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Con il Piemonte dichiarato zona rossa, il nostro Maurizio Blatto ha dovuto chiudere di nuovo il suo Backdoor, e ha riaperto la rubrica che ci ha tenuto compagnia durante il lockdown. Ecco la sua settimana.

Di Maurizio Blatto

1. Lunedì, 16 novembre 2020

Esco a fare due passi, giusto quelli, perché non provo un irresistibile bisogno di comprare un’acqua di colonia parigina, un paio di sci da fondo, un abitino per i nostri infanti notoriamente ignudi, due etti di cioccolata, l’ultimo libro di Vespa, insomma non mi serva nulla di essenziale e disponibile alla vendita.

Cammino come un aspirante fantasma avanti e indietro nelle vie che delimitano il mio caseggiato, ma all’improvviso desidero essere realmente da solo, quindi mi dirigo verso palestre, cinema, piscine, teatri e club dove andavo a vedere i concerti.

per la cronaca sto ascoltando questo

e non padroneggio nessuna idea particolarmente brillante. Per fortuna.

Poi guardo i palazzi, le finestre e, a un certo punto, su un balcone, vedo uno che fuma. Ha l’incarnato color antracite, la tristezza appiccicata sul volto e lo sguardo rivolto al nulla.

E allora vi immagino là, voi dannati dello smartworking, reclusi magari da otto mesi come il Conte di Montecristo.

Con le ciabatte perennemente a quei piedi mai più calzati con regolarità da scarpe civili.

L’orrore della “tuta da lavoro” (quella da ginnastica, grigia e con il cavallo dei pantaloni ormai all’altezza delle ginocchia).

Le donne ricacciate in quelle case da dove faticosamente erano riuscite a evadere, tallonate da bambini che urlano, litigano, cagano, hanno fame, si annoiano. Le lavatrici, i pasti (è già di nuovo ora di mangiare?), insieme, sopra e dentro il lavoro.

Le congiuntiviti da schermo, che è obbligo e (non più) svago (stacco un attimo, guardo quanti sono i positivi, l’Ansa, i siti dei quotidiani).

La nostalgia che fa paura, quella dei colleghi stronzi, del gusto paludoso del caffè della macchinetta, dei cretini che urlano i cazzi loro sui mezzi pubblici.

Tutto appare desiderabile ora che non c’è più.

Ora che siete agli arresti domiciliari e siete abituati spesso al suono di una frase come “e comunque, anche se lavoro di più, almeno ho la fortuna di averlo ancora un lavoro”.

Ora che vi guardate il pantone ecrù dell’epidermide e i capelli dalla consistenza di segale.

Ora che provate a pesare la massa acritica di una noia enorme e per giunta consumata in una casa che ormai, qualche volta, spesso, desiderereste bruciare.

Ora a Voi dedico questo.

2. Martedì, 17 novembre 2020

A metà degli anni 70 partecipai con la mia scuola elementare al Concorso sul risparmio energetico “Omino Sano Omino Blu”.

In classe preparammo un cartellone dove venivano illustrati comportamenti adeguati e indiscutibilmente corretti.

Due i nostri punti di forza.

1-Spegnere sempre la luce dopo aver abbandonato una stanza (per anni venni additato come “Il Sacrestano” per l’applicazione ossessiva di questa pratica virtuosa).

2-Chiudere sempre la porta del frigo (evidentemente negli anni 70 qualcuno la dimenticava spalancata, lasciando marcire fagiolini e Belpaese Galbani. Anni dopo il problema si presentò in forma contraria, l’imperativo divenne per me cercare di aprirla un po’meno quella dannata porta)

A sorpresa, fummo tra i premiati. Non solo, durante una cerimonia di carattere bulgaro in un Palazzetto dello Sport gremito oltremodo, il Sindaco mi consegnò una specie di pergamena cardinalizia e venni intervistato al TG2 edizione serale.

Un picco di popolarità mai più eguagliato.

Poi le cose sono peggiorarono, dal punto di vista ecologico, intendo. Ora abbiamo Greta (grandissima sotto ogni punto di vista, anche per il suo look indie e quello sguardo graphic novel) e io non so se magari il vecchio cartellone di Omino Sano Omino Blu potrebbe servirle, ma quando faccio la mia brava immondizia differenziata ci penso.

