
Il racconto della Biennale Musica 2025, con la direzione artistica di Caterina Barbieri, fra nuovi linguaggi, intersezioni di generi, suggestioni e ricerca
Di Paolo Bertazzoni
Il nuovo ciclo delle Biennale Musica spalanca le porte del cosmo ad un amplissimo spettro di linguaggi e di intersezioni fra generi, suggestioni, indagini e ricerche. Un viaggio che porta al centro dello spazio profondo inteso come corpo pulsante, attraversato dal suono che si manifesta anche laddove non potrebbe nemmeno esistere. La musica come stella danzante di nietscheziana memoria che restituisce al caos una formula armonica attraverso cui, per citare la direttrice Caterina Barbieri: “l’ignoto parla di risonanza e ascolto profondo, che è la radice prima dell’empatia”. Non è un caso se nel foyer del Teatro Malibran, il giorno della performance che vede avvicendarsi sul palco il Leone d’oro Meredith Monk ed il multiperformer Abdullah Miniawy si possono trovare delle copie di Deep Listening di Pauline Oliveros, manifesto che invita all’ascolto come pratica inclusiva, come atto di introspezione e ricezione dialogica consapevole e profondo, aperto a tutto lo spettro di suoni che si rivolgono ai nostri corpi: dalla musica alle intercettazioni ambientali, fino al rumore bianco. Ascolto come statement, come affermazione di una pratica necessaria alla crescita individuale e collettiva, come interazione profonda con tutto ciò che ci circonda e riscoperta del valore sociale, antropologico e politico della musica che non si configura solo come oggetto ma anche come istanza culturale. Una grande voglia di ampliare contesti e sintassi, di interrogarsi non solo su stili e generi ma anche sui modi in cui il suono si origina, si propaga e si misura con l’ambiente che esso stesso contribuisce a permeare, plasmare, implementare, riscoprendo la sua profonda natura elementale e primordiale. Microtonalità, voce, corporeità, ibridismi sonori che interrogano tradizione e prospettive future, ricercando frammenti di ritualità che attraversano con la stessa intensità elettronica, neoclassica, musique concrète, avant jazz, techno minimal, musica rinascimentale e barocca. Oltre due settimane di performance che hanno coinvolto nomi come Basinski, DeForrest Brown Jr, Fennesz, Graindelavoix, Laurie Spiegel, Catherine Christer Hennix, Maxime Denunc, che hanno riflettuto sulla grana profonda del suono in quanto voce di un corpo, di un ricordo, di un’assenza, di uno strumento o di un elemento naturale, come nel caso di Resonant Vessel, performance con cui FujiIIIIIIIIIIta ha dato forma ad una sinfonia capace di catturare il carattere solido, liquido ed evanescente dell’acqua, a ribadire il valore mutevole, in continua trasformazione del suono e del modo in cui interagiamo con esso, luccichio di una stella che pulsando non condivide con noi l’eco di una vita ormai spenta ma la fiamma in cui ciclicamente, costantemente rinasce.

12/10/2025
William Basinski – The Garden Of Brokenness
DeForrest Brown Jr – Speaker Music
Arsenale, Teatro alle Tese
Nella cornice raccolta del Teatro alle Tese, William Basinski condivide con gli spettatori tutta la delicatezza di The Garden Of Brokenness, ripensato sotto le spoglie di un requiem per tre pianoforti a coda, elettronica, percussioni e drone di vaporetto. Un setting che colpisce per la sua capacità di rendere la glacialità accogliente, fra neon che illuminano le arcate interne del teatro e tratteggiano di flebile luminescenza il perimetro circolare dello spazio scenico, soglia oltre la quale il pubblico si mette a sedere in cerchio, pronto a farsi recipiente di una visione sonora intima, delicata ma allo stesso tempo incredibilmente potente. Un toccante equilibrio di variazioni minime, dilatazioni e silenzi su cui