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di Paolo Ferrari

Sabato 29 febbraio 2020 ricorre il quindicesimo compleanno del cantautore algerino Khaled. Ci gioca spesso, lui: “resto giovane più degli altri perché compio gli anni una volta su quattro in cui li festeggiano loro“. Me lo disse nel febbraio del 1995, eravamo a Bordighera nella veranda dell’hotel in cui lo aveva collocato l’organizzazione del Festival di Sanremo. La sua risata atomica strideva con lo scenario circostante: antiterrorismo ovunque, agenti con mitra persino sulla scogliera di fronte a cui si svolse la conversazione. Erano tempi bui, in Algeria. Il personaggio simbolo del pop-raï, nato a Orano nel 1960 e cresciuto cantando alle feste tradizionali per matrimoni e circoncisioni, era stato costretto a lasciare il paese sotto le minacce di morte degli integralisti islamici. Il rischio era quello di fare la fine del suo collega e amico Cheb Hasni, assassinato l’anno prima; o del produttore Rachid Baba, che sarebbe caduto sotto i colpi del delirio integralista poche settimane dopo la nostra intervista. Non erano artisti politicamente impegnati, neppure lui; cantavano l’amore e sognavano un paese moderno, tutto lì. Erano cheb, ovvero “giovani. Fare musica è un modo di resistere, bisogna continuare perché c’è sempre qualcuno che ci ascolta“, mi disse. Ne sappiamo qualcosa oggi. Era vero: l’anno dopo, la sua canzone più famosa, Aïcha, scalò le classifiche di mezzo mondo. Buon compleanno, Khaled, nostro eterno cheb.


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