Ok, vengo al punto.

Ed è questo: tra le tante campagne di sensibilizzazione sulle tematiche di area ecologica, la mia preferita è senza dubbio questa.

Qui una breve descrizione. “Regia di Marino Captitanio. “Oceanbreath” è il frutto dell’incontro tra il produttore e compositore torinese e Mariasole Bianco, biologa marina nonché presidente della onlus Worldrise. Max Casacci ha infatti utilizzato rumori, ambienti sonori, canti o versi acquatici provenienti da diverse zone marine che sono stati forniti dalla onlus stessa. Manipolando quei suoni, seguendo un preciso filo narrativo, è nata un’opera sonora che dà voce all’oceano”

qui potete approfondire di più

Il video è impressionante e la musica potente e scura. Come la Natura stessa, per niente new age campanelli e trilli, ma quasi sempre buia e carica di drones.

“Brano realizzato esclusivamente con i suoni dell’oceano, senza utilizzo di strumenti musicali elettronici o acustici. Da un coro di pesci della barriera corallina australiana, al canto di una balena campionato e trasformato in pianoforte, fino al verso di uno zifio intonato come un immaginario flauto marino. Poi onde, delfini, pesci più comuni, per arrivare ad un finale ritmato sul rumore della rottura dei ghiacciai causata dal riscaldamento globale”

Io sono un grande appassionato di field recordings. Posseggo un nastro di rumori della foresta di Tikal in Guatemala (scimmie urlatrici included), tanto per dare l’idea. Ma lo zifio, devo ammetterlo, mi mancava.

Al che, la domanda che molti di voi si staranno ponendo.

Cazzo è, realmente, uno zifio?

eccolo

sostanzialmente, lo zifio è un cetaceo, definito un “nuotatore rilassato e tranquillo”. Di faccia, direi che sogghigna, ma non saprei dirvi esattamente perché.

Ora, Max Casacci tra Subsonica, lavori solisti (imminente il suo “Earthponia”) e produzioni (a proposito, eccellente quella di “Scacco Matto” di Lorenzo Senni), non ha bisogno di arricchire il curriculum, ma credo possa comunque tirarsela tranquillamente come “l’uomo che ha campionato uno zifio”.

Buon per lui. E per noi.

E non scordate di spegnere le luci se state abbandonando la camera (sul frigo mi sono arreso, con gli anni).

3. Mercoledì, 18 novembre 2020

So che lo sapete, ma il (la, forse sarebbe più corretto) demo è, nella vulgata musicale, la cassetta (o cd) con cui un artista/band esordiva, sperando di farsi conoscere o trovare un’etichetta che lo pubblicasse. Demonstration tape, appunto. Alcuni sono diventati leggendari, ma soltanto alcuni. Nella maggior parte si trattava di porcherie totali.

Tra i tanti snobismo tipici del “nostro mondo”, uno dei migliori è accogliere l’esordio di un artista/band celebrato fin da subito con un annoiato “era meglio il demo”. Già. Il che sottointende: mi aspettavo di più – l’ho scoperto io e ora mi ha rotto le palle – i suoni sono da major (il concetto di major, nel 2020) – sono duro e puro (io e soltanto io).

Reso l’idea?

Quindi:

“Ah, fai ancora questa cosa dell’Antivirus?”

“Sì, per me è una specie di disciplina quotidiana. A diversi clienti e amici che lo ricevono fa piacere, è un modo per rimanere in contatto con tutti e poi dà visibilità al negozio. Magari qualcuno compra un disco o fa un ordine. Essendo chiusi, aiuta”

“Non sapevo foste chiusi. Come mai?”

