Il cantautore e musicista Iosonouncane torna alle radici essenziali del suono nello speciale concerto siciliano
di Gianluca Runza
Luglio, Sicilia, Catania. Teatro greco-romano con uno specchio d’acqua che occupa il posto dell’orchestra. Un uomo con la barba che indossa abiti comuni, una camicia bianca che sbuffa sui fianchi e dei pantaloni marroni in lino, una chitarra, un microfono. Ottocento persone sedute davanti a Iosonouncane.

Il Teatro Antico è in pieno centro. Ci arrivi a piedi, scendendo da via Etnea sino a Piazza Duomo. Tieni la statua del Liotro alla tua sinistra e sali via Vittorio Emanuele, la parallela di via Garibaldi che ormai è un casino di turisti e local che si muovono su e giù, in un’area che da un paio d’anni è diventata pedonale, facendo vasche su vasche e affollando i millemila baretti e locali dove si mangia e si bevono spritz e quelle robe lì che beve chi ha 20 anni, pochi soldi e vuole divertirsi. Superi Piazza Dusmet, che Google Maps chiama Piazza San Francesco d’Assisi, e sei arrivato. Barocco e pietra lavica. In un miscuglio di abbandono e marketing esperienziale. La città sta progressivamente abbandonando quelle strade, che assomigliano sempre più a un parco giochi per turisti. Un fenomeno comune a moltissime città europee.
Come mi hanno spiegato, a Catania il tempo non procede in linea retta, ma si accumula. Anche il Teatro Antico ne è dimostrazione. Costruito in età romana tra il I e il II secolo d.C., sulle tracce di una precedente struttura greca, è sopravvissuto a terremoti, colate laviche, ricostruzioni e all’espansione della città moderna, che nei secoli gli è cresciuta addosso fino a inglobarlo. L’impressione è quella di entrare improvvisamente in una fenditura temporale: bastano pochi passi perché il traffico di via Vittorio Emanuele lasci spazio alle gradinate di pietra lavica e alle rovine che affiorano.
Attorno e sullo sfondo, la città, palazzi, muri, chiese, vegetazione spontanea, che cresce fregandosene del decoro.
Il concerto è organizzato da Azul-Vicolo Ritrovato, gli stessi che lo scorso anno ci regalarono il concerto di Warren Ellis all’alba al Museo della Pietra di Sampieri, vicino Scicli, dove la pietra è bianca, coi lampi che squarciavano l’aria, insieme, a Zo Centro Culture Contemporanee, che da decenni combatte contro la desertificazione culturale ed estetica della città.
Torniamo a noi. Tour in acustico. Il concerto di Iosonouncane, nome d’arte di Jacopo Incani, prevede un’ora e mezza di canzoni che, ridotte a voce e chitarra, dovranno sopravvivere alla demolizione della propria architettura. Noi conosciamo, infatti, e amiamo Iosonouncane soprattutto per dischi come DIE oppure IRA, che sono vere e proprie cattedrali sonore, tra cori, elettronica, poliritmie e montagne di overdub. Presentarsi chitarra e voce, come Tracy Chapman o Dylan prima che scoprisse l’energia elettrica, significa costruire uno spettacolo sul vuoto, cioè l’esatto contrario dei dischi di cui sopra.
Anche il palco è ridotto al minimo indispensabile. Due montanti di americana illuminati dall’alto e alle spalle quattro o cinque flightcase con delle teste mobili, però immobili, poggiate sopra. Nessun fondale, nessun visual, nessuna scenografia.
Alle 21,20, mentre sto chiacchierando con i tecnici di palco, Jacopo si avvicina, con la chitarra a tracolla, in sordina, ce ne accorgiamo appena. Saluta, si appoggia all’inferriata, noi smettiamo di parlare. Restiamo così, in silenzio, io, Incani e il suo tour manager, il luciaio e il fonico di palco, ognuno a fissare un punto nel vuoto dentro il brusio composto del pubblico che ha ormai riempito le gradinate. Dopo due o tre minuti, Jacopo si sposta: “Vado?” “Vai.” Al centro del palco. Il pubblico applaude, lui non dice una parola, la prima canzone è Vedrai, Vedrai di Luigi Tenco. Di cover ne presenterà altre due, nel corpo del concerto, Finestre di Dolore di De Gregori e Sporca Estate di Ciampi. Non credo sia una faccenda di musica, di canzoni belle con cui sono cresciuto o cose così, da intrattenimento, figuriamoci, sono canzoni strazianti, ma una faccenda di sangue, di ferite condivise, come quelle rovine che affiorano dal teatro, sono un modo per dirci da dove viene.
Iosonouncane è uno che ingaggia un confronto con chi vuole ascoltarlo. Sul palco non parla, solo canzoni dopo canzoni. Le prime parole, quasi a metà concerto, mentre accorda la chitarra: “Scusate, ho le mani poco prudenti, ogni tanto devo farlo.” Poi per presentare il pezzo di De Gregori, infine per Sacramento, che è l’ultima canzone. La scaletta attraversa quasi tutta la sua produzione. A memoria, con il rischio di sbagliare qualcosa, si muove dalla Macarena su Roma a IRA e DIE. Sono dei blocchi di canzoni, ognuno aperto da una cover (Tenco, De Gregori e Ciampi, come detto). Non c’è molto altro da dire, perché compostezza e sobrietà, sua e del pubblico, sono strettamente collegati a un lato emotivo palpabile che quelle interpretazioni suscitano. Qualcosa che non puoi spiegare e che non è detto che sia avvertito o vissuto da tutti allo stesso modo. Meglio stare zitti, quindi, e limitarci a segnalare questa boa dalla quale non si torna indietro. Inizia con Novembre, Il corpo del reato, Summer on a spiaggia affollata, passa per Niran e Pétrole, Buio, Stormi e chiude con Sacramento. Senza bis.

