Il rito pagano degli Heilung

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MARIA HEILUNG

Al teatro Arcimboldi di Milano è andato in scena il rito pagano e ancestrale degli Heilung

di Cristina Pioltelli

Assistere ad una performance degli Heilung significa partecipare ad un rito pagano, antico e arcano dove si intrecciano storia, spiritualità, suoni ancestrali, linguaggi perduti nel tempo e, non ultima, una spiccata teatralità che porta lo spettatore ad un coinvolgimento completo di tutti i sensi. Lo show proposto agli Arcimboldi di Milano domenica 27/04 non si allontana molto da questo cliché, e, benché si svolga sul palcoscenico di legno di un normale teatro e non in una radura tra gli alberi, basta socchiudere gli occhi per ritrovarsi in una qualsiasi foresta del nord Europa, aiutati fin da subito dalle luci di sala, che virano dall’azzurro al verde e dagli altoparlanti che diffondono cinguettii di uccellini e rumori del bosco. Il pubblico è eterogeneo e numeroso, forse non proprio al sold out, ma il teatro è pieno: molti in nero, qualcuno più ispirato dall’occasione si è abbigliato e truccato da Ragnar Lotbrock di casa nostra. Le rune si sprecano.

Ad aprire la serata la cantante Eivør Pálsdóttir, originaria delle Isole Fær Øer, accompagnata dalla sua band. Pur avendo delle sonorità comuni e un sostrato cultural/geografico congiunto con quello di Heilung il suo stile musicale è maggiormente orientato verso l’utilizzo degli strumenti classici di una rock band: chitarra elettrica, tastiere e batteria supportati da una consistente base elettronica con venature oscure quasi gotiche. In alcuni brani Eivør si accompagna con il Bodhrán, grande tamburo di origine celtico/irlandese. Vista le qualità della performance, che quasi varrebbe il costo dell’intero biglietto, con una Eivør estremamente ispirata, comunicativa, che srotola i vari brani con una precisione quasi irreale, senza tuttavia risultare fredda, viene da chiedersi come non sia maggiormente nota in terra italiana. (purtroppo è in tour per alcune date soliste, ma, almeno al momento l’Italia non viene menzionata), Peccato, perché non è proprio una novellina: ha all’attivo diverse release nell’arco degli anni e possiede una voce dall’estensione notevole (Eivør canta anche nell’orchestra sinfonica faroese). In ogni caso è ben conosciuta dal pubblico presente che la omaggia alla fine dello show di una standing ovation.

Nel breve cambio palco si verifica una vera e propria trasformazione della scena che diventa un luogo sacro per la celebrazione di un rito pagano. In realtà quello che accadrà d’ora in poi non sarà solo un semplice concerto ma una cerimonia. Non bisogna lasciarsi fuorviare dal concetto che c’è alla base delle tematiche del gruppo legate a musiche e situazioni animistiche, naturalistiche, in qualche modo un po’ selvatiche e naif: lo spettacolo è curato nei minimi particolari e tutto fuor che improvvisato. Dai costumi, alle coreografie, all’altissimo livello sia dei performer che si esibiscono sul palco (oltre ai tre membri fondatori Maria Franz, Kai Uwe Faust e Christopher Juul in scena si muovono almeno una quindicina di persone fra musicisti e danzatori) tutto è perfettamente orchestrato senza una minima sbavatura.

Assistiamo quindi alla purificazione degli spazi con fumigazioni e preghiere sacre da parte di Kai Uwe Faust, abbigliato in vesti sciamaniche e subito dopo al primo brano, In Maidjan dalla cadenza ipnotica e ossessiva che immerge il pubblico nel mondo sonoro degli Heilung. Kai si esibisce con il suo tipico canto gutturale che richiama gli antichi monaci tibetani, mentre i guerrieri, armati di scudi e lance, animano la potente performance di Alfadhirhaiti, scandendo ritmi tribali battendo le armi al suolo. Con Svanrand, il palco si trasforma in un luogo sacro, dove Maria, quale sacerdotessa di un antico rito, insieme alle sue ancelle, con movimenti lenti e ipnotici, intona un canto ancestrale che sembra provenire dalle viscere della terra. Notevoli e coinvolgenti anche le esecuzioni delle più conosciute Tenet (nel quale viene citato il Quadrato del Sator, frase latina palindroma dal significato simbolico ancora oscuro), Norupo, poema runico nel quale la voce di Maria si intreccia con quella di Kai, declamante, in un crescendo magico e Anoana, dove Maria suona il ravanahatha, antico strumento asiatico.

L’ultimo brano, è Hamrer Hippyer: il pubblico viene coinvolto e si lascia coinvolgere: molti si alzano in piedi, ballano, alcuni raggiungono l’esiguo spazio davanti alla prima fila. I guerrieri scendono tra la folla, e tutto il gruppo sul palco si lascia andare a danze sfrenate che ricordano gli antichi misteri dionisiaci. Infine, a concludere la celebrazione, viene purificato nuovamente l’ambiente con fumi odorosi e benedizioni. Non vi saranno bis, il rito è stato officiato.

Dall’inizio alla fine gli Heilung portano in scena un repertorio che si radica nelle antiche tradizioni germaniche e scandinave, utilizzando testi provenienti da iscrizioni runiche, manoscritti antichi e poesie epiche, arricchendo lo spettacolo con strumenti storici come tamburi realizzati con pelle di cervo, ossa e campanelli sciamanici. I costumi, ispirati alle culture precristiane, contribuiscono a creare un’esperienza coinvolgente, che sembra trasportare il pubblico indietro nel tempo.

Citando Christopher Juul, fondatore di Heilung insieme a Maria Franz e Kai Uwe Faust, che scrisse “In order to connect to what was before you have to disconnect from what it is now”, riusciamo forse a comprendere tutta la magia che risiede dietro ad una performance come quella alla quale abbiamo appena assistito, che dimostra come la musica possa essere un potente mezzo per connettersi con le radici culturali e spirituali dell’umanità.

Redazione Rumore
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