
Il racconto del live de I Cani, fra spaesamento generazionale e romantica nostalgia
di Maria Stocchi
Quando è uscito Aurora de i cani avevo diciannove anni. Avevo diciannove anni e, come tutte le diciannovenni, stavo una merda.
Non capivo niente. Non capivo chi ero e non capivo perché, di colpo, tuttə avessero iniziato a chiedermi di deciderlo il prima possibile. Il liceo era finito. L’incubo della maturità, la prima vera prova della mia vita adolescente, era passato in un batter d’occhio. Avevo dovuto scegliere l’università, cambiare città, trovarmi una casa. Capire come funzionasse un mondo che fino al giorno prima mi aveva esclusa, poi mi aveva trasformata da bambina a donna nel giro di un’estate. Così, a tradimento. Senza neanche chiedermi se lo volessi davvero. Se ero pronta o meno.
Ecco, Aurora è uscito nel mezzo di questa cosa qua, il 29 gennaio del 2016. Quando l’ho ascoltato per la prima volta, nella mia camera doppia condivisa con una coinquilina tremenda, ho pensato che qualcuno avesse preso tutta quella confusione, quello spaesamento totale, ci avesse spalmato sopra chitarra, batteria, basso, due sintetizzatori, una voce doppiata e li avesse trasformati in canzoni. Quel qualcuno erano i cani e Niccolò Contessa.
Lo ascoltavo cantare e mi sembrava di vederlo scomporre a mani nude le trame di tutto ciò che mi circondava. Smascherare la truffa. Tirare giù il velo dell’illusione collettiva con uno strappo. Ciò che mi colpiva di più era il suo farlo con semplicità, facendo finta di niente, con quelle parole facili, che le potevo capire anche io. Parlavamo la stessa lingua. Sentivo di comprendere intimamente cosa significasse “la notte è finita e la droga è scesa”, io, che non mi ero mai fatta neanche una canna. Poco importava. Ascoltavo Una cosa stupida e mi dicevo, potrei averla scritta io. Siamo stati lasciati dalla stessa persona? Entrambi non sappiamo niente, non chiediamo mai a nessuno, ma vorremmo vederla, parlarle, chiederle cosa vuole fare dopo l’università? E poi il buio omega, la scossa dal cuore alla pelle di Sparire, per fare pratica col vuoto, abituarci al nulla. Il posto più freddo era nel suo letto, certo, ma pure nel mio. Eravamo le persone più sole di questo pianeta. Dentro di noi non c’era niente di niente.
Dava un nome a tutto. Con quelle canzoni le mie fragilità diventavano un’armatura. Avevo paura di qualsiasi cosa, ma per lo spazio di un brano, di un album, non avevo più paura di niente. I cani capivano. Anche se io non ci riuscivo, loro sì. Erano più grandi, c’erano passati. Erano dalla mia parte. Ed era bellissimo. Succede soltanto a quell’età, raramente dopo, a meno che non si presti attenzione. Quello che credevo tragicamente solo mio era universale. Era condiviso almeno da Niccolò Contessa, sfigato e complessato quanto e forse più di me.
Tra qualche mese Aurora compirà dieci anni. Io, non molto dopo, trenta. Quell’album mi ha aperto poi a tutti gli altri: alla sciocca, ridicola, patetica, mediocre, inadeguata felicità di Lexotan, a Corso Trieste, al giornalista borghese e un po’ viscido di Post Punk, a I pariolini di diciott’anni e al loro generico quanto autentico fascismo. A tutto il resto. Poi è arrivato post mortem, il 10 aprile scorso. Dal nulla, quando ormai non ci speravo più. Un disco che sembra essere cresciuto come siamo cresciutə noi ascoltatorə. Che come noi si è liberato delle maiuscole, improvvisamente insopportabili. Del vuoto, del “buco nero”, no. Quelli sono rimasti.
Come non speravo più in un nuovo disco, avevo rinunciato anche all’idea di vedere mai i cani suonare dal vivo. Eppure anche questo è successo. Per me è stato a Padova, al Gran Teatro Geox, l’undici novembre. 11/11, che quando lo vedi, si sa, devi esprimere un desiderio. Il sesto appuntamento di un tour completamente sold out e pieno di date doppiate, triplicate, quintuplicate. Com’è logico che sia, come ci aspettavamo.
Tecnicamente, infatti, questo articolo doveva essere un live report di quella sera. Invece è diventato uno sproloquio sentimentale su quanto i cani e le loro canzoni siano stati importanti per me, per una generazione intera, anzi, per generazioni diverse. Lo è diventato perché, sotto quel palco, inaspettatamente vicina, trascinata da un pogo che era fatto di incontenibile eccitazione, alle luci di visual stupendi, curatissimi, della band in controluce, mi sembrava che fossimo tutte e tutti lì insieme ai nostri sé di sedici, diciannove, vent’anni. Una vera esperienza collettiva, di quelle che non esistono quasi più. Che ormai l’abbiamo capito, più o meno. Che quel male non era così male come pensavamo. Che non eravamo solə, che non ci capiva solo Contessa. Abbiamo finito l’università, alcuni l’hanno mollata. La metà di noi, probabilmente, fa un lavoro del tutto diverso da quello che immaginava quando l’ha scelta. Abbiamo le bollette, l’affitto, la casa, addirittura figliə. Dei mal di schiena più o meno forti. Forse abbiamo anche un’idea più chiara di chi siamo, o quantomeno abbiamo capito che non è così importante saperlo. E quelle canzoni hanno preso un sapore del tutto diverso.
Diverso, ma bellissimo come era quando le ascoltavamo in camera nostra, o per strada, col cappuccio calato sulla fronte, ed era tutto un disastro. Tutto gigantesco, irrimediabile, stratosferico, importantissimo. Ero lì in mezzo e pensavo: hai visto? Sei qui sotto e te la ridi. Balli nonostante il mal di schiena. Tu, e molto probabilmente tutte le persone che stanno cantando, gridando, sudando accanto a te, siete sopravvissutə alla vostra faccia da cazzo da verə durə con problemi seri, quelle che ora guardiamo con un misto di fastidio, invidia e tenerezza in chi ha la metà dei nostri anni. Sopravvisutə a quel groppo in gola che non sapevamo neanche noi perché. E quello che sentiamo ora, al massimo, è un po’ di nostalgia. L’unica vera nostalgia che abbiamo. Le parole di “Corso Trieste” andavano bene allora come andranno bene per sempre. E quando vorrò tornare ad avere diciannove anni, ci sarà sempre Aurora. Basterà mettere le cuffie e premere play.