si erge la magistrale trascrizione ad opera del pianista Adam Tendler, che dal suo pianoforte a coda dirige con mano esperta, decisa e leggera, a seconda di ciò che la lunga partitura richiede. Caducità, impermanenza, passato che cerca di ricongiungersi al presente per colmare la lacerazione che portano con sé perdita, lutto, distacco. Laddove l’opera originale ricostruiva un tessuto sonoro in grado di riequilibrare la rottura attraverso la memoria, questo nuovo “Giardino della Frattura” dischiude i suoi cancelli ad una partitura in cui il minimalismo si fa elegia dell’abbandono, di quel “lasciare andare” che non significa dimenticare o condannare all’oblio. Poche note a tratteggiare un sentiero che chi conosce Basinski ha ben interiorizzato nella propria memoria auditivo-emotiva: una sequenza semplice, disarmante nella sua rarefatta immediatezza, che culla lo stesso spazio in cui si diffonde fra colpi smorzati di percussioni e spazzole che massaggiano con moto circolare le pelli tirate dei tamburi. Il suono come carezza, sussurro a conforto di un’anima che non conosce ritmo se non quello dei propri singhiozzi e si stempera nei movimenti leggeri di una melodia espansa. Una “special lamentation”, per usare le parole di Basinski, che mescola le sue interpolazioni elettroniche ad una foschia sonora ricreata dai droni di vaporetto. Pesi leggeri che si alternano, si sovrappongono a movimenti garbati al limite del pudico: la mano di Adam Tendler che lambisce le corde del pianoforte, il suo indice che si raccoglie davanti alle labbra, invocazione ad un raccoglimento che rimarca il legame fra l’opera di Basinski e la poetica dell’haiku. È nel protendere il proprio corpo all’ascolto, nell’abbandono ai canoni a tinte tenui di The Garden Of Brokenness che ci si trova immersi in un ambiente permeato dal sentimento che cesellatori dell’attimo come Matsuo Basho e Kuroda Momoko definivano mono no aware: languido soccombere alla malinconia, resa all’ineluttabile transitorietà delle cose. Sentimento che sul finire della performance sembra prendere corpo su un ultimo, definitivo accordo che prepara al silenzio, un attimo prima che gli applausi si levino come miriadi di farfalle: sogni di crisantemi che volano nell’aria.
Diverso nella forma e nell’intento invece, l’intervento di DeForrest Brown Jr, che dopo una breve pausa entra in scena facendosi strada fra il pubblico, schioccando le dita e sedendosi alla postazione che nel frattempo è stata allestita davanti ai pianoforti ancora caldi di Basinski. Una performance in cui il corpo altrettanto caldo della techno diventa spazio di denuncia e ricontestualizzazione storica, fra spoken word e pattern minimali che passano in rassegna una vasta gamma di stimoli e situazioni sonore. Minimalismo profanato da synth intrisi d’ombre che sembrano inizialmente rifiutare qualsiasi formula ritmica. Una concezione meditativa della techno che nella solennità glaciale e distante dei synth rimanda alla Detroit di Juan Atkins e di Derrick May. Rarefazione che si amalgama lentamente, corpo cangiante che non insegue il ritmo ma lo plasma, delineando una dimensione percussiva accidentale solo in apparenza: ritmiche sommesse, lontane, emerse come echi da fondali appena accennati che a metà presto rivelano la loro natura più fisica e incalzante. Quasi d’improvviso, ci si trova avvolti dall’ansimare elettronico della trance, dove il ritmo diventa ossessione e le frequenze si fanno sempre più ingombranti, fino al punto in cui il silenzio mette un punto e si rivolge a pattern techno jazz in cui i beat lasciano il posto al rullare di tom e twist. La musica come tradizione, identità forte, aperta alla contaminazione ma sempre attenta a non dimenticare e rivendicare le sue origini più profonde.

