•  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  


(Vox Low – Credit: Barbara Tucci)

di Gianluca Runza

Arriviamo al Parco Ex Caserma di Cocco a fine pomeriggio di venerdì 23 giugno. Lo spazio a disposizione è grande, parecchio, occupato dal palco principale, coi tecnici impegnati a settare l’impianto e gli ultimi soundcheck. Di fronte, a un centinaio di metri di distanza, quello più piccolo, il Collinetta, in cui lo stage è proprio ad alzo zero. Tutto intorno, gazebo, dalla ristorazione al merchandising e via via i classici di ogni festival, e ragazzi e bambini con giovani genitori al seguito.

Il primo colpo d’occhio mette a fuoco un’atmosfera paciosa, bella – che si respira immediatamente e si rivelerà come il tratto distintivo dell’IndieRocket. Del resto, Pescara a fine giugno ci regala un caldo dolce e mai sopra le righe, mostrandosi come una città piacevolissima, pulita e profondamente educata verso i suoi visitatori. Così lo stesso festival. Che alla musica incrocia i laboratori musicali per bambini, i workshop di skate e yoga così come il progetto #IRFlovesart, sei opere grafiche, dalla pittura al fumetto, dedicate al festival, realizzate da altrettanti artisti. 

A confermare l’impressione ricevuta, di un festival davvero aperto a tutti, la cui esperienza è per certi versi anche indipendente dall’aspetto strettamente musicale, il costo del biglietto d’ingresso, che un tempo si sarebbe definito proletario, previsto con un tetto massimo di 5 euro.

La stima, alla fine dei tre giorni, sarà intorno alle 5.000 presenze, a rappresentare un festival che esiste e resiste da oltre dieci anni – quella del prossimo anno sarà infatti la quindicesima edizione.

La musica.

Coraggiose e intelligenti le scelte. Coraggiosa, in una città che comunque è geograficamente periferica, la scelta di viaggiare nella contemporaneità della bass culture, verso musiche che, tagliando con l’accetta, stanno nell’alveo del Tropical Bass, affidando la direzione artistica al colombiano, italiano d’adozione, Jhon Montoya. Per cui, la crew di Balera Favela Sound System, Go Dugong in testa, che ha peraltro presentato il suo nuovo (Indian) Furs; quei fighi dei peruviani Dengue Dengue Dengue!, che escono per la portoghese Enchufada, etichetta degli storici Buraka Som Sistema; i bassi naturisti di El Buho o il globalismo hippy degli Umoja e i viaggi di Montoya. Accanto alla lingua pop eslege di Sequoyah Tiger – che sarà la vera sorpresa del festival, così naif e così autentica – e Kiki Hitomi, già dentro al progetto King Midas Sound, con The Bug e Roger Robinson, che mescola bassi giamaicani e pop giapponese degli anni ’50.

Tutti set in cui l’aspetto fisico, tradizionale, del concerto viene meno – dj set o laptop e, peraltro, musiche in cui l’aspetto mentale e sin estetico è più marcato di quello fisico. Assolutamente intelligente quindi l’equilibrio con band, voce basso chitarra tastiere batteria, di matrice rock come Clinic o Fujiya & Miyagi: gente che non sbaglia un colpo e possiede un importante lato funk. Non a caso, i loro set si sono rivelati quelli realmente dance, dove abbiamo visto tutto il pubblico ballare, e sudare. Un paradosso? Se seguiamo gli stereotipi, sì, altrimenti, se stiamo attenti alla musica, mica tanto.


