foals live

di Mavi Mazzolini

In questi anni dei Foals (foto via Annalisa Russo e Vivo Concerti) se n’è sentito parlare. Chi più, chi meno, chi per Cassius, chi perché è un fan accanito, ma insomma. Qualche nomination ai Mercury Prize, qualche stage ai festival più importanti d’Europa, qualche numero uno (soprattutto all’estero). L’ultima volta che avevano suonato in Italia era al Rainbow, nel 2008 (da headliner: erano passati anche nel 2011 per aprire ai Red Hot Chili Peppers, ma non conta), quando erano ancora in pochi a conoscerli e a scomodarsi per sentirli live. Nel 2013 invece, a pochi giorni dall’uscita di un live DVD, suonano per un Alcatraz sold out.

I primi a salire sul palco sono i No Ceremony///, quando ancora il locale è mezzo vuoto e la folla un po’ assente: la loro è un’elettronica fra i CHVRCHES e gli xx, un po’ sussurrata, un po’ urlata, che poco ha a che vedere coi Foals ma che può piacere ai loro fans. Live un po’ spento e impaurito, dato che non dev’essere facile precedere un gruppo che ha fatto il tutto esaurito; qualche interferenza audio e qualche basso troppo alto rendono complicato anche per il pubblico reagire positivamente.

Il gruppo scende dal palco, si accendono le luci, e in dieci minuti l’Alcatraz si riempe: non so se sia arrivato un pullman o qualche comitiva simile, ma se prima fra il tavolo del merch e la folla ci passava anche un treno, di punto in bianco mi sono trovata a spintonare per salire le scale.

Alle 21:30 – time table perfetta – i Foals salgono sul palco uno alla volta. Prima Jimmy Smith, che impugna la chitarra ed inizia a suonare trascinando mano a mano ogni membro, fino a che, per ultimo, sale Yannis, leader e frontman del gruppo. Total black, barba, portamento tozzo eppure sicuro di sé: cantante, compositore, scrittore, locomotiva della band. Prelude è uno strumentale di sette minuti e mezzo che marca una netta linea di inizio dello show: scaletta un po’ a singhiozzante, con due pezzi a battute ritmate come Miami e Olympic Airways subito spezzate dalla meravigliosa Blue Blood, che fa ciondolare e riprendere il respiro all’Alcatraz. Giusto qualche minuto: partono i primi accordi di My Number e non appena diventano riconoscibili il pubblico inizia un movimento sussultorio che fa esplodere la canzone. Tutti ballano, tutti cantano: ma dove si erano nascosti i fans dei Foals? Yannis parte col primo tuffo di testa sulla folla, tanto alla fine riemerge, tanto alla fine prende fiato, tanto alla fine è il pubblico che rimane senza fiato quando partono prima Milk & Spiders e poi Spanish Sahara (in una meravigliosa versione estesa). Spenti gli ultimi accendini si riprende con Red Socks Pugie lanciata a volata da Jack Bevan, che sale sulla batteria incitando il pubblico. Late Night chiude la fila, con uno Yannis sempre più prepotentemente al centro del gruppo che lascia per ultimo il palco dopo Electric Bloom con la chitarra ancora in delay.

Pausa di qualche minuto e il gruppo di Oxford riprende possesso del palco: ancora frastornati da una serata fuori dall’ordinario, regalano al pubblico un ultimo crescendo. Inhaler è la prima, uno dei pezzi più apprezzati dell’ultimo album ma che il gruppo non voleva nemmeno includere nel disco (di questo ne riparleremo nell’intervista con Jimmy). L’ultima è Two Steps Twice, un salto altissimo, da qualche parte del pubblico si apre un circle pit mentre Philippakis scende dal palco, passa dal bar a farsi uno shottino, gira intorno al pubblico per poi riemergere qualche minuto dopo, e chiude con l’ultimo riff la ginnastica musicale che il gruppo aveva iniziato come sottofondo alla passeggiata di Yannis.

Andare a un concerto dei Foals è come entrare nella loro sala prove: è un’ora e mezza di strumenti sospesi e riff allungati, una lunghissima jam session che lascia spazio non solo all’onnipresente Philippakis, ma anche a ognuno degli altri membri. L’atmosfera è disinvolta è arriva diretta nello stomaco della platea, che non riesce a rimanere indifferente a tanta energia.