18/10/2025
Graindelavoix – Epitaphs of Afterwardness
Chiesa di San Lorenzo
È nella seconda navata della Chiesa di San Lorenzo (quella più interna ed in un certo senso intima, un tempo destinata ai monaci benedettini) che prende forma la performance di Graindelavoix. Un incontro fra opere, tradizioni, linguaggi che si misurano in una dimensione che nel “qui ed ora” mette in relazione tempo, distanza, repertori diversi fra loro, incarnati da due diverse sorgenti: l’ensemble vocale diretto da Björn Schmelzert e il virtuosismo pianistico di Jan Michiels. Sorgenti che in realtà alimentano una poetica ed una prossemica del doppio dal momento che nella navata sono presenti due pianoforti (uno a coda ed uno rettangolare), che fanno il paio con altrettante postazioni alle quali gli alchimisti delle polifonie vocali si alternano fra un’esecuzione e l’altra. Un solido impianto dialogico nel quale la polifonia medievale e rinascimentale (Graindelavoix) si confrontano con la frammentate partiture di György Kurtàg, compositore e pianista ungherese noto per la sua capacità nel cesellare miniature musicali cariche di una stupefacente intensità espressiva. Regista occulto della performance è il già citato Schmelzert, che identifica nella dimensione itinerante e nella riorganizzazione prospettica continua altre (due) delle sue caratteristiche principali. Una celebrazione che parte alle spalle del pubblico, dagli angoli della navata da cui i cantanti in breve si muovono fino a radunarsi davanti ad una delle postazioni, in cerchio, a proseguire un rituale officiato dal loro direttore. Da una parte all’altra dello spazio scenico, contestualmente, il pianista belga dà corpo alle riminiscenze di Ravel e Boulez che abitano le partiture di Kurtàg, rispondendo ai kyrie di Schmelzert e soci in una tenzone sui colori e sul peso del suono, fra cori che spingono verso l’alto a bilanciare la grevità dei toni del pianoforte. Frammenti di messa, cluster improvvisi, echi di voci che ancora non si sono dissolte a fare della navata lo spazio nel quale ci si interroga sul manifestarsi del sacro in musica attraverso i secoli: dalla solennità di Guillaume de Machuat all’intimismo dissonante e introspettivo della letteratura pianistica novecentesca, in una dimensione che ricerca la ritmica e la solennità del rituale in ogni forma di movimento nello spazio. In questo senso, sul finire della performance, l’ensemble inizia a muoversi lungo la sottile membrana che separa le due navate: una processione di corpi e di voci che in una logica di circolarità liturgica gradatamente si spezza e torna a prendere posto dietro al pubblico, mentre il sole di Venezia ha lasciato le vetrate di San Lorenzo a rispecchiarsi nel buio.

18/10/2025
Meredith Monk – in concerto
Abdullah Miniawy – Peacock Dreams
Teatro Malibran
Candore, dolcezza, ironia, energia che si libra in tutto il teatro su ali leggere: la performance di Meredith Monk non è stata solo un’ode alla collaborazione ed alla gentilezza ma un’esperienza rivelatrice e rigenerante. Un vestito bianco a rappresentare la trasparenza, l’attitudine di chi non trattiene la luce per sé ma la lascia passare, a beneficio di tutti, cui si aggiunge una presenza scenica potente. In programma, una selezione equilibrata di brani sorretti dalla policromia variegata della voce che vede la parola sfaldarsi e riscoprirsi sillaba, vocalizzo, lallazione: regressus ad uterum di una formula comunicativa diretta e ancestrale. Voce come ubiquità, compresenza, interazione che si rivela quando Monk viene raggiunta sul palco da Ketie Geissinger prima e da Allison Sniffin, in un secondo momento. Voci e corpi che nel set dedicato ai brani del recente Cellular Songs portano sul palco la profondità di un concept che parla di condivisione, collaborazione, ricerca di un’armonia che dovrebbe essere fonte prima di ispirazione per la nostra specie, dal momento che è radicata nel profondo della nostra struttura biologica. Un set che si articola in quattro brani (Cell Trio I, Cell Trio II, Cell Trio III, Lullaby For Lise) durante i quali le tre artiste cantano, danzano, si muovono secondo geometrie corporee e vocali che riflettono i principi di armonizzazione delle cellule. Un fluire intenso di emozioni che si rovescia sul pubblico come pioggia incessante, in cui è veramente difficile individuare degli highlight. L’erotismo salvifico di Hips Dance, il barboginio e la paralisi che attraversano Scared Song, la centralità della musica che restituisce alla canzone il ruolo di protagonista assoluto, quando il pianoforte introduce Gotham Lullaby: tutto appare indispensabile e rivelatore. La musica come sollievo, terapia, ricerca della felicità che in Happy Woman si fa riflessione sull’importanza di rallentare fino a trovare il proprio personale ritmo; felicità come parola che non teme di ascoltare il proprio suono e di espandere i propri confini, riempiendo il più piccolo interstizio dello spazio che abitiamo: sia esso quello di un teatro, sia esso quello delle nostre cellule.