(Dengue Dengue Dengue – Credit: Barbara Tucci)

I concerti

Il primo giorno vale da rodaggio: una vera delusione lo space pop dei californiani Peaking Light, che sembravano dei pesci fuor d’acqua, bravi ma legnosi gli Arboreutum, applausi convinti per i Fine Before You Came – il cui rock italiano ad onor del vero non c’è piaciuto affatto. A risistemare l’umore il concerto dei francesi Vox Low, che incrociano new wave e post punk e house. Voci dark, bassi pneumatici e cassa sui quarti, con un uso scaltro ed efficace del climax. Nulla di trascendentale, però suonato così come va fatto. Sabato va decisamente meglio, a partire da Sequoyah Tiger. Il set è una bella sorpresa, perché riesce a rendere in maniera brillante e plausibile quell’idea tutta sua di weird pop elettronico. Con una presenza fisica, molto elastica, per niente mascolina, eccentrica e originalissima, accompagnata dalla coreografa e performer Sonia Brunelli. Segnate tra i prossimi ascolti: a ottobre uscirà l’album (Parabolabandit, il titolo) su Morr Music. Piacevole, ma molto meno spregiudicato, il live di Kiki Hitomi. A chiudere Clinic e Fujiya & Miyagi. Sempre utilizzando le solite semplificazioni, più vicini a Fall i primi, al kraut i secondi. I loro concerti sono delle garanzie, perché sono due band solide: assolutamente a fuoco sul palco, forse ancor più che sui dischi. Non a caso le relative scalette prevedono dei classici: Internal Wrangler per Clinic, ad esempio, così come Fujiya & Miyagi per, appunto, Fujiya & Miyagi. Clinic suonano più storti, con quel lato garage che è il loro tratto di stile sul suono rock. Il set di Fugiya è invece un tappeto di frasi musicali reiterate, in un gioco di vuoti e pieni, sino a diventare ipnotiche. In cui le stesse linee di basso, che fungono da spina dorsale, e la cassa, sempre dritta, disegnano una figura di tempo circolare. Cioè, è vero che pare stiano suonando la stessa canzone dall’inizio alla fine: ma è proprio questo l’obiettivo. La risposta è eccellente, pubblico in aria. Chiuso il mainstage ci muoviamo verso la collinetta, dove Go Dugong presenta (Indian) Furs. Non è un set dance, come del resto il disco, un lavoro documentaristico di field recordings presi durante un viaggio in India.


(Credit: Giulia Fiacco)

Quella del viaggio, di fatto, è una chiave di lettura correttissima di questa edizione dell’IndieRocket (la numero 14): tanto nella sua accezione mentale che in quella geografica. La giornata di domenica è esattamente questo: bello il set di Montoya, in equilibro tra accademia e popular, tradizione e contemporaneità, e splendido, senza dubbio il più poetico a cui abbiamo assistito, quello del messicano di culto El Buho. Dub music, costantemente sugli 80 bpm, che incrocia folk e ambient, bassi giamaicani, field recordings e suoni trovati, con una delicatezza d’accenti, la gran parte latino americani, così precisa da tramutare i suoni in immagini e in odori. Il suo sound è realmente sinestetico. Questo per quanto riguarda la collinetta. Sul palco grande le attese sono per Umoja e, soprattutto, Dengue Dengue Dengue!. I primi, olandesi, sono un incrocio tra Manu Chao e Gilles Peterson, così il loro dj set, in un pencolante equilibrismo globalista tra Occidente, Africa, soprattutto, e America Latina. Un continuo saliscendi in cui però, a lungo andare, si rischia di non capire più la direzione. I peruviani Dengue Dengue Dengue!, a cui spetta il compito di chiudere il Festival, confermano invece quanto di buono già sapessimo su di loro. Poncho e maschere a coprire il volto, Rafael e Felipe portano la loro versione visionaria e futuristica della musica, in cui le tradizioni musicali latino americane, la cumbia ma non solo, si fanno tutt’uno con la tecnologica cultura dei bassi. Per cui un corpo folk e techno in egual misura, come una trasposizione aggiornata della chicha (una versione tropicalista della cumbia che si sviluppò in Perù negli ultimi anni ’60). In cui i bassi si producono in una spinta immersiva, verso un suono in cui si entra completamente, rimanendone avvolti e catturati. Un suono moderno e antico al tempo stesso, ritmico e chiaramente psichedelico.


  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •