spring offensive

di Elia Alovisi

[quote]Oddio, oddio, non ci sto mettendo davvero il cuore.
Il mio battito si è sfasato da quando la mia carriera è cambiata.
Non ho chiesto a nessuno di vivere questa vita,
È stata lei a trascinarmi verso sé tirandomi per i piedi.[/quote]

Inizia così Worry Fill My Heart, l’ultimo brano che gli Spring Offensive hanno suonato ieri sera prima di dirsi ciao per un periodo di tempo indeterminato. Che può voler dire che si son sciolti come no, ma intanto è stato molto bello. Vengono, venivano da Oxford e hanno pubblicato solo un disco vero e proprio. E una bella manciata di singoli, EP e cose varie. In Italia hanno suonato solo una volta, a Milano, in un posto che si chiamava Transito e ora non esiste più. Quando li vidi non conoscevo neanche una loro canzone, e rimasi colpitissimo dalla loro compattezza, dai sorrisi che facevano e da quanto sembravano essere perfetti nella loro semplicità fatta di cinque voci, due chitarre, un basso e una batteria. Ma soprattutto, gli Spring Offensive hanno messo in musica un sentimento che mi sembra simile a quello che Clive Martin di VICE ha descritto in un articolo uscito recentemente: si chiama This Sad British Generation Doesn’t Know When the Party Stops.

In breve, Martin sostiene che i venti/trentenni inglesi attuali abbiano sofferto di un cambio generazionale tutto tranne che clemente, in cui si lavora solo per arrivare a fine mese e si usa più della metà dello stipendio per pagarsi l’affitto, buttando il resto in cibo già pronto, alcool e droga. “Un esercito di perditempo del primo mondo intrappolato in un labirinto Escheriano di immaturità”, dice. E anche, “Di questi tempi è più trasgressivo astenersi che esagerare”. Ecco, quella degli Spring Offensive è una storia di tensione tra questi due estremi, ma soprattutto a livello emozionale. Estrema chiusura e totale apertura. Quella che cantano è una generale insoddisfazione con ciò che ci circonda, e anche con noi stessi. Ma se l’ambiente in cui viviamo può continuare ad essere cattivo indipendentemente dalle nostre azioni, a livello personale più o meno qualcosa da fare c’è ancora e ci sarà sempre. Così dice 52 Miles, il brano che chiude la prima parte del loro set, disperatamente speranzosa:

[quote]Ho ciò di cui ho bisogno, ma non è ciò che voglio.
Con questi turni che faccio è il meglio che posso ottenere.
Ci rivedremo quando saremo entrambi liberi.
O troverò un’altra ragazza, o troverò un altro lavoro. [/quote]

Si specializzano nei cori, gli Spring Offensive, e il pubblico del Courtyard Theatre di Old Street lo sa benissimo. Sudano i corpi e le pareti e le parole, nel seminterrato in cui sono stipate le persone che sono venute a salutarli. Quei cori spesso arrivano a fine brano, e chiudono ogni capitolo del concerto con un momento di comunanza, in cui tutti ci sgoliamo e facciamo un lavoro che ci fa schifo, o abbiamo perso un amore, ma non per questo ci arrendiamo. Il brano che dice meglio tutto questo penso sia Carrier, che i cinque hanno suonato senza amplificazione, scendendo in mezzo al pubblico – “Sono un mammifero a sangue caldo e il mio cuore è solo un muscolo, pompa il sangue nel mio corpo e ho bisogno dell’aiuto di ogni goccia”, scandisce il ritornello, circondato da strofe che parlano di mattine passate alla finestra perché “nei film sembra essere d’aiuto”. Il corpo non sembra più rispondere agli stimoli del cervello, è portatore di malattia e di minaccia a chi si avvicina. Ma, ancora, nonostante questo cantiamo tutti senza sentire una sola nota dell’acustica nelle mani di Theo, il chitarrista.

Il loro unico album a tutti gli effetti è uscito quest’anno e si chiama Young Animal Hearts. Sono undici canzoni. C’è Cut the Root, che parla della propria famiglia e delle aspettative che il nostro albero genealogico ci carica addosso, noi ultimi rametti incerti sferzati dalle intemperie. C’è Hengelo, che parla di una storia vera (raccontata qua) il cui protagonista è rimasto perso e solo a Berlino senza un soldo, con i debiti fino al collo e una casa a cui non vuole tornare. C’è Bodylifting, che parla della parte migliore di sé e della speranza che questa non se ne vada mai. C’è Speak, che spiega perfettamente come qua si faccia fatica ad arrivare a qualcosa di simile a una comunicazione: “Da dove vengo, di solito, non parliamo finché non ci viene rivolta la parola / Parlerò adesso, o tacerò per sempre”. La titletrack, ultimo brano del disco, finisce in questo modo:

[quote]Gli dirò che non vogliamo ristagnare.
Fanculo ai nostri cuori animali che ci fanno restare così.
È il nostro sangue giovane che ci fa restare in piedi fino a tardi
A fare terribili piani su come scappare.
Sai benissimo che non è qualcosa che possiamo evitare di pensare.
Voglio sottomettermi e capitolare.
Tenere alta la testa e lasciare che le pupille si dilatino.
Posso ancora cambiare questa vita che sto vivendo. [/quote]

E non posso fare a meno di pensare che tutte queste parole, come le molte altre che gli Spring Offensive cantano, risuonino fischianti nelle orecchie delle miriadi di persone che lavorano nei diecicentomila Pret a Manger o Eat o Caffè Nero che riempiono le vie di questa città cercando una sorta di felicità o stabilità. (Quasi) tutte le loro canzoni sono da qualche tempo in free download sul loro Bandcamp: ascoltatele, scaricatele e se vi piacciono sperate in una reunion, prima o poi. Ma se non dovesse mai arrivare, è stato comunque tutto perfetto.

To Burn or Build With (for BBC Oxford Introducing) from Spring Offensive on Vimeo.