Intervista: Caso

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caso

di Francesco Pattacini

Ci sono i ricordi d’infanzia avvolti nella nebbia bergamasca, gli accendini nella notte per ritrovare le chiavi perse nei parchi del sabato sera e tante altre piccolissime storie sotto al Cervino di Caso, l’alter ego musicale di Andrea Casali. Proprio come Walter Bonatti che abbraccia la croce una volta compiuta l’impresa, così Caso nei suoi testi ripercorre il viaggio della propria vita e la difficile scalata verso la propria identità, fra passato, presente e futuro. Lo fa in un modo diverso, di una raggiunta maturità, abbandonando solo per un attimo l’acustica e, per la prima volta insieme alla band, con un nuovo approccio elettrico alle sonorità.

Non c’è spazio per la rabbia, la malinconia delle sue narrazioni lasciano spazio a tante rivincite e alla nostalgia del tempo passato, delle strade percorse e poi ritrovate. Piccoli frammenti di una radio FM che brucia lo stereo di una euro zero. È urgente ma lucida la rappresentazione che Caso dà della sua vita nelle scene che chiunque ha potuto vivere. La semplicità non è una cosa di cui vergognarsi e, per certi versi, è una delle cose più difficili da rappresentare e chi ci riesce, probabilmente, è arrivato in profondità. Capita che ci si riconosca in qualche passaggio, quando l’idea della montagna che ci ritroviamo davanti ci complica la comprensione di dove siamo. Questo è Cervino, perso fra i campi e le montagne. Una carriera passata in gran parte nell’oscurità, che si preparava a questo ultimo lavoro per prendere posizione fra tutto il cantautorato, ridisegnandolo secondo le proprie coordinate. Gli abbiamo chiesto le ragioni di questo album e ci hanno confermato quello che sospettavamo: ognuno davanti al suo personale Cervino sceglie la strada più ripida.

“Quello che fa la differenza in Caso sono le cose che canta. Le storie minuscole che escono dai suoi testi: personaggi che escono fuori da borse, magliette (…) parole che sembra scelte con l’attenzione di uno che vuole infilarti un cacciavite nel cuore prima della fine del pezzo” [Francesco Farabegoli, Rumore Ottobre 2015]

Cervino è il tuo quarto disco ma è solo il primo che realizzi con una band. Quello che ne esce, alla prima impressione, sono i suoni decisamente più elettrici rispetto al tuo passato. Perché hai voluto fare questa scelta?

La necessità era quella di non ripetersi. Mentre scrivevo i pezzi mi sono accorto che il rischio maggiore era che si avvicinasse troppo al passato più recente. Scegliere di inserire la band nel disco è stato un processo abbastanza naturale. Avevo cominciato a suonare con questi miei amici verso la fine del tour de La linea che sta al centro, il disco precedente, così da poter aggiungere qualche data e provare questa esperienza. Mi è piaciuto così tanto che ci siamo ritrovati in sala prove ad arrangiare i brani nuovi insieme agli altri. La cosa che più mi stimolava era avere dei suoni del tutto differenti da quello che avevo già fatto, cercando, come poi è successo, di conservare il mio approccio alla musica.

Ci viene naturale pensare che una svolta elettrica comporti un tipo di musica molto più rabbiosa. I brani di Cervino, invece, vengono trasfigurati da un’ondata di malinconia.

È vero, avrei potuto fare una versione più arrabbiata di quello che avevo già fatto in passato, usando solo sonorità un po’ più punk e underground. Sarebbe stato più semplice, nonostante sia un cantautore, come lo era continuare con l’acustica e tenermi solo la band dietro. Sarebbe stato più in linea con la scena di questi anni o con la tradizione a cui siamo ancora molto fedeli. Era la cosa che volevo evitare di più e, per questo, abbiamo voluto attingere a dei suoni più pop e legati all’indie americano degli anni ’90 o a quei gruppi che mettevano d’accordo tutti quando abbiamo scelto la linea sonora. C’erano i Pavement e Stephen Malkmus ma anche il primo disco dei Coldplay mentre, al repertorio italiano, non abbiamo praticamente mai attinto. Il disco post punk era una cosa che volevo proprio evitare sin dall’inizio. Ho sempre frequentato quell’ambiente e mi sembrava un po’ troppo scontato e, considerando l’importanza che hanno i testi per me, facendo qualcosa di più picchiato avrei dovuto urlare per farmi sentire perdendo tanto impatto nelle parole.

Questo disco non ha solo delle sonorità differenti, anche l’approccio ai testi sembra aver raggiunto una nuova maturità. Se guardiamo al tuo primo disco, in particolare a Inno generazionale di noi sfigati, la rabbia più giovanile sembra essersi assestata su una disincantata accettazione della propria condizione.

In fondo è così, sono cresciuto e da quel brano sono passati diversi anni. Ormai ho accettato, probabilmente solo nell’ultimo periodo, il fatto di essere parte di una minoranza. Non si tratta quasi più di un discorso solo musicale ma di scelte che ho fatto nella mia vita. In questi anni ho sempre urlato e puntato il dito per sfogare e rivendicare questa mia posizione. Non mi sono mai sentito in linea con la maggioranza ma ora ho più coscienza di dove mi trovo e ci convivo, anche per non farmi troppo male.

Scalare il proprio Cervino è una metafora forte che si ripresenta spesso nel tuo disco. Questo riconoscerlo non è già un modo per affrontarlo?

Ho uno sguardo più lucido rispetto al passato e credo che in questo disco si avverta maggiormente. Mentre scrivevo e registravo, prima, mi chiedevo dove mi avrebbe portato questo progetto, si aprivano possibilità e iniziavo a farmi conoscere anche in maniera inaspettata. Da un paio d’anni ho smesso di chiedermi certe cose perché ho capito la direzione su cui voglio camminare e ho iniziato a decidere io ogni cosa, quando magari prima era più facile farsi condizionare. Mi sento più libero di scegliere e di imporre le mie idee anche agli altri. Sono più sicuro di me stesso ed è anche per questo motivo, credo, che Cervino sia uscito così.

Il tuo modo di raccontare, l’utilizzo di descrizioni ambientali e di scene comuni rende molto più facile, all’ascoltatore, l’immedesimazione e il suo rievocare ricordi comuni. Come hai detto il testo continua a essere fondamentale nella tua musica, ma quanto influisce questa contaminazione?

Difficilmente le mie canzoni sono storie raccontate dall’inizio alla fine, preferisco parlare di momenti precisi e dei sentimenti che ne scaturiscono. L’ambiente e le immagini nelle quali qualcuno si può riconoscere sono emozioni di un momento in cui il lasso temporale è spesso molto breve. Ho visto, soprattutto suonandole dal vivo, che è una cosa che colpisce e aiuta l’immedesimazione, questo perché non sto raccontando una storia che ho vissuto solo io e l’ambientazione aiuta molto nella velocizzazione di questo processo. Girando da solo con la chitarra acustica, e vedendo le reazioni delle persone, viene anche un po’ naturale dirigerti in quella direzione. L’empatia del pubblico è fondamentale, serve per comunicare anche a me e vedere che riscontro può a vere.

Questa volta anche la musica ricopre un ruolo fondamentale, e non è più solo un accompagnamento. Il risultato è un bilanciamento complesso, in cui le parole continuano sempre a risaltare.

Come ti dicevo il testo è la parte principale del mio modo di fare musica. Rispetto agli altri album in Cervino volevo che anche la musica facesse un passo avanti. Era una cosa che mi mancava e, in passato, non ci avevo lavorato mai davvero seriamente, scegliendo pochi accordi e una tonalità giusta per accompagnare la voce. Questa volta ho deciso di lavorarci di più e il rischio era, appunto, che questa volta la musica si mangiasse gran parte dei brani e non lasciasse spazio o molta libertà per incastrarci parole e testi. Credo, per fortuna, di essere riuscito a trovare un equilibrio giusto fra le due parti. Il merito penso sia anche delle discussioni e delle occhiatacce che mi sono arrivate in sala prove quando provavamo insieme alla band. Sono musicisti preparati che, ovviamente, volevano avere la loro parte. Sono contento del compromesso che siamo riusciti a trovare, fosse andata in maniera diversa non potrei dire che questo disco mi rappresenta in tutte e per tutto come, invece, è successo.

È comunque una scelta rischiosa quella di cambiare in parte stile di approccio alla musica dopo tre album.