Ora, però, un paio di osservazioni di carattere più generale.
La prima riguarda la voce di Incani. Il rischio più grande di un concerto voce e chitarra è la monocromia, perché dopo pochi brani tutto può appiattirsi su un’unica temperatura emotiva. Iosonouncane evita questo pericolo con naturalezza. Il concerto procede per continui cambi di intensità, alternando tensione e abbandono, aperture liriche, buio e improvvise asperità, momenti quasi confessionali ad altri in cui la voce torna a essere materia ritmica. È forse la scoperta più significativa della serata: possiede una voce molto più ricca e duttile di quanto i dischi, inevitabilmente concentrati sulla complessità sonora, lascino intuire. Non è semplicemente una bella voce. È una voce che interpreta e scolpisce, trattiene ed esplode, sussurra e cambia continuamente funzione, trasformando ogni canzone in un piccolo organismo vivo.
La seconda riguarda il vestito delle canzoni. Le canzoni fuori dallo studio (di registrazione) sembrano appartenere a una tradizione antica, folk nel senso più pieno e profondo del termine. Ed è stato sorprendente notare come resistano a una riduzione così drastica senza perdere forza, ma cambiando fuoco. Non trasforma, cioè, i brani in versioni acustiche, invece dimostra che sotto gli strati di produzione è sempre esistita una forma canzone solida. Gli arrangiamenti non vengono smentiti, semplicemente smettono di essere il centro della scena. E questa nudità permette di coglierne con precisione struttura melodica e tensione narrativa.

Aggiungo: una cosa che si dice spesso è che certi luoghi rendano migliori i concerti. E sono abbastanza d’accordo. Ma forse è vero anche il contrario. Che ci sono artisti capaci di restituire un luogo alla sua funzione originaria. Ad esempio stasera, per un’ora e mezza, il Teatro Antico di Catania non è stato un monumento, è tornato a essere quello che era quasi duemila anni fa, uno spazio in cui una comunità si riunisce per ascoltare una voce.
Alla fine del concerto, incontro Colapesce. Maglietta chiara, pantaloni chinos estivi, sneaker, un cappellino trucker e una tote bag. Ci salutiamo rapidamente. “Sto cercando Antonio”, dice guardandosi intorno. Antonio è Dimartino. Lo individua dall’altro lato, sul marciapiede. “Ci vediamo a Ypsig.” Attraversa la strada. Sembra una scena di Kaurismaki. Mentre il teatro si svuota, rientro in possesso dei rumori di Catania. Le persone si muovono, le voci tornano a confondersi con il traffico, i camerieri coi loro piatti e i turisti col gelato. Io zigzagando arrivo a Piazza Università dove un signore che ha superato da un pezzo i 60anni promuove il suo karaoke cantando Fatti mandare dalla mamma di Gianni Morandi. “Tu digli a quel coso/Che sono geloso/Che se lo rivedo/Gli spaccherò il muso.” E agita il pugno. Lo guardo e mi sembra di trovare la stessa ostinazione nell’affidare alle canzoni il compito di dire quello che non sapremmo dire.
Vado al pub, Norvegia-Inghilterra sta iniziando.