“E bè, Zona Rossa, lockdown, sai com’è…”

“Sì, ma non è come il primo lockdown, quello sì che era un vero lockdown, non come questo. Nessuno in giro, la gente tappata in casa. Anche l’atmosfera era diversa. Ora non si percepisce, per le strade un sacco di persone che si muovono. Non ha senso paragonarli. Io poi, per carità, anche allora ho sempre girato, ma era diverso. Trovavo sempre parcheggio, ci mettevo la metà del tempo ad attraversare la città. Adesso, no. Poi c’era la conferenza stampa delle 18, Burioni, tutta un’altra cosa. Questo non lo chiamerei nemmeno lockdown, dipendesse da me”

4. Giovedì, 19 novembre 2020

Per la serie Grandi Ospiti, ecco uno sfavillante contributo del Direttore (aka Mauro Fenoglio), nostro amico, colonna portante backdooriana e stimata firma di Rumore.

Pregevole e raffinato. Vogliate gradire.

Io non vado da nessuna parte

di Mauro Fenoglio

“Tu non vai da nessuna parte”.

È diventato un mantra, in questo gaio tempo pandemico.

Che poi non è che te lo impongono col fucile, come se fossi un cittadino di Wuhan tirato su a brodo e pangolino. Ti prendono a sberle a forza di dpcm (acronimo che può essere anche declinato come risposta ai decreti. Urlando, mentre si volge lo sguardo in alto verso una serie di divinità incuranti del nostro destino).

Oppure, se vivi nel sud est degli Stati Uniti come me, te lo dicono senza dirtelo. Mettendoti paletti strategici. Puoi uscire, fare i tuoi giri a piedi (sempre e inesorabilmente lo stesso giro, da marzo) ma se provi a prendere un aereo per una destinazione oltre oceanica, non è detto che ti permettano di ritornare, in un trionfo di cavilli e permessi mai sufficienti. Puoi andare in un ristorante (che non si sognano di chiudere) e a tuo rischio e pericolo, dare il tuo personale benvenuto al virus. Insomma, ti puoi muovere dove ti dicono gli altri (e andare dove non ti frega nulla), ma non dove vuoi tu.

E allora non puoi che dirti, sconfitto: “Io non vado da nessuna parte”, mentre affondi sul divano, testando il limite della sua resistenza nel tempo, dopo la quarta ora ininterrotta di televisione.

Eppure, quando il tempo (il tuo) era ancora un concetto che aveva un suo significato e non si limitava a giri di lancette sempre uguali, “non andare da nessuna parte” poteva essere una cosa meravigliosa. Anzi, è stata spesso proprio la musica che “non va da nessuna parte” a farti sentire vivo e unico.

Ultimamente, magari in fondo ad una giornata senza possibilità di un domani che provi ad essere diverso da ieri, mi è capitato di ripensare a Thirteen dei Teenage Fanclub e a come fosse meraviglioso dire “io non vado da nessuna parte” solo qualche tempo fa.

Inutile spiegare chi siano i Teenage Fanclub qui dentro. Scozzesi, ma più americani che britannici. Baciati dal titolo di “più grande band del mondo” da Kurt Cobain in persona. Fra furia giovane, meraviglioso cazzeggio e innocenza, nell’anno di grazia (assoluta) 1991, col loro miracoloso Bandwagonesque.

Ecco, Thirteen arriva due anni dopo il capolavoro.Norman, Gerald, Raymond e Brendan decidono che è arrivato il momento di non andare da nessuna parte. Un disco che guarda dritto alla loro fonte d’ispirazione primigenia, quei Big Star che già negli anni 70 ebbero i loro guai nel far capire il loro verbo da meravigliosi sfigati. Un disco che non si preoccupa troppo di essere fuori tempo massimo (rispetto ai trend dell’epoca). E infatti Thirteen all’uscita riceve riscontri che vanno dal tiepido all’apertamente negativo. Solo col tempo i fan più verticali lo riabiliteranno (a volte anche con gli interessi).

Ma qual è il segreto aureo delle sue canzoni?