Ero già convinto di sentire la tipica frase “Era meglio prima” da chi mi seguiva da anni, un po’ come quando si dice dopo il primo disco che la demo suonava meglio. Magari qualcuno l’ha davvero pensato ma non ha voluto dirmelo [ride], ma credo di aver messo molto di mio in questo album. Non è stato facile e non è definitivo, volevo fare qualcosa di diverso ma non so se sarà così anche nel prossimo disco. Mi sento libero, come ti dicevo, di poter sperimentare. Il fatto di piacere o non piacere, che prima magari condizionava anche le mie scelte, adesso conta meno. In questo momento ho solo voglia di portare Cervino sui palchi insieme alla band e vedere come andrà. Come sarà il futuro, però, davvero non posso dirlo.

Francesco Farabegoli nella sua recensione di Cervino, puntualizza sul momento del cantautorato italiano, in cui il tuo progetto spicca per semplicità e qualità. Da anni ormai la figura del cantautore ha perso quell’importanza che aveva nel passato, come referente culturale di una buona parte della popolazione.

Gli anni dei cantautori, per chiari motivi anagrafici, non li ho vissuti davvero, anche se li ho sempre ascoltati e adorati. Non saprei dire quale sia la differenza rispetto a quel periodo. Continuo a notare, nel panorama attuale, una certa curiosità da parte delle persone. In generale, rispetto a quegli anni, mancano i contenuti (e la musica) di qualità. I cantautori di oggi, senza voler per forza fare quello che va sempre contro, sono responsabili di questa svalutazione. Prima non ce n’erano così tanti e il livello era più alto. Adesso si assomigliano quasi tutti e questo li rende meno taglienti e incisivi. Sono sempre stato associato a questo panorama ma sempre un po’ come un outsider. Ho frequentato altri ambienti e non ho avuto il loro successo ma non è una cosa che rimpiango, ho fatto le mie scelte perché è quello che volevo.

Mentre leggevo i tuoi testi il passato e l’infanzia sono dei temi ricorrenti che, poi, vengono contestualizzati all’oggi, come accade in Denti di ferro ad esempio. Da cosa partono queste suggestioni?

Spesso basta un’immagine che mi colpisce, o un pensiero che mi segno e poi vado a ricostruire. Parto da un ricordo dell’infanzia che avevo, anche qualcosa di molto comune come l’andare a ripescare il pallone incastrato sotto una macchina o i primi amori che non sai riconoscere perché si tratta di piccole emozioni. Da lì nasce l’ambientazione, mi piace andare a rivangare questi ricordi. Cervino non è, di certo, il primo disco che attinge da quel periodo. L’infanzia è un tema che incontro spesso. Denti di ferro è soltanto un esempio fra i tanti altri nel disco. In Atletica leggera, per dire, molti miei amici si sono trovati molto legati a quel testo perché si riconoscono in quel ragazzo che perde le chiavi del motorino nel parco e non può tornare a casa, mentre tutti le stanno cercando con l’accendino acceso. L’immagine dell’accendino è molto comune, e non solo per i miei amici. Mi fa piacere quando qualcuno riesce a ritrovarsi in qualcosa che scrivo ma, ovviamente, è sono tante altre cose che mi spingono a farlo, e se vengono riconosciute significa molto.

Abbiamo parlato di infanzia e di crescita, quanta nostalgia c’è in tutto questo?

Ce n’è tanta, soprattutto quando ci ritroviamo a scrivere canzoni che parlano di infanzia o di periodi felici. La nostalgia di Cervino è quella di quando ti rendi conto che gli anni passano. La maturità di cui parlavi prima c’è, è vero, ma è anche perché è un album di una persona che ha superato i trenta e ha compreso che il suo essere ragazzo sta definitivamente passando. Non mi piacciono molto le canzoni allegre, e non so nemmeno scriverle. La musica e gli artisti che più ammiro fanno parte di un filone piuttosto triste e, così, anche io non mi distacco molto.

Cervino però riesce ad alternare momenti di sconforto a quelli di allegria.

Sì, in ogni disco c’è sempre un lato più felice e uno più buio. Quello che mi piace fare, una volta registrati i pezzi, è regolare la scaletta in modo di alternare i brani più tristi con quelli più grintosi. Sarebbero controproducenti due o tre canzoni in fila che parlano di morte. Oltre alla scrittura mi dedico molto a questo aspetto della disposizione. Passo nottate intere a studiare una scaletta che mi soddisfi definitivamente, capace di restituire le due anime del disco.

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