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An evening of words and music with Patti Smith, Tony Shanahan and Jackson Smith
at the Cadogan Hall, London

di Stefania Ianne

Una serata orribile a Londra. Tempesta nell’aria. Il vento ulula. Gli uccelli disertano i parchi. La metropolitana è in sciopero. La città si muove a rilento, ingolfata dal traffico e dalla pioggia incessante. Sloane Square al centro della Londa patrizia. Cadogan Hall. Nome impronunciabile gaelico. Una chiesa per una delle infinite sette del cristianesimo, costruita agli inizi del 900, abbandonata, restaurata e poi rispolverata come venue di eventi di dubbio valore artistico in bilico tra il populismo e la pessima musica classica. La Cadogan Hall con le sue vetrate finte gotiche è un’improbabile sede per una serata indimenticabile. Il campanile illuminato di verde e blu si intravede nell’oscurità dalle strade circostanti. Non più di 900 posti a sedere. È prevista una serata di parole e musica con Patti Smith. È tutto esaurito. Mi avventuro all’orario del concerto all’esterno della sala. Un paio di ragazzine minorenni punk si mescolano alla predominante clientela borghese e attempata. La coda per i biglietti rimasti è inesistente. Alla biglietteria mi offrono un posto accanto al tecnico del suono. Lo prendo. Un ragazzo bizzarro il tecnico del suono: una banana nella tasca posteriore dei jeans  e una vaschetta di mirtilli che continua a masticare per tutta la durata del concerto mentre, tra un’aggiustamento e l’altro alla consolle, riprende gli eventi sul palco sul suo telefonino. Gli rubo la scaletta della serata. In un anno drammatico di scomparse di figure storiche della cultura musicale underground, sento il bisogno improvviso di aggrapparmi ad un ricordo materiale oltre che mentale della serata. Non ho competizione. Il resto della sala è impegnato a consumare innumerevoli coppe di Laurent Perrier.

Cadogan Hall 1

Il concerto inizia con enorme ritardo, il batterista improvvisato è arrivato in sala da pochi minuti. Seb, una cascata di riccioli rasta soft. Non ha avuto tempo per le prove, ma non se ne accorge nessuno. Patti Smith arriva sul palco con una valanga di volumi. È una serata di parole, non solo di musica. Capelli organizzati in due trecce sioux, jeans e giacca extra large sul corpo sempre magro. Occhiali da vista che nervosamente viaggiano tra il suo viso e le sue tasche. Sorriso meraviglioso. Entusiasmo da ragazzina. Ci saluta calorosamente.  Alla sua sinistra, diviso tra chitarra acustica, basso, pianoforte a coda, allo stesso tempo confidente e roadie di Patti: Tony Shanahan, elegante e casuale. Alla sua destra, il viso nascosto da una barba incolta e un cappello da muratore, camicia da boscaiolo, chitarra elettrica e sorriso ironico: Jackson Smith, figlio di Patti e Fred ‘Sonic’ Smith, chitarrista meglio noto per il suo successo con gli MC5. Cognome ripetuto, completamente frutto del caso.

È una serata di parole, non solo di musica. Patti la annuncia come una celebrazione nel giorno in cui ricorre il centesimo anniversario della nascita di William S. Burroughs. Patti è accattivante. La sua voce magica ci guida nel mondo della fine degli anni sessanta, delle strade di New York che bazzicava in compagnia di Robert Mapplethorpe. Ci guida all’interno del Chelsea Hotel. Ci racconta di come il Chelsea Hotel abbia rappresentato la sua università con Burroughs, Ginsberg e Corso tra i suoi principali maestri e Mapplethorpe complice nelle sue avventure. Ci racconta di come aspettasse serate intere l’uscita barcollante dai bar di Burroughs, di come lui si fosse abituato alla presenza di lei, felice solo di essergli accanto e di chiamargli un taxi. ‘I guess I was coming onto him and he told me: ‘My dear, I am a homosexual’. La voce rauca di Burroughs rivive nella sua imitazione.  ‘I didn’t get to first base’. Sorride. Ci racconta di come la fame fosse una delle protagoniste della vita in comune con Mapplethorpe. Rivive il suo incontro con Allen Ginsberg, convinto che lei fosse un ragazzino affamato annientato dalla scoperta del prezzo aumentato all’automat dove si era recata per comprare un sandwich. Le offre il suo aiuto e un caffé che consumano insieme mentre la scoperta del fatto che Patti fosse effettivamente una ragazza e non ‘an exceptionally beautiful young man’ diventa evidente.   Ci legge prosa di Burroughs e estratti dalla sua autobiografia, Just Kids. Rimprovera il pubblico per l’assenza di empatia quando ci racconta l’episodio dell’automat. Dopo essere riuscita freneticamente a trovare i 55 centesimi necessari per l’acquisto si rende conto che il costo è aumentato di 10 centesimi. All’assenza del mormorio deluso del pubblico ci dice “where is your English empathy? Remember that I am 75% English and 25% Welsh”. “Oohhhh” commenta il pubblico, impietosito dalla sua ‘condizione’ gallese. Patti si diverte: “You are not supposed to be funnier than I am!”Ci rimprovera tra le risate.

Patti Smith and Robert Mapplethorpe 1969

Dedica Wing a Philip Seymour Hoffman, appena scomparso, Grateful ai suoi professori della strada. Beneath the Southern Cross è dedicata a Allen Lanier, dei Blue Oyster Cult, una delle prime persone con cui ha creato musica, Pete Seeger e, indimenticabile, Lou Reed. Inevitabile in scaletta è la versione di Because the Night, molti in sala tristemente sono venuti solo per sentire questa canzone commerciale, ispirata al suo matrimonio con Fred e ad una notte insonne d’attesa davanti al telefono. Le parole sono di Patti, la musica scritta da “a very nice person from New Jersey”. Ma le interpretazioni più esaltanti sono My Blakean Year, introdotta dall’immagine di William Blake che percorre le strade di una Londra impregnata dalla rivoluzione industriale, e quelle tratte dal poetico Horses: Birdland e Land/Gloria ispirate e introdotta dalla lettura di un passaggio tratto da Wild Boys di Burroughs. Inaspettata ed entusiasmante la versione della recentissima Banga, con tutta la sala pronta ad ululare: “C’mon you English dogs!”.

Inevitabile la chiusura con People Have The Power suo manifesto e grido di battaglia.

Fuori dalla sala in Sloane Square accanto all’avanguardista Royal Court Theatre seduta ad un caffé, capelli tendenti al grigio lunghissimi e incolti, cappello di lana a coprire gran parte del viso, è come se Patti si fosse sdoppiata. Double-take. Non può essere… Il vento e la pioggia non desistono.


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