1 Partire con frasi melodiche che non si preoccupano minimamente della sintesi (meglio se lievemente dissonanti, anche nella loro apparente gaiezza)

2 Unirci testi che si guardano addosso, magari ripetendo la stessa frase ad libitum

3 Scegliere la chitarra come motore per combinare 1 e 2 in un flusso da cui, a forza di ascoltarlo, si finisce per non volerne uscire più. Avendo coscienza di eleggere l’’assolo fine a sé stesso come veicolo, appunto, fuori tempo massimo (è l’inizio dei 90, baby. A te piace il power pop e gli anni ’70, ma noi abbiamo lo shoegaze)

4 E niente lezioni accademiche sull’arte della ripetizione, tipo i nastri disintegrati di Basinski o le vertigini dell’’ascetismo elettronico degli Autechre. Qui si parla di assoli di chitarra, spesso pigri e senza pretese di cambiare l’ordine naturale delle grandi cose che governano il mondo.

Thirteen è un po’ tutto questo, nella maniera meno cosmeticamente adatta al tempo della sua pubblicazione, senza il supporto dell’appeal fresco dello straordinario predecessore.

Ascoltatevi la coda pigra, tutta flauto e archi, di Hang On (sberleffo al brit pop poco prima del brit pop), le 10 ripetizioni 10 di “I’m In Love With You” di Norman 3. O lasciatevi convincere che “When I See You Cry I Think Tears Are Cool”, come canta Gerald Love nella tenera Tears Are Cool, prima che parta l’ennesimo assolo che non ha davvero voglia di piantarla lì, se non quando rientra la ritmica, è l’unica frase che vi è rimasta in tasca, quando tutto sembra finire. Tutta roba che per il 1993 era già ben più che passata di moda, ma su cui ritornare, e ritornare, e ritornare, è stato un piacere e un sollievo per tutti questi anni.

Almeno per me, che ve lo sto a raccontare qui dentro.

Certo, parliamo di un esempio fra tanti.

Altri?

Il premio del “io non vado da nessuna parte” è sicuramente nella coda infinita di Cortez The Killer di Neil Young (uno che del non andare da nessuna parte ha fatto una ragione di vita musicale). Che poi, Doug Martsch dei Built To Spill ha coverizzato, trasformandola in un meraviglioso challenge da una ventina di minuti, trionfo assoluto del non andare da nessuna parte.

E cosa vogliamo dire di Mr. J Mascis e di cosa sia per lui il non andare da nessuna parte, a colpi di chitarra che si guarda allo specchio? Senza andare troppo lontano, quante volte vi viene voglia di riascoltare Get Me dei suoi Dinosaur JR e sperare che non finisca mai? Che ci sia l’ennesimo assolo di chitarra ad attenderci al minuto 9?

Se poi vogliamo parlare di assoli circolari, allora rivolgiamoci a Mark Kozelek (sempre che ne sentiamo ancora parlare, dopo la sua scivolata in territori presidiati dal tribunale Me Too). Prima che la sentenza sia certificata, facciamoci un giro dentro all’ultimo disco dei suoi Red House Painters (Old Ramon del 2001) e mettiamoci al volante nella notte di Los Angeles, fra le sciabordate di Cruiser. Oppure perdiamoci nelle calme acque scure del fiume padre, fra le radici legnose di Carry Me Ohio (da Ghost Of The Great Highway dei suoi SunKil Moon, 2003) o scopritevi affascinati dalla geografia e la toponomastica, fra gli arpeggi circolari di Third And Seneca (da AdmiralFellPromisesdel 2010). Canzoni che iniziano sapendo già che non finiranno mai, continuano inesorabili nella loro incapacità di evolvere, sapendo di avervi preso per il collo per convincervi a non abbandonarle più.

E allora si che era dolce dirsi “io non vado da nessuna parte” e sapere che quelle canzoni sarebbero rimaste con me per sempre. Le avresti abbandonate per un po’ con la scusa di rimetterti al pari col presente, per poi ritornarci dentro quando quel presente si faceva meno accogliente. E ricominciare da lì, esattamente dove le avevi lasciate.

Adesso, che il nostro “non vado da nessuna parte” e diventata asettica dannazione quotidiana, sono tornato su Thirteen. Era qualche anno che non lo facevo. Capita sempre così con i dischi dei Teenage Fanclub. Ho lasciato che Hang On si faldasse fra il flauto e violini, sono passato nel cortile al crepuscolo di 120 Mins, attraversato le strade finto blue(s) di Escher, accarezzato una volta ancoraTears Are Cool

…e alla fine mi son detto “Ma io, davvero, dove cazzo devo andare…”.