Intensità che prosegue nella performance di Abdullah Miniawy, figura affascinante e complessa che si muove fra elettronica, contemporanea, jazz, spoken word e poesia approdando a formule in cui melodia e rarefazione ispezionano voce, cantabilità, canto. Un’azione sonora e performativa costruita sui brani di Peacock Dreams, pubblicato dall’artista egiziano la scorsa primavera, per l’occasione rivisti come contesto per voci umane e tromboni. Affiancato dai trombonisti Robinson Khoury e Jules Boittin, anch’essi figure di rilievo della scena sperimentale internazionale, Miniawy porta in scena una miscela di ethno, world music, musica della tradizione araba e avant jazz sulla base di un approccio multilinguistico che nell’intrico di voci di Poem Of Poems costruisce un’ardente meditazione sul sacro e sul trascendente. Una performance in cui il ritmo si misura con la voce interrotta dei tromboni e con lo spoken word in un’ibridazione della forma canzone che modella un lessico caleidoscopico ed interculturale. Ambienti sonori nei quali scale orientali si confondono con fugati bachiani e trame di droni che in episodi come In This World riportano al centro la pienezza della voce. E ancora, tromboni che scoprono di avere lo stesso potenziale ritmico di una beatbox, gospel spettrali, litanie che ribadiscono l’importanza della contaminazione nella poetica di Miniawy, che prima di concludere nella rarefatta celebrazione del bello che prende forma in Danza Del Ventre, accarezza senza timore l’evanescenza della disgregazione, le asperità del rumorismo, la fascinazione per il caos da cui la poesia, la sua articolazione in suoni, parole, melodie, emerge e si erge come costante che aspira all’eterno, impossibile da scalfire.

19/10/2025
Hanne Lippard + Bendik Giske + Mabe Fratti & I. La Catòlica + Graindelavoix – Star Chamber (Secret Island)
Tra appuntamento al buio e passaggio iniziatico, il progetto star Chamber-Secret Island guida un nugolo di temerari verso l’isola di Sant’Andrea, dove la solida austerità di un forte del XVI secolo e le forze primordiali della natura si uniscono per creare un setting degno di un dipinto di Friederich. Un’esperienza che nasce sulle acque, con la performance poetica di Hanne Lippard, artista Berlin-based che da anni si occupa di voce, del suo carattere materico e del suo relazionarsi con lo spazio, il suono, il corpo. Voce che si fa carezza, nenia che nel moto ondulatorio delle acque trova un ritmo, una misura da sottoporre a parole che allitterano e giocano su dualismo e polisemia. Così, Reflection diventa contenitore, spazio di riflessione ma anche superficie riflettente, specchio d’acqua, illusione, moto traballante di termini che trascinano l’immaginario lagunare-acquatico-sottomarino nei più profondi abissi della semantica: parola che si scioglie nei suoi stessi fonemi e si disperde come plancton. Dalle acque della laguna all’edera che s’inerpica lungo le prime arcate del forte, sulle quali il compositore e performer Bendik Giske offre in sacrificio il corpo e la voce del suo sax. Fiato che si fa onda continua, bordata e intermittenza che sul concetto di variazione minima erigono un secondo strato, altrettanto solido, di arcate. Una prova che si muove fra jazz sperimentale, soundscaping ed elettronica, in cui corpo del performer e corpo dello strumento interagiscono in modo energico, creando pattern che nella disgregazione e nello sfarfallio generano singhiozzi, melodie, ritmi. Un’escursione all’insegna della sperimentazione, nel cui solco si inserisce anche il duo Mabe Fratti e I. La Catòlica, che fondono indie, classica, jazz, blues, shoegaze, cantautorato e folk sperimentale, ricercando nella forma canzone una cantabilità antica, che si misura tanto con la voce della cantante e violoncellista guatemalteca quanto con quella del suo strumento, mentre la chitarra si gioca il duplice ruolo di solista e costruttrice di ambienti elettroacustici. Echi di Dwelling, Imogen Heap e Sonic Youth, fra loop che sfociano nel rumorismo a fare da contraltare al variegato incarnato vocale di Fratti, che nella sua disarmante limpidezza riesce a rivelarsi anche deciso e graffiante. Un pellegrinaggio sonoro che per la sua ultima tappa richiede al pubblico di seguire la musica che si diffonde da una delle cupole del forte che danno sul mare. È qui che Graindelavoix, moderno collettivo di hameliniana memoria attira il pubblico sotto un voltato nel quale, in assetto circolare, dà forma ad una celebrazione caleidoscopica di liturgie che cercano la stessa scintilla di sacralità fra polifonie trecentesche, canti gregoriani, suggestioni d’ascendenza ethno e medievalistiche, in un perfetto equilibrio fra settorializzazione, ricerca filologica e universalità.

