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Editoriale 386: Pit(ch) Stop

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Pitchfork Old Logo
(Un vecchio logo di Pitchfork)

L’editoriale del numero 386 di Rumore, marzo 2024, di Rossano Lo Mele

di Rossano Lo Mele

Per dire quanto siano effimeri i tempi che stiamo vivendo: parliamo di una notizia datata appena un paio di mesi e, mentre mi accingo a scriverne, mi rendo conto che il tema in oggetto possa risultare appassionante e fresco quanto le guerre puniche. Che poi di guerra stiamo parlando davvero: solo che invece dei morti ci sono i licenziamenti e al posto degli ideali e dei territori da sottomettere ci sono i bilanci da far quadrare. Ne avrete già letto quasi ovunque, nelle passate settimane, ne fa anche cenno – molto marginalmente, fra qualche pagina – il nostro Francesco Farabegoli nella sua rubrica, “Panzane”. Il sito d’informazione musicale “Pitchfork” è giunto a un bivio: per alcuni una bibbia, per altri una gigantesca piattaforma di comunicazione musicale, per altri ancora un’insopportabile fighetteria digitale da maledire quanto i suoi voti in decimali inventati decenni fa. Poco dopo l’inizio dell’anno si è aperto un rubinetto erogante acqua ghiacciata per i collaboratori della testata e per i tantissimi lettori sparsi in giro per il mondo. Dopo la gelata, vale la pena – a freddo, appunto e comunque – provare a cercare di capire il perché e i percome della vicenda editoriale.

“Pitchfork” è un sito nato negli anni 90 come una webzine di area punk. Il suo fondatore era al tempo un ragazzo di Chicago, Ryan Schreiber. Appassionato di quei suoni plasmò una della prime creature digitali davvero in grado di riverberare nell’universo dei media. Poco a poco la linea editoriale si è ampliata, dando vita nella cosiddetta epoca del blog rock a fenomeni artistici come gli Arcade Fire: l’esplosione della band canadese si deve essenzialmente al sito, ma questo è solo uno degli innumerevoli esempi del peso esercitato da “Pitchfork” all’epoca. Una certa insofferenza per il mondo britannico (una battaglia che non finirà mai), la decisione di ospitare alcune fra le più prestigiose firme del music writing mondiale (Simon Reynolds, Laura Snapes ecc.), l’allargamento a suoni urban e pop soprattutto di estrazione autoctona, leggi statunitense: negli anni “Pitchfork” ha cambiato pelle. Ma non solo, anche proprietà. Man mano che il sito cresceva, con incremento di lettori e quindi partner commerciali, qualche cervello fino della old economy ha fiutato l’affare. Ecco quindi che una decina di anni fa il gruppo Condé Nast decide di comprarsi il sito. Reazioni all’epoca più o meno simili a quelle di oggi: è la morte del giornalismo musicale, ormai è finita, l’etica corporate si compra il mondo indipendente e via dicendo, il consueto rosario che si ascolta ogni volta che il pesce più grande ingloba quello più piccolo. 

Questo matrimonio editoriale – che ancora dura, questa è la cosa che molti hanno dimenticato di sottolineare – è andato avanti circa un decennio senza increspature, fino a quando non è arrivato qualche settimana fa un messaggio della proprietà. La quale avvertiva che, dopo una valutazione delle performance (e, ripetiamo, performance) di “Pitchfork”, il board ha deciso di ristrutturare la testata accorpandola a “GQ”, altro brand di proprietà del pantagruelico gruppo editoriale in questione. Alcuni osservatori come Ted Gioia – americano, incarnazione vivente del jazz, scrittore, una specie di Leonardo della musica contemporanea – hanno fatto subito notare come il problema fosse generale e non particolare. Nel far circolare un meme – dove un capellone indie davanti a un giradischi si trasforma nello stesso personaggio ma in versione azzimata e di fronte a una macchina per scrivere – Gioia ha incapsulato nella sua celebre newsletter un’analisi sistemica. Ossia il problema è interno all’industria discografica, non solo a “Pitchfork”. Spotify, Universal, Soundcloud, YouTube, Tidal: tutte queste companies hanno licenziato o stanno licenziando negli ultimi mesi per ragioni economiche. Per quanto sia sgradevole da accettare o sentirsi raccontare, per Gioia il problema è il sistema: la scomparsa di business models accettabili, la musica del passato che stritola quella moderna e con sé l’analisi della contemporaneità, l’AI in grado di comporre ex novo senza dover redistribuire diritti d’autore esterni (ossia le piattaforme possono tenersi tutto), l’ascolto passivo e via dicendo.

Insomma, “Pitchfork” non scompare, ma sarà incorporato dentro “GQ”, brand maschile che per quanto meno scintillante di un tempo è assai più conosciuto del nuovo aggregato. Il che potrebbe anche voler dire che domani una platea più ampia potrebbe entrare in contatto con band giovani come Black Country, New Road e Fontaines D.C., non necessariamente un male. Potrei sbagliarmi, ma il primo articolo “generalista” su “Pitchfork”, con intervista al fondatore, lo scrissi io una ventina di anni fa: fu pubblicato su “GQ Italia”. E già che ci siamo aggiungo un’altra nota di colore. La nota aziendale diffusa da Condé Nast aveva una firma in calce. Anna. Un semplice nome, senza cognome. Come fosse un pensiero amichevole, familiare, caloroso. L’Anna in questione di cognome fa Wintour. Ha 75 anni e da quasi 40 dirige “Vogue America”, testata del gruppo Condé Nast. Anna Wintour è la donna che da decenni detta letteralmente legge nell’editoria della moda. A lei è ispirato il personaggio principale del celebre film Il Diavolo Veste Prada. Che una oligarca fashion del vecchio capitalismo comunichi di persona la transizione di un sito che si occupa di dischetti indie suona davvero come la colonna sonora dello zeitgeist.

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