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(In)Contro: Addizioni. Sovrapposizioni. Manipolazioni. Ibridazioni. Alchimie. Mescolanze di “stili corrotti per formare collage creativi”. Benvenuti nell’era del mash-up pacifista. Benvenuti nella definizione di nuovi scenari. Da esplorare con le orecchie aperte.

di Letizia Bognanni e Daniela Liucci

 

GLASTLAND MISTERY ULTRA-SEALED MUSIC FESTIVAL
4 giorni, 4 città, 44 artisti e il dono dell’ubiquità. Per un festival in cima al mondo. Letteralmente

10 Novembre: PARIGI
Qualcuno una volta ha definito Parigi una “festa mobile” e, poco meno di un secolo dopo, a giudicare dagli strani incontri-scontri che solo la musica sa creare, aveva più che ragione. In un giorno di novembre, quando l’autunno si lascia sedurre ancora dal ricordo dell’estate, una carovana di riff, beat, fraseggi e jam session scala trecentoventiquattro metri di ferro Tour Eiffel e offre un assaggio di futuro. Ad aprire le danze i Black Keys, con la rarefazione psichedelica di The Wieght Of Love. Auerbach canta con gli occhi chiusi – che scacci il pensiero di un Jack White in cerca di vendetta? – mentre Carney, tra un colpo di rullante e uno di cassa, trova il tempo di passare da Instagram. E subito il faccione di Bruce Jenner sventola come una bandiera sulla Tour Eiffel. Potere del mashup, che sembra essere il fil rouge della serata. Perché a metà del loro set i sudafricani Goldfish, “evocano” l’ologramma di Ed Sheeran, live a Seattle, per una versione techno-tribal-folk di I See Fire. Perché durante la tempesta di led e fluorescenze che accompagna ogni mossa di Steve Aoki, ispirato come uno Yoda portatile, appaiono (da Tokyo e Dubai) Glodfrapp e M.I.A. a far ballare e pensare con un mix’n’match cross-culturale. L’atmosfera è surreale, soprattutto con la visione dell’algida leggerezza di una rediviva Emiliana Torrini da Tokyo e delle sfumature dark-ambient delle Warpaint, di rosa vestite vestite da Seattle, che adattano alla serata il refrain di Love Is To Die: “I’m alive, I’m alive with you”. A una festa mobile che si rispetti, infatti, ubiquità e coesistenza sono le parole d’ordine. (Rebecca Dubois).

11 Novembre: DUBAI
Soffro di vertigini e di claustrofobia, e l’Observation Deck del Burj Khalifa è chiuso, affollato e alto, molto alto. Vetrate panoramiche al centoventiquattresimo piano. Ma il mio attacco di panico può aspettare: qui, sul picco massimo del picco massimo della cultura dello sfolgorìo, stiamo assistendo a uno sfolgorante, retrofuturistico, sontuoso, pacchiano al limite del sublime, duetto fra Jack White e l’ologramma di Dolly Parton. Provare a capire se ci siano più paillettes sull’aderentissimo abito di Dolly o frange sull’outfit (camicia-giacca-pantalone scampanato) di lui, o discutere i meriti dei rispettivi parrucchieri sono attività perfino più gratificanti che assistere all’esecuzione occhi negli occhi di un medley di classici del country. Il tempo di tornare qui dai campi di granturco in cui eravamo stati proiettati come ologrammi in stetson e camperos, e la bella del sud svanisce lasciando White da solo a chiudere il suo set con Lazaretto e Seven Nation Army. Scusate Hava, vi voglio bene perché siete italiani ma. Scusate Kaiser Chiefs, vi voglio bene anche se siete abbastanza inutili, ma: stasera hanno vinto loro. Adesso balliamo un po’ con Skrillex da Parigi e poi aspettiamo domani, ansiosi di sapere se il duetto MGMT-Clannad (!) saprà regalarci le stesse emozioni. (Davide Romano)

12 Novembre: TOKYO
Il Giappone: la terra in cui più che in qualsiasi altro posto convivono futuro e tradizione, oriente e occidente, spiritualità e concretezza. Qui, nella capitale, in cima alla torre – quella vecchia, scelta al posto della più alta Tokyo Sky Tree per l’effetto gemellaggio con Parigi – dentro un pezzo di vecchia Europa che sembra caduto per sbaglio nel mezzo di un cartone anni ottanta, è il posto dove stare stasera: sì perché non c’è uno scenario migliore per vedere il supergruppo ologrammato formato dai Clannad (a proposito, sapevate che “Clannad” è anche una visual novel giapponese, con relativi manga, anime, ecc?), che suonano a Dubai, e dagli MGMT da Seattle. Sembra una scena dell’Incantevole Creamy. E anche la musica ha un che di surreale, con l’arrangiamento celtico di Time To Pretend che non si sa bene se definire affascinante o agghiacciante. Tutto il resto è routine da festival: Ellie Goulding è ubriachissima ma indossa con un certo stile il suo tasso alcolico, Moby ci fa ballare come se fossero gli anni novanta mentre Kill The Noise mette i suoi beat al servizio degli Imagine Dragons da Parigi e il risultato è tamarrissimo, meno male che dopo ci sono i CHVRCHES e Lauren Mayberry che con la sua soavità da eroina timida è proprio nel posto giusto al momento giusto, come tutti noi. (Brian Cohen)

