bol & snah

di Luca Minutolo

Attivi dal lontano 1995 sul fronte del jazz più estremo, i norvegesi Bol animano la fitta fauna musicale nordica a suon di sperimentazioni sonore e un incessante ricerca musicale, perpetrata negli anni solamente attraverso concerti e pubblicazioni frammentarie che dal 2001 arrivano fino ad oggi. Le pioneristiche visioni del collettivo sono frutto di una ben più stratificata scena musicale che abbraccia molteplici figure e band del paese scandinavo. Non bisogna stupirsi, dunque, se nel progetto nato dall’unione di Hans Magnus Ryan (chitarra dei Motorpsycho) e il trio BOL (in cui milita Ståle Storløkken, presente alle tastiere in The Death Defying Unicorn) convivano le anime più progressive e rock delle rispettive band, costruendo trame ammalianti e deflagrazioni hard rock ammaestrate dalle suadenti corde vocali di Tone Åse. Il collettivo ha appena scaldato muscoli e strumenti con tre live nel belpaese (6 novembre – Il Deposito di Pordenone, 7 novembre – Locomotiv di Bologna e 8 novembre – Druso Circus di Bergamo) prima di barricarsi in studio per la preparazione del nuovo album. Abbiamo intercettato Hans per capire in quali territori si muove il progetto progressive di Bol & Snah, e valutare lo stato di salute della scena norvegese, vero e proprio vivaio in continuo fermento comune.

Bol & Snah è nato come side-project, ma dopo quattro dischi è diventata una vera e propria band. Cosa dobbiamo aspettarci da questo ritorno?

I Motorpsycho sono sempre stati il mio primo impegno e pensiero musicale, e spero rimanga così anche in futuro. Ma negli ultimi anni ho alcune collaborazioni parallele in corso. I Bol pubblicano dischi e macinano tour da molti anni. Dopo l’ultimo disco Numb Number e il suo relativo tour che ha toccato anche l’Italia, Tone Åse scrisse una manciata di pezzi nuovi dalla melodia classicamente rock e molto più semplici rispetto ai precedenti dischi dei Bol. Nonostante ciò, gli elementi d’improvvisazione e gli arrangiamenti spontanei restano le caratteristiche principali di questo progetto.

La band, infatti, è una sorta di collettivo prog mosso dall’improvvisazione, ma dentro si possono scorgere molte influenze. Ci sono alcune band che hanno ispirato questo progetto e il metodo libero di composizione, oppure tutto nasce dalla semplice voglia e piacere di suonare assieme senza vincoli?

Non abbiamo mai pensato a cosa e come avrebbe dovuto suonare la nostra musica.Questa è la cosa migliore del diventare “vecchi”; non hai il tempo per cazzeggiare e alimentare le tue pretese, quindi devi solo puntare in una direzione e utilizzare ogni metodo per arrivarci.
Ovviamente abbiamo molta musica contemporanea incisa nel nostro DNA, ma al tempo stesso abbiamo fatto nostro questo sound 70’s in maniera del tutto naturale e inconsapevole. Considero le chitarre fuzz e l’organo Hammond come attrezzi del mestiere senza tempo.
In questi ultimi anni sembra che in Norvegia ci sia una sorta di collettivo di artisti e musicisti dotati di una grande tecnica e spontaneità, uniti dalla passione per le sonorità anni ’70. Secondo te da dove scaturisce tutto questo? Questo movimento di musicisti ruota attorno al conservatorio jazz di Trondheim, attraverso le sue varie forme e sfaccettature. Credo che Bushman’s Revenge, Møster, Elephant 9 e Grand General +++ ne siano tutti grandi esempi. C’è in corso una grande “impollinazione incrociata” tra la scena jazz, quella rock/pop e i compositori di musica contemporanea. I musicisti jazz vogliono cimentarsi con la musica pop o sperimentare con strumenti nuovi e diversi dalla loro impostazione classica. Ci sono veramente moltissime band mosse da questo spirito di sperimentazione e scoperta continua.

I due singoli che anticipano il disco (The Sidewalks e Reality) sono due piccoli assaggi di ciò che andrete a registrare dopo il vostro tour. Una sorta di approccio libero che rovescia i classici canoni di registrazione, portandovi a sperimentare prima in tour quello che andrete a registrare su disco, e non viceversa. Cosa accade quando siete in studio?

Prima di tutto stabiliamo una struttura base di arrangiamenti, accostandoli al contenuto lirico e melodico. Poi registriamo tutto in presa diretta finché non percepiamo la giusta alchimia e potenza. A volte bastano un paio takes, altre invece necessitano di un lavoro più arduo. È una sorta di caos che cerchiamo di domare tutti assieme, in maniera molto aperta e spontanea. Tutto questo, in fondo, non è molto lontano dall’approccio che utilizzo con i Motorpsycho.

I testi dei vostri ultimi singoli sono ispirati dalle poesie giovanili di Rolf Jacobsen. Com’è ricaduta la scelta su di lui?

Dei testi se ne occupa esclusivamente la nostra vocalist Tone Åse che, da tempo, si lascia ispirare dalle poesie di Jacobsen nella stesura lirica dei nostri brani.

Quindi appoggiate il suo punto di vista naturalistico?

Trovo che sia un felice sollievo da tutta la fantasia inconsistente del pianeta “hippie-dippie-stoner” e da tutti i cliché che ruotano attorno a questo genere musicale. Dovrebbe essere chiaro ormai che viviamo in un mondo piuttosto impegnativo. Credo che le parole di Jacobsen riflettano queste caratteristiche, ma sono molto libere a molteplici interpretazioni. Questa ambiguità mi piace moltissimo.

Attraverso il punto di vista di Jacobsen sul rapporto tra l’uomo e macchina, qual è la tua idea riguardo i social network e la nostra era 2.0?

Fino a quando le autorità non mineranno il deep web, credo che le persone avranno la possibilità tecnica di condividere le proprie idee, esprimersi in totale libertà ed organizzare qualsiasi cosa. Personalmente non utilizzo tutte le infinite possibilità che offre internet, ma è importantissimo che le persone oggi possano potenzialmente usufruire di un canale completamente libero e incorrotto per comunicare tra di loro.

In base alla tua esperienza, come può un genere musicale impegnativo come quello in cui ti muovi (anche riguardo la carriera dei Motorpsycho), attirare attenzione sul pubblico?

Al nostro pubblico piace questa sfida e, al tempo stesso, credo che ogni band sia propensa a mettersi in gioco continuamente. Quando sono sul palco vengo totalmente risucchiato dalla musica che sto suonando, a tal punto da dimenticarmi dove mi trovo realmente. Le mie preoccupazioni sono strettamente musicali. Non mi sento un intrattenitore, inteso nel senso di far stare bene il pubblico che ho di fronte o di farlo divertire con effetti speciali.

Ci sono anche spettatori più giovani ai vostri concerti?

Purtroppo suoniamo spesso in club norvegesi ed europei dove non possono entrare ragazzi sotto i 16 o 18 anni. A volte riusciamo ad organizzare concerti aperti ad ogni età, e questo credo sia molto importante sia dal punto di vista educativo verso più giovani che da quello del coinvolgimento del pubblico.