta e senza cinture di sicurezza. Il fatto che quella data coincidesse con un compleanno – il mio – aveva reso la nostra iniziativa ancora più speciale. Non so più chi dei due avesse maturato l’idea, ma che importa: la tua adesione era il pensiero più carino che avessi mai ricevuto da una donna.
Avevamo passato giornate e stagioni a scambiarci cassette. A quell’epoca lo spleen giovanile, nei casi più fortunati, assumeva la forma di una tirannia sentimentale del mixtape: ore e ore impiegate tagliando nastri, registrando interminabili compilation da 90, rimanendo incollati alla radio Rai Notte o a Radio Flash per beccare quella canzone o quel programma, in un equilibrio sovreccitato tra bisogno di conferma e senso di scoperta. E tutto finiva riversato in quelle compilation fatte in casa, in quei mistoni incontinenti pieni di messaggi in codice (ci sarà qualche anima sensibile ad aver scritto “Message in a mixtape”?).
Durante una vacanza che facemmo in Grecia, avevo cantato Hallucinations di Tim Buckley per una tossica marcia al Pireo in attesa di prendere una nave e, con reciproca sorpresa, lei aveva provato sincero affetto e gratitudine per me e io avevo provato sincero affetto e gratitudine per lei che fino a un attimo prima mi aveva terrorizzato. Tu, invece, di questo non fosti per nulla sorpresa, come se sapessi che in una distanza tra due persone l’unico modo per abbattere le barriere è mettere in mezzo qualcosa di riconoscibile e intenso per entrambe. E poco più tardi commentasti che la musica ha questo strano potere e che delle mie cassette ti stava entrando nelle viscere la voce di Mark Lanegan, facendoti tremare le ossa e pulsare l’ombelico. Cosa da cui a volte riemergevi quasi spaventata.
Quella sera a Milano il concerto si teneva nell’ultimo posto al mondo in cui avrei voluto ascoltare musica, il Transilvania: una specie di club camuffato a castelletto di Dracula, tanto improbabile per qualsiasi proposta che non fosse di new gothic o death metal quanto probabilissimo per Mark Lanegan. All’ingresso in scena, la band attaccò One Way Street mentre si materializzavano davanti ai nostri occhi il viso e il corpo di quella voce piena di letteratura. Fermo immobile davanti al microfono Mark si stava forse prendendo gioco di tutti, interpretando il ruolo di principe delle tenebre, chiuso nel raccoglimento sofferto del vampiro che conosce il suo destino. Dopo poco, capimmo che non stava giocando affatto. Andò avanti così per tutta la serata, occhi chiusi, non una parola. Era da quel ritiro che assestava i suoi colpi e combatteva i suoi demoni. La band suonava sporca, troppo sporca per quel ritiro. I suoni rimbalzavano tra i muri come pipistrelli senza radar. E io e te ce ne stavamo con il fiato sospeso, in uno stato di semi tensione, come se dovesse arrivare da un momento all’altro il respiro che liberasse noi e loro in un abbraccio sensoriale definitivo. In altre parole, in attesa che qualcosa di riconoscibile e intenso abbattesse tutte le barriere. Ma non andò così. Il concerto fu una mezza delusione, tra il telefonato e l’incompiuto.
Così ce ne tornammo a casa, comunque contenti, perché avevamo ancora qualche ora di viaggio davanti ma con la sottile certezza di non aver coronato una giornata perfetta. Vedi, cara M., solo adesso capisco quanto fosse stupida quell’amarezza, che fu forse solo mia. Ora davvero sento tutto in una luce nuova e non c’è nessun rimpianto ma tanta gratitudine, se penso che Mark Lanegan, con la sua voce piena di letteratura, era passato a Milano per vedere noi che eravamo bellissimi.