13 Novembre: SEATTLE
Anche un festival ha il suo dress code. Con buona pace degli hipster che vorrebbero sfoggiare vestiti leggeri, skinny jeans, bretelle e cappelli di paglia per ripararsi dal sole. A Seattle, lo sanno anche i muri, il sole scarseggia. E la pioggia spesso riduce a uno straccio anche l’outfit più ricercato. Ma su quel gran disco volante dello Space Needle nulla importa. I luoghi comuni vanno lasciati a terra. Lo ripetono ad libitum gli Arcade Fire che hanno chiesto ai presenti di vestirsi di bianco. Sembriamo tutti gli ospiti di un manicomio (o i medici di un affollato pronto soccorso, fate voi), ma ci adattiamo perfettamente al loro set: un trionfo di interattività, di esplorazioni multidimensionali e pulsazioni rock. Persino Lana del Rey, che, a giudicare dal look Venere del Botticelli era probabilmente convinta di andare a un simil-Coachella, tiene a bada la sua tediosa apatia quasi trip-pop, evita disallineamenti di tonalità e sfoggia un sorrisetto divertito. Un segno dell’apocalisse, repentinamente respinto da due pirotecniche invasioni da Tokyo, un indiavolato Skrillex e i coloratissimi Empire Of The Sun. E illuminato dai bassi pulsanti di Bonobo che, insieme alla sua live band, saluta da Dubai. Lo ammetto. All’inizio ero scettico. Ma quassù è tutto surrealmente solare, che non distingue più la realtà dalla tecnologia spinta. Vogliamo solo far ondeggiare le teste, battere le mani e seguire questo strabiliante collage sorseggiando birra. La meta-musica è meravigliosa. (Hugo Wasser)

COORDINATE
Destinazione 1: fango indie per stivaloni da pioggia
Destinazione 2: misteriose collisioni itineranti
Destinazione 3: alchimie elettroniche ad alto voltaggio
Destinazione 4: musica in vetrina da guardare e non toccare

Playlist 10-11 novembre
Parigi
The Black Keys – Tighten Up da Brothers (V2 Records, 2010)
Steve Aoki – Steve Jobs da Wonderland (Ultra Records, 2013)
Seattle
Warpaint – Teese da Warpaint (Rough Trade, 2013)
Dubai
M.I.A. – Born Free da /\/\ /\ Y /\ (XL Recordings, 2010)
Jack White – Lazaretto da Lazaretto (Third Man Records, 2014)
HAVAH –
Venerdì da Settimana (To Lose La Track, 2012)
Kaiser Chiefs – Modern Way da Employment (B-Unique, 2005)
Tokyo
Emiliana Torrini – Nothing Brings Me Down da Fisherman’s Woman (Rough Trade, 2004)
Dolly Parton – Jolene da Jolene (RCA, 1974)
Hardwell – Spaceman (Hardwell Productions BV, 2012)

Playlist 12-13 novembre
Tokyo
Ellie Goulding – In My City da Halcyon Days (Polydor, 2013)
Moby – The Sky Is Broken da Play (Mute, 1999)
Skrillex – Stranger da Recess (WEA, 2014)
Dubai
Clannad – Coinleach Glas An Fhòmhair da Magical Ring (RCA, 1983)
Bonobo – Heaven For The Sinner (feat. Erykah Badu) da The North Borders (Ninja Tune, 2013)
Parigi
CHVRCHES – Night Sky da The Bones Of What You Believe (Virgin Records, 2013)
Kasabian – Reason Is Treason da Kasabian (BMG, 2004)
Seattle
MGMT – Time To Pretend da Oracular Spectacular (Sony BMG, 2007)
Arcade Fire – No Cars Go da Neon Bible (Arcade Fire Music, 2007)
Lana Del Rey – Blue Jeans da Born To Die (Interscope, 2012)

Potete ascoltare le due playlist qui sotto, tramite il nostro profilo Deezer.


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