24/10/2025
Jasmine Morris – So – õn
Ellen Arkbro – Nightsong
Arsenale, Sala d’Armi G, LSD Centre
So – õn, ovvero il suono ritrovato di un trauma, di una pratica vessatoria dimenticata, filtrata dalla sensibilità del musicista che si scopre storico e narratore. Nata come riflessione sui canti che le lavoratrici giapponesi erano obbligate a intonare per sovrastare frastuoni e clangori dell’industria bellica durante la seconda guerra mondiale, questa performance ideata dalla compositrice britannica fonde industrial, elettronica, neoclassica e musique concrète. Una performance immersiva, nella quale il pubblico dà le spalle al palco principale e si rivolge ad una piattaforma aperta, ad “L”, che ospita un quartetto d’archi. Dietro di loro, sulla pedana, Morris presidia la consolle, incorniciata da due megafoni che rievocano l’immaginario costruito dai Depeche Mode ai tempi di Music For The Masses. Fin dalle prime note, suono e movimento si fondono: le arcate dei musicisti diventano gesti ampi, carezze che si accelerano in un flusso ipnotico di basse frequenze, come l’eco di un drone lontano. Un brusio che dalle casse si coagula in una materia sonora densa, quasi tattile; grumo di note spezzate, singhiozzi, rilievi sonori che cercano una forma propria. Suono che resta rotondo, ancorato alle profondità del registro basso mentre le mani tamburellano sul legno, sfiorano le corde con frenesia, come falene attratte dal vibrato. Archi che si muovono inesorabili mentre l’elettronica introduce un ticchettio che non scandisce il tempo ma lo sospende, creando un ritmo sotterraneo, persistente anche quando pare dissolversi. Poi, un fanale sonoro si accende: un timbro scuro, quasi fosse la frequenza a cui l’ombra stessa danza. Rumorismo, dissonanza e tensione si intrecciano fra ingranaggi che rievocano la lezione dei Merzbow per riemergere in una cantabilità ctonia, che chiude la performance come un respiro profondo, proveniente dalle viscere della terra. Respiro profondo che si sostituisce ad un altro, nel momento in cui sul palco prendono posto le tre viole da gamba che danno corpo a Nightsong, opera con cui la compositrice e sound artist Ellen Arkbro, mette in scena il moto di inspirazione/espirazione cui ci abbandoniamo quando passiamo dalla veglia al sonno. Due lunghe arcate che si ripetono in un unico lamento, condiviso dalla voce dei tre strumenti: note sostenute che si muovono su piani sonori paralleli, appena separati da una sottile membrana, come nuvole che scorrono lente e si sfiorano senza mai veramente toccarsi. Un moto incessante, che non cerca la variazione ma l’accompagna mentre gli archi sembrano ascoltare la musica stessa, seguendone il fiato, in un’alternanza continua che si fa straniamento, sospensione, ipnosi.

FujiIIIIIIIIIIta – Resonant Vessel
Sunn o)))
Arsenale, Teatro alle Tese
La double feature prevista all’arsenale per la sera del 24 ottobre mette insieme una riflessione sulla fisicità del suono e sulla sua ritualizzazione nello spazio, incarnandosi nella rifrazione acustica dell’elemento acquatico di Resonant Vessel (FujIIIIIIIIIta) e nel fragore liturgico dei Sunn o))). Due diversi modi di intendere l’ascolto profondo, di accogliere il suono come elemento che anela ad una sintassi pura, radicale, capace di parlare alle più profonde regioni dello spirito. Una prova che inizia con l’artista giapponese in piedi, ai margini di una consolle che si inserisce nell’architettura complessa e suggestiva di una vera e propria fontana sonora, in cui l’acqua si riscopre elemento primordiale e mistico, culla cosmogonica della vita che in qualche modo viene evocata in risposta alle rarefazioni di Iki, album con cui nel 2020 FujIIIIIIIIIta dava spazio e colore alla voce dell’aria. Da un elemento all’altro, dall’interazione con le canne dell’organo (Iki) ad una formula che lascia l’acqua libera di trovare il proprio personale canto. Un’oscillazione fra drill e drone music in cui l’acqua si fa elemento ritmico, gorgoglio, vibrazione, ebollizione corale e sinfonia di sciabordii che nella relazione fra meccanica del suono ed elettronica costruisce una sintassi di basse frequenze che flirtano con noise, minimalismo, effetti di backmasking. Un ciclo sonoro e visivo ipnotico, che vede il centro