voci per la libertà

di Alessandro Besselva Averame

Voci per la Libertà non è un festival come gli altri. È un concorso per gruppi emergenti, ma non un concorso per gruppi emergenti qualsiasi: il tema è la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. La partnership con la sezione italiana di Amnesty International risale alla nascita della manifestazione, 18 anni fa, e oltre a un concorso per emergenti ha dato vita negli anni al Premio Amnesty Italia, assegnato ad un artista italiano già noto e affermato, autore anch’esso di un brano in tema. Sul palco di Rosolina Mare, in provincia di Rovigo, a metà strada tra le foci dell’Adige e del Po (e per tutta la prima vita della manifestazione a Villadose, 40 chilometri nell’entroterra), nel corso della serata finale in cui si assegna il premio agli emergenti si esibisce l’artista a cui è stato assegnato il premio destinato ai nomi affermati. Quest’anno toccava a Mannarino, vincitore con Scendi giù, brano iperrealista che racconta la vendetta post-mortem di un poveraccio ammazzato di botte dalla polizia. A dispetto dei detrattori, e chi scrive non si può definire esegeta dell’artista romano, il cantautore sa come stare sul palco, e il suo recupero dello stornello in una chiave se non moderna quantomeno attuale ha indubbiamente presa sul pubblico, come dimostra un successo ormai trasversale e numeri che fanno invidia a quel poco che resta in piedi del mondo major. Mannarino è un entertainer che sa il fatto suo e il breve set acustico che accompagna la premiazione (anticipata il pomeriggio dalla consueta e più istituzionale conferenza stampa) lo conferma. Il principale motivo d’interesse della manifestazione, però, risiede nel concorso degli emergenti. Non per un discorso strettamente musicale (da questo punto di vista sembra che non sia accaduto nulla dopo il 1995, e il discorso di potrebbe ampliare a molte altre situazioni, ma è un discorso molto lungo che meriterebbe una trattazione a parte): per una questione di clima, di umanità piuttosto. Al di là dell’accoglienza di Voci per la Libertà e dei suoi volontari, c’è un ambiente competitivo ma sano, e c’è anche curiosità reciproca. Difficile che chi non vince, lo abbiamo visto anche nelle precedenti edizioni, abbandoni il campo offeso. Più facile che si scambi i contatti con gli altri finalisti. Fuor di retorica, è una sensazione che non si percepisce così spesso. Vincitore del premio principale è stato Adolfo Durante, voce particolarissima inserita nel contesto di un cantautorato raffinato anche se un po’ fuori moda (e non è necessariamente un difetto), il premio della critica è andato agli specialisti dub WDD accompagnati dalla voce di Michela Grena, attivi da più di dieci anni e imbattibili sul loro terreno, il premio del pubblico è andato ai pittoreschi GolaSeca, dal Sulcis, un po’ pirati dei Caraibi e un po’ Litfiba ma con un forte e orgoglioso legame con il difficile presente della loro terra. Chiudono le fila dei finalisti del sabato, Michele Anelli e i Malarazza 100% Terrone, questi ultimi alle prese con la musica popolare siciliana e dotati di un gran tiro. Le serate di venerdì e sabato hanno ospitato, al di fuori del concorso, i veronesi Syncage, giovanissimo gruppo prog vicentino che già si era fatto notare nell’edizione 2013, e i veterani folk rock locali Marmaja. Senza togliere nulla alle prestazioni dei due gruppi, il dato che salta all’occhio è l’assenza di quei nomi che hanno caratterizzato le edizioni precedenti (tra i tanti: Paolo Benvegnù, Perturbazione, Virginiana Miller, Levante, Marlene Kuntz, Tre Allegri Ragazzi Morti, Mauro Ermanno Giovanardi, Cristina Donà, Giardini di Mirò): la crisi si fa sentire, ovvio, le istituzioni hanno sempre meno soldi da investire e il volontariato spesso non è sufficiente, questo lo capiamo. E tuttavia sarebbe un peccato che una manifestazione del genere finisse per essere risucchiata nell’anonimato dell’intrattenimento locale. La causa che il festival abbraccia e le persone che ci lavorano meriterebbero senz’altro un proscenio più ampio. Non troppo grande: non sarebbe compatibile con la natura dell’evento e con il suo spirito. Ma abbastanza da essere visibile ad una certa distanza. Con un certo ottimismo, incrociamo le dita.