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(Johnny Thunders & The Heartbreakers – L.A.M.F., 1977 – Track Records)

Riconoscere immediatamente un suono o un gusto è un riflesso automatico e quotidiano. “Rumore”, in collaborazione con Jameson, vi porta a scoprire ciò che li rende riconoscibili.

di Andrea Valentini

L.A.M.F.: like a motherfucker. Come un gran figlio di troia. La sentite la puzza di strada? Smog, piscio secco, asfalto polverizzato, gomma calda, vomito incrostato, fumo di mille sigarette… è la New York di metà anni Settanta, brutta, cattiva, dura: è un lampo prendersi una fregatura. O peggio, lasciarci le penne. In questo ambientino sguazza il caro vecchio Johnny Thunders – all’anagrafe John Anthony Genzale Jr. – che deve riprendersi da una brutta botta: la fine dei New York Dolls, che per qualche attimo erano stati sulla rampa di lancio verso il successo, ma si erano dissolti in una nuvola di droga, malcontenti e passi falsi (non ultimo il presentarsi– su consiglio di Malcolm McLaren – sui palchi vestiti in pelle rossa e con bandierone con falce e martello… una provocazione che pochi, negli USA, erano disposti ad accettare). È il 1975 quando, dopo una precipitosa fuga dal tour disastroso dei New York Dolls in versione “red patent leather” filosovietica, Thunders e Jerry Nolan decidono di rimettersi immediatamente in pista e formare una nuova band. In qualche modo desiderano farsi portavoce dell’eredità sonora dei NYD. Il nome lo rubano al gruppo di Tom Petty (la leggenda narra che, in tour, avessero visto dei manifestini che pubblicizzavano una data di Tom Petty & The Heartbreakers, da cui presero ispirazione pensando che quella band non sarebbe durata molto… che errore!) e nella prima formazione coinvolgono un’eminenza grigia della scena newyorchese: Richard Hell, appena uscito dai Television, arruolato come bassista/cantante. Le cose, però, non funzionano. Ci sono troppi galli nello stesso pollaio e dopo poco, con solo una manciata di demo lasciati a testimonianza della sua presenza, Hell abbandona il campo. Per lui ci saranno la parentesi coi Voidoids (due album su Sire), qualche uscita solista e una solida carriera poetico-letteraria. Nel 1976 prende forma la line-up classica degli Heartbreakers: Johnny Thunders e Walter Lure alle chitarre, Jerry Nolan alla batteria e Billy Rath al basso. Quattro personaggi borderline, innamorati del rock’n’roll e della vita al limite, che più per caso che per volontà esplicita si trovano a condividere pulsioni, inquietudini ed esuberanza della nascente scena punk rock della Grande Mela. Nonostante una solida fama nei circuiti live della città, costruita con esibizioni roventi al Mothers e al CBGB’s l’occasione per incidere un album “a casa” sfuma ancora prima di concretizzarsi: la reputazione di tossici impenitenti e ingestibili di Thunders e compari è troppo ingombrante perché un qualsiasi discografico possa anche solo pensare di imbarcarsi in un’avventura del genere. Troppi problemi,troppi rischi a lavorare con gente così. Ma oltreoceano il vecchio “amico” Malcolm McLaren – che nel frattempo ha preso sotto la propria ala i Sex Pistols e li sta facendo diventare fenomeni mediatici, dando l’innesco all’incendio punk nel Regno Unito – pensa che sia una buona idea chiamare Thunders e gli Heartbreakers a unirsi ai Pistols nel travagliatissimo Anarchy Tour. Detto fatto, la band vola in Inghilterra – in compagnia del nuovo manager, Leee Black Childers – e resta invischiata in un turbine di concerti cancellati (16 su 19), show traballanti, eroina, speed e soldi che non entrano in cassa. Per racimolare un po’ di sterline, Childers riesce a procurare una manciata di concerti londinesi alla band: l’impatto è buono e la Track Records – etichetta fondata dai due bizzarri manager degli Who – all’inizio del 1977 decide di investire in un album degli Heartbreakers. Pare un’ottima notizia: peccato che la Track sia già sull’orlo del tracollo economico, anche se l’informazione è ancora riservatissima. Le session di registrazione vedono come produttore John “Speedy” Keen (frontman del gruppo-meteora Thunderclap Newman) che lavora a sei pezzi, e poi Daniel Segunda: una scelta bizzarra, imposta dalla Track, che comunque non sembra avere grosse conseguenze. Thunders e gli Heartbreakers, infatti, fissano su bobina 14 brani – 12 dei qualifiniranno nel disco – ben rodati e solidi, consegnando alla storia quello che può essere tranquillamente considerato un manifesto del punk intriso di rock’n’roll delle origini, di soul, di melodie bubblegum. E di quel brivido di eccitazione e pericolo che solo eroina, giubbotti di pelle e facce da galera sanno dare. Siamo, in pratica, di fronte a un disco che, al netto del fallimento commerciale e delle critiche pesanti raccolte nell’immediato, avrebbe segnato generazioni di musicisti, fan e appassionati: un vero e proprio trattato enciclopedico del punk all’americana (con riff e fill di chitarra in grado di fare scuola per i decenni a venire, mi si passi la locuzione bollita).