della fontana trasfigurarsi in totem: oggetto sacro che non chiede di essere venerato ma “visto” e soprattutto ascoltato, sia quando l’acqua danza in risposta al ritmo che essa stessa determina, sia quando sfugge scrosciante intonando il suo ultimo canto, accompagnata da vocalizzi e segmenti motorik memori del Bowie di Station To Station. Dalle cosmogonie acquatiche, dalle nozze elettroniche di Tiamat ed Apsu all’urlo primordiale, alla vibrazione originaria che nella performance dei Sunn o))) plasma la materia in un ciclo continuo di disgregazione e rigenerazione. Non una semplice performance ma un’esperienza sonora estrema, che dichiara la sua natura iniziatica, oscura e solenne ancora prima che il duo di Seattle faccia il proprio ingresso sul palco, quando il pubblico si trova al cospetto di un anfiteatro di casse: una Stonehenge di monoliti neri pronti ad esplodere in un’orgia di frequenze devastanti. Un suono palpabile e ostile, che investe lo spazio facendone ostaggio, nel moto continuo di una marea sonora che concepisce solo naufragio, devastazione, deriva. Una prova che nelle sue lunghe ed incessanti bordate di feedback e distorsioni rappresenta un ritorno alle origini per i Sunn o))) che non guardano né alle partiture operistico-spettrali realizzate con Scott Walker in Soused, né tantomeno alle virate gotiche impreziosite dall’organo di Anna Von Hausswolff in Metta, Benevolence ma alle tenebre impenetrabili del doom drone nella sua forma più scarna, materica e primordiale. Un’incessante carica che nasce dalle casse ed alle casse ritorna, dopo aver sommerso l’intero spazio di fruizione: allegria di naufragi e di corpi che ondeggiano mentre l’infernale duo enfatizza il suono nella solennità di gesti ampi che esauriscono la natura stessa del rituale, scambiandosi di posto a passi lenti e rivolgendo le nude corde delle chitarre verso i driver, officianti in cerca di vaticini che rivelano il futuro da feedback captati nell’oltretomba.

25/10/2025
Agnese Menguzzato – Undici
Morgana – Before Darkness Gated Us
Moor Mother – Shinkolobwe
Ecco2k – Dj Set
Arsenale – Teatro Alle Tese
L’ultimo sipario di questa Biennale musica si chiude alle Tese, con quattro performance che rappresentano il ventaglio di suggestioni, indagini sonore e riflessioni che hanno contraddistinto questa edizione all’insegna dell’abbattimento fra confini. Una serata che si apre sulla problematizzazione del rapporto fra tradizione e contemporaneità, fra suoni acustici colti nell’atto di reincarnarsi in segnali e pulsazioni elettroniche. Una performance che parte dalle 8 corde con cui la chitarra estesa della compositrice Agnese Menguzzato ridefinisce il suo stesso ruolo in seno ad una tradizione sospesa fra letteratura per liuto rinascimentale ed elettronica. Un viaggio che parte da un arpeggio, registrato e processato in tempo reale. Un fiorire di partiture elettroacustiche in cui il suono della chitarra si trasfigura in un continuo lavoro di processing ed interpolazione, avvicinandosi all’idea di decostruzione/ricostruzione con cui J. Peter Schwalm ri-organizzò il suo personale Wagner Transformed. Un canto che si infrange e si ricompone sotto spoglie in continuo divenire: bordate, pizzicati, tintinnii, fra danze lynchiane e crepitii di corde che precipitano in un gorgo di glitch. Molte vite, un solo arpeggio inziale che attraversa rintocchi, ritmi marziali e pattern oscuri, spingendosi oltre gli spazi siderali dei Tangerine Dream di Phaedra e Rubycon. Un viaggio al termine del quale la chitarra torna a fraseggi cinquecenteschi per poi dissolversi nell’urlo che conserva la stessa delicatezza del canto. Una prova cui fanno seguito le dissertazioni di Before Darkness Gated Us, con cui Morgana porta in scena l’idea di decadimento cognitivo in musica. Canto come sfocatura della memoria che ri-mescola generi e suggestioni: ethno, electro, IDM, synth che si credono flauti di pan, cori distanti e chip music, cui si aggungono visual in cui tutto è contorno instabile, immagine che cerca di ritrovare i suoi stessi confini. Così, in un requiem per promontori che si sciolgono, Morgana canta la fragilità della mente che urla in ogni scheggia in cui si frantuma, fra ruggiti elettronici, carillon sintetici e gorgheggi in 8 