BenFrost

Ben Frost, che ha pubblicato ormai due anni fa il suo ultimo album A U R O R A, è stato parte di un gruppo di artisti (contenente anche Richard Mosse e Trevor Tweeten) a cui è stato consentito l’accesso sulla USS Theodore Roosvelt, una portaerei militare americana che opera nel golfo persico e combatte militanti dello Stato Islamico. Il tutto come parte di un team di Channel 4, canale TV britannico.

Il risultato dell’esperimento è un mini-documentario intitolato Bombing ISIS: On Board a US Floating Fortress, diretto e prodotto da Mosse, con cinematografia a cura di Tweeten e colonna sonora a cura di Frost. Lo potete guardare in fondo all’articolo. Frost, Mosse e Tweeten hanno condiviso un messaggio collettivo sul sito di Channel 4 per parlare della loro esperienza: ve ne abbiamo tradotto un estratto qua sotto.

Trovate inoltre a questo link la nostra intervista con Ben Frost.

Qualsiasi attività a bordo di una portaerei militare attiva sono, certo, assolutamente degne di essere trattate come notizie. Ma, in quanto artisti, siamo stati molto impressionati dalle sublimi forze fisiche che si manifestavano sul ponte: il tremendo, assordante rumore di macchine di metallo, il calore così pericoloso (fino a 65 gradi Celsius), le vibrazioni somatiche, che facevano tremare il corpo, il violento schiantarsi e il furioso catapultarsi di aerei multimilionari carichi di esplosivi mortali. Nonostante questo l’equipaggio che lavorava in questo ambiente feroce rimaneva perfettamente calmo, comunicando con gesti in codice, come attori in uno spettacolo assurdista.
L’equipaggio è stato davvero cordiale e gentile con noi, il che ci è sembrato curiosamente incongruo con il loro compito, cioè fissare cariche esplosive mortali a enormi macchine di morte. C’era persino un senso di tenerezza nel modo in cui ispezionavano questo violento apparato, pulendo residui salini da ogni superficie esposta, spingendo cautamente missili, ispezionando alacremente il ponte in cerca di rottami sparsi, avvolgendo catene.
Questo è il trionfo della guerra moderna, e fa calare un velo sulla colpevolezza etica individuale, nascondendo mani insaguinate con guanti bianchi come gigli.