Ma con Thunders di mezzo non poteva non esserci il classico colpo di scena drammatico. L.A.M.F. (l’acronimo è preso dal linguaggio delle gang di NY: significa “Like a motherfucker” e viene scritto sui muri per segnare il territorio, accompagnato dal nome della banda che comanda in zona), infatti, arriva nei negozi a ottobre del 1977 e si rivela una delusione per gli ascoltatori: il suono è pessimo, fangoso e – soprattutto – penalizzante. C’è chi dice che sembra di ascoltare l’album con le casse dello stereo ammantate in una coperta di lana. La band aveva passato settimane in studio, con ognuno dei membri che, a turno, cercava di mixare il tutto secondo il proprio gusto; eppure il risultato finale, soprattutto la versione su vinile, è un fallimento. L’edizione su nastro, invece, è molto diversa, così come alcune stampe dell’album effettuate in altri Paesi europei: l’inghippo, infatti, non sta tanto nel mixaggio, quanto in un mastering incompetente e/o piagato da problemi tecnici, che ha rovinato la versione inglese su vinile. Il malcontento esplode nelle file degli Heartbreakers (nota: l’edizione originale del disco è attribuita agli Heartbreakers solamente, solo più avanti la copertina è stata cambiata con la dicitura Johnny Thunders & The Heartbreakers), Jerry Nolan molla la band. Un mese dopo circa, la Track Records finisce gambe all’aria – non senza avere fatto manovre poco chiare a livello amministrativo e contrattuale. Niente batterista, niente etichetta, zero soldi, recensioni pessime… il capolinea è arrivato e gli Heartbreakers si dissolvono (per poi ricomparire, sporadicamente, per vari concerti arraffasoldi nel corso degli anni a venire). L’epilogo della storia vede il manager Leee Black Childers forzare la porta degli uffici della Track, ormai fallita, per rubare i master di tutte le incisioni della band (si parla di circa 300 take con mix diversi), visto che l’etichetta si rifiutava di restituirli. Partendo da quelle bobine (e non solo, a dirla tutta) nel corso degli ultimi tre decenni sono stati fatti più tentativi di remixare l’album e ne circolano edizioni differenti: ma non è questa la sede per stabilire se ci sia una versione migliore delle altre. Il punto è che L.A.M.F. è un lampo di energia ed eccitazione che neppure un sound sbagliato è stato in grado di contenere o affossare. Pezzi minimali e immediati, estetica maledetta, melodie orecchiabili, chitarre sguaiate e taglienti come bisturi, storie di ordinaria dannazione nei testi… signori, la leggenda è servita. 

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