Ora vi lascio, che stanno iniziando gli otto minuti di Gene Clark (pezzo conclusivo e riassuntivo di Thirteen)

e io so (perché lo so) che dopo le sciabolate di chitarra a zampa d’elefante, allineata lungo sulle note di Cortez The Killer, a 3 minuti e 40 secondi circa, come sempre, arriva la voce di Gerald Love a rassicurarmi che almeno fino a qui siamo arrivati indenni.

Domani si vedrà.

“No matter what you do it all returns to you
No matter what you say you’ll hear it all someday.”

5. Venerdì, 20 novembre 2020

Chiaramente la prima volta che li vidi, a metà degli anni 70, impazzii.

E non si trattava di un gruppo rock, ma dell’Olanda del “calcio totale”.

Sembravano una band glam, pettinati come gli Sweet, incontenibili in campo, basette alla Joe Cocker, correvano ovunque, come degli ossessi, barbe incolte, fidanzate in braccio, segnavano goal con mosse da Bruce Lee in giornata buona.

Non assomigliavano a nessuno e avevano look e nomi da rockstar. Davvero.

Forse Johnny Rep non lo era?

Il loro approccio al football era molto simile all’impatto che ebbero i Ramones prima su New York e poi sul mondo intero.

Johan Cruijff & The CBGB’s, tutti all’attacco, Gabba Gabba Goal

Ma io impazzi anche (lo so, capita un po’ troppo spesso) quando, nel 2015, ebbi tra le mani l’esordio degli A Minor Place, “Staying Home”. Mai visto un oggetto più bello in tutta la mia storia di discomaniaco. Mai.

Talmente magnifico da mettere in secondo piano la musica. Errore. Perché le canzoni degli A Minor Place (from Teramo) sono un raro bilanciamento di pop e caratura indie (nel senso che “sentono” esattamente come noi).

Una band preziosa, ancor più ora, che “riporta tutto a casa (nostra)” con una canzone esattamente su quell’Olanda.

Bellissima, eccola

Lo so, siete già in estasi Sarah / Labrador.

Ecco l’autodefinzione degli A Minor Place.

“A Minor Place is an Italian band from Teramo that plays indie popular music. AMP is a beautiful woman and his white bearded husband. Around them a small community of musicians-friends swollen with love”.

Abbiamo chiesto direttamente al Marito Biancobarbuto di parlarci della canzone.

“L’Olanda. Le ragioni per cui ero così in fissa con quella squadra faccio fatica a ricordarle, sai? Per certi versi a quei tempi era fin troppo facile innamorarsi di loro, nulla di più banale, se ci pensi. Non era solo la squadra però…era proprio il Paese, il Nord, ad affascinarmi…tant’è che nel calderone c’entrano anche le immagini dei posti di Pippi Calzelunghe, che chissà perché immaginavo fosse ambientato in Olanda. E poi quel senso di libertà che c’era in Pippi e nella squadra. Che è poi una sensazione che – a costo di apparire nostalgico – era figlia di quei meravigliosi anni ’70. Al confronto, i giorni che stiamo vivendo sembrano il medioevo, altroché. Queste però sono considerazioni a posteriori. A pensarci bene si può ricondurre tutto al fatto che erano dei gran fighi. Quello e Pippi Calzelunghe. Ma la canzone non sarà nel disco nuovo. Che uscirà nei pressi di Natale. Un disco doppio con un lato di sole cover e un titolo da nerd del quale vado orgogliosissimo. Si chiamerà “It’ll end in Smile”, gioco di parole tra il disco dei This Mortal Coil e il disco perduto di Brian Wilson. Precisazione superflua peraltro per coloro che lo ascolteranno. Tutti, inevitabilmente nerd come e più di me. Uscirà anche questo – come gli altri – autoprodotto e pubblicato dalla nostra meravigliosa quanto fatua etichetta discografica LOST WITHOUT YOUR LOVE (numero di catalogo LWYLlp002). L’ho immaginato come un modo per raccontare quello che abbiamo fatto in questi anni, una sorta di album fotografico (fonografico?) da mostrare ai malcapitati si sono affezionati a noi. Diciamo che – data la mole – sarà probabilmente l’ultima iattura del 2020″.