bit. Musica per organi al collasso cui seguono la rabbia e l’energia di Moor Mother. Presentato come “scavo sonoro all’interno del trauma, della resistenza e della violenza del capitalismo estrattivo”, Shinkolobwe mette in scena storytelling, critica sociale, riflessione storica in un contesto nel quale jazz, avanguardia, neoclassica ed elettronica guidano il pubblico in un percorso che dalle devastazioni di Hiroshima e Nagasaki risale alle vite di chi ha lavorato nelle miniere di uranio del Katanga, da cui furono estratte le materie prime delle bombe atomiche. Spoken word, ethno, jazz sperimentale emergono da un’unica trama di fiati (tromba, flauto traverso, armonica) accompagnati da voce, percussioni, pianoforte ed electronics che confluiscono in un’unica narrazione. Frasi, date emblematiche, parole chiave che calano sul pubblico come frustate, con il fragore di esplosioni che non si limitano a dissolvere tutto ciò che incontrano ma che continuano ad erodere e a logorare la memoria di chi sopravvive. Poesia che chiama a raccolta strumenti della tradizione africana, pattern e fondali elettronici per guidarli all’insurrezione, ribaltando la semantica del clangore delle catene: da strumento di oppressione ad arma scagliata contro chi opprime. Afrofuturismo, droni acustici si intrecciano a moti percussivi che trasudano dolore e sete di giustizia: pianoforti e detonazioni lontane, domande che risuonano nella voce della tromba e sulla pelle dei tamburi, mentre i pattern elettronici sembrano arrestarsi ogni volta che la parola “Bomb” esplode sulle labbra della performer e attivista americana. Ci si può solo trovare raccolti ed in silenzio, alla fine di Shinkolobwe, riuscendo a stento ad abbandonarsi all’ultima performance della serata. Una prova che non è un voltare pagina, piuttosto un riflettere ulteriormente sulle molteplici voci e colori della musica, sul suo valore interculturale e cangiante. È dunque con Ecco2k che la rassegna si conclude: con un DJ set che non è soltanto tale ma esperienza che riporta al centro della sala il valore del ballo in quanto abbandono estatico durante il quale muoversi, prestare ascolto, prendere parte ad un rituale allo stesso tempo intimo e collettivo, che ci riguarda tutti nel quale minimalismo, sinfonie elettroniche, rumorismo e soundscaping non sono che declinazioni di un unico, grande cosmo danzante.

CODA – Oh, isn’t it wild?
Nell’incedere depresso del minimalismo proto industrial di Nightclubbing, Iggy Pop evocava lo spettro di eccessi che si consumavano fra i vicoli di Kreuzberg e templi della controcultura berlinese come l’SO36, nei quali si infrangeva il concetto di non luogo per dare forma a vere e proprie eterotopie urbane; centri in cui sospendere le norme sociali dominanti per sperimentare nuove forme di aggregazione comunitaria, creare identità, promuovere cultura. Prospettiva che lega la performance di Ecco2k alla rassegna From The Far Future che nell’arco di due weekend consecutivi ha animato il Padiglione 30 di Forte Marghera, facendone spazio nel quale ibridazione, performance, visual art, tecnologia e musica hanno celebrato la club culture nella sua natura profonda di fenomeno sociale, orientato ad inclusione, dialogo, condivisione. Ascolto come azione, presa di coscienza, atteggiamento ricettivo, apertura a codici e linguaggi. Dialogo fra generi che si è palesato nella performance di Carl Craig, eminenza incontrastata della Detroit techno che in apertura di set ha inaugurato un ponte fra il suo carnet minimalista e il synthpop dei Frankie Goes To Hollywood. Attitudine che ha preso corpo anche nelle prove di Mia Koden, Dj Marcelle, Still e res_, che hanno condiviso sul piatto field recording, registrazioni subacquee, astrazioni digitali, riflessioni sulle basse frequenze a margine di suggestioni dub e afrofuturiste. Ascoltare il suono nell’atto in cui si trasforma, si spoglia di ciò che è stato e si apre alla contaminazione: questo ci deve fare tornare ancora per qualche attimo alla performance di Ecco2k, che nello spogliarsi del suo trademark avant pop, ha chiuso questa edizione della Biennale musica con un finale aperto, invitando alla stessa danza la stella che pulsa nel cuore del suono, indipendentemente da come si declini.