Ovviamente siamo in disaccordo, anzi.

Un nuovo A Minor Place potrebbe essere una delle poche cose buone di questo anno disgraziato.

Abbiamo bisogno di un segnale forte. Di conferme e sicurezze.

Di sapere che Rinus Michel è dalla nostra parte.

TOTAL FOOTBALL
I used to think: “with Rinus Michels by my side…- I used to think – we’ll give the sun a knowing wink”I used to think: “we’ll light the gloaming before we sink”Free, unique and collective, never seen before…Forget the “Method”, the “4-2-4”, the “WM”…;we showed the world the beauty and our swing.Cause we were watching the sun,watching the sun,rapture and swoon…;you may regret we finished oh so soon…But this tarnished 70ʼs reverb charms and beguiles even youand it makes me proud and I love you,when you ask me: “play me total football”It goes like this: the fourteen leads, the fullbacks rise, the forwards come back, the keeper will weep for his painWe were watching the sun, watching the sun, rapture and swoon…;you may regret we finished oh so soon…But this tarnished 70ʼs reverb charms and beguiles even youand it makes me proud and I love you, when you ask me: “play me total football”

6. Sabato, 21 novembre 2020

Fa un po’ pensionato sulla panchina, ma la domanda è questa (magari immaginate di dare una botta col gomito al vostro interlocutore):

“Dì un po’, ma tu te lo ricordi l’ultimo concerto che hai visto?”.

Triste, bisogna pensarci un attimo, perché non è affatto immediato ricordarsi l’ultima volta che abbiamo assistito a un concerto. Magari in un club piccolo, con una birra in mano, attaccati uno all’altro e tutti sputazzanti per sovrastare gli amplificatori e poter domandare cose tipo “Ma questa è una cover dei Pylon o sbaglio??!!”.

Bei tempi.

Ma prima di affogare nella malinconia e nel rimpianto, facciamo un rito propiziatorio collettivo.

Scriveteci ([email protected]) e diteci l’ultimo concerto al quale eravate presenti. Con due righe di commento o anche solo il nome della band.

Magari funziona, magari ritorneremo a sputazzare. Magari era davvero una cover dei Pylon.

In ogni caso, ecco il mio (ok, prima di entrare in Zona Rossa ho visto anche Alessandro Baronciani e i suoi ospiti al Circolo della Musica di Rivoli, musiche, parole e illustrazioni per “Quando tutto diventò blu”)

Smile 22 gennaio 2020, Blah Blah, Torino

Le “miei” condizioni ideali. Band esordiente, grande attesa e pari curiosità. Tutto superiore alle mie già alte aspettative.

Dovendo dire (spiegare), echi di R.E.M., Smiths, Wedding Present, nessuna cover dei Pylon, ma una (grandissima, dalla ottima cassetta tributo  “From Turin to Austin”) di Daniel Johnston, “Life In Vain”.  Potenti e pop (con quella chitarra che per noi significa indie rock che significa quell’indie rock). Li ho adorati subito.Avrei voluto che suonassero il triplo e sono uscito bello goduto, certo che li avrei rivisti prestissimo.

Purtroppo nel frattempo il mondo è crollato, ma sappiate che loro hanno un disco in uscita per il 2021.

Quindi non arrendiamoci e predisponiamoci al meglio. Magari arriverà.

7. Domenica, 22 novembre 2020

Sì, lo so, oggi è domenica. E non c’è manco il sole.

Ma ieri ero in negozio, chiuso e vuoto, e mi è venuta una botta di malinconia a pensare com’è abitualmente di sabato, a quell’ora.

A chi c’è di solito.

Quindi, come sempre quando sono triste, ho messo un disco bello e piuttosto triste.

L’ho fatto girare e ho aspettato la fine, che arriva con

poi l’ho tolto dal piatto e ho chiuso.

Fine